Qianlong e l'aumento della popolazione cinese

Di Adolfo Tamburello

 

Napoli, 30 mag. - Ripercorrendo la biografia di Qianlong si ha l'impressione che Hongli, salito ufficialmente al trono nel 1736, mirasse nel primo decennio ad affinarsi come sovrano della Cina e della Manciuria dov'era più di casa. Concludeva l'opera legislativa e l'ordinamento legale e continuava per il resto ad amministrare entrambi i paesi sulle linee paterne da Pechino e inviando continue disposizioni a Shenyang (Mukden), tenuta prudenzialmente e per orgoglio dei connazionali come seconda capitale dell'impero e in servizio soprattutto per il Lifanyuan. Per la Cina era un via vai di veloci corrieri personali fra lui e i governatori provinciali cinesi e mancesi, senza che i competenti Ministeri della capitale ne fossero spesso al corrente. Era l'apice dell'autocrazia Qing e di un immane lavoro personale dell'imperatore.  


Della Cina Qianlong prendeva a cuore i problemi della popolazione già fortemente in crescita e che –   questo era al di là delle previsioni – più che raddoppiava sotto il suo regno dai circa 143 milioni del 1741 ai 313 calcolati forse per eccesso nel 1794. L'istituto del concubinato aveva il suo ruolo  nell'eccezionale incremento demografico: le condizioni di vita dei ceti agiati moltiplicavano i ginecei o facevano riempire le case di servitù femminili con la prole che ne nasceva meno soggetta alla mortalità infantile. L'aumento della popolazione accresceva le città che superavano o rasentavano il milione di abitanti, con le altre minori e le borgate intorno ai numerosi castelli e fortilizi, infine gli innumerevoli villaggi.


Le piaghe dell'urbanesimo rimanevano quelle classiche delle già più antiche città cinesi e si espandevano: gioco d'azzardo, bische, prostituzione femminile e maschile, locande e alberghi insicuri, alcolismo e in più il consumo del fumo dell'oppio che si veniva diffondendo. Da un lato la malavita dilagante, dall'altro i corpi di polizia locali affiancati a quelli dello Stendardo Verde che pure insieme riuscivano con difficoltà a mantenere l'ordine e contrastare il banditismo e la piccola criminalità. Prigioni sovraffollate, brulicanti di condannati politici e per reati comuni e spesso su delazioni dei "gruppi di vicinato". 


Qianlong finiva col concedere addirittura il porto di piccole armi da fuoco a difesa da furti, rapine, violenze e stupri. Nelle campagne e nelle montagne imperversava il brigantaggio, mentre sulle vie fluviali, compreso il Grande Canale, e quelle marittime la pirateria aveva facile gioco a onta delle ingrossate guardie costiere impegnate nella continua sorveglianza dei porti e dei mezzi in navigazione. Colossali lavori idraulici in continua opera mantenevano in ordine le vie d'acqua e proteggevano dalle esondazioni, che pure erano provocate dolosamente.


Centri di formazione ed emissari di azioni di sabotaggio e delinquenza comune erano spesso gli stessi falangeri buddhisti e taoisti e gli accoliti,  tra loro maestri di arti marziali travestiti da monaci, molti in combutta con le affiliazioni di società più o meno segrete e in movimenti di destabilizzazione dell'ordine pubblico. Molti i casi che facevano eventualmente leva su facili risentimenti popolari o, i più "nobili",  ancora in nome di una restaurazione dell'idealizzata dinastia Ming.


Provvedimenti per l'igiene e la prevenzione di epidemie e pestilenze Qianlong emanava per i servizi di raccolta dei rifiuti urbani, ivi compresi i feti umani e i neonati abbandonati sui cigli delle strade. Allo scopo aumentavano con lui le istituzioni umanitarie a contrasto dell'infanticidio e per la tempestiva raccolta mattutina dei neonati da ricoverare nei brefotrofi. Per l'infanzia e la popolazione in genere moltiplicava le strutture assistenziali di vitto, vestiario e scolarizzazione. Di queste ultime si è già riferito.


Lo smaltimento demografico che i ministri già consigliavano a Qianlong lo inducevano a distribuire ai contadini ulteriori suoli demaniali e della corona, mentre sembra facesse chiudere benevolmente gli occhi sull'emigrazione ufficialmente clandestina di carovane o singoli che si mettevano in cammino verso terre incolte o rimaste disabitate o poco abitate nelle varie regioni per convertire anche quelle all'agricoltura, all'itticoltura ecc. Si infittivano però i disboscamenti selvaggi di altipiani e zone pedemontane prodromi di erosioni e frane che precedevano pericolosi straripamenti di torrenti e piccoli fiumi con alluvioni delle risaie o altri coltivi a valle. Era un fenomeno di occupazioni abusive di suoli che già antiche e severe leggi punivano imponendo la rigida stanzialità ai contadini sui terreni loro concessi. Ora anche il grave reato di  erraticità o vagabondaggio avveniva con più frequenza e con massicce infiltrazioni, nel nord, verso la Mongolia, lo Shandong e la Manciuria; nel sud e nel sud-ovest fin nelle isole minori e alla volta di Taiwan.


In quanto alla Manciuria che poteva essere aperta a regolari immigrazioni, Qianlong consentiva sì a piccole comunità cinesi di accedervi come Kangxi e Yongzheng avevano già permesso soprattutto attraverso la "barriera dei salici", ma decideva di continuare a  riservare foreste e boscaglie ad aree rade di popolamento a maggioranza mancese come "terra dei padri" nomadi e seminomadi, cacciatori, piccoli agricoltori, pastori e soprattutto allevatori di cavalli. Era pure lui un cacciatore nato. Manteneva  poi riservata esclusivamente ai mancesi la raccolta del ginseng, la radice di grande mercato e lucroso monopolio della famiglia imperiale e dell'aristocrazia.


A sua volta, in direzione della Mongolia l'immigrazione cinese di piccoli gruppi di coloni era tacitamente  tollerata quando non richiamata dai corpi delle bandiere mancesi e mongole che vi erano di stanza in ausilio e alleggerimento delle loro colonie militari, mentre era poi più che bene accetta dagli stessi capi mongoli che sfoggiavano fieri i titoli dell'aristocrazia Qing e venivano con piacere celermente sinizzandosi.


Qianlong scartava d'altra parte a ragion veduta che in Cina i già piccoli fondi prevalentemente risicoli si frantumassero per successioni ereditarie in campi minuti e insufficienti alla sopravvivenza delle famiglie che li coltivavano; scoraggiava altresì la divisione fondiaria delle grandi estensioni acquisite ormai dalle piantagioni in funzione dei redditi industriali e di commercio delle manifatture del tè, canna da zucchero, cotone, per le cartiere ecc.  Insieme con le manifatture imperiali, queste e altre garantivano cospicui introiti tributari e soprattutto molto impiego di  manodopera salariata. La grossa imprenditoria manifatturiera continuava a unirsi sempre più a quella più antica dei grandi mercanti di sale per forme di capitalizzazione pensate anche di riserva di prestiti alla corona o di eventuali alienazioni a suo profitto per il bene "pubblico".


L'approvvigionamento alimentare del paese che già si prospettava deficitario induceva Qianlong ad autorizzare l'aumento delle importazioni di cereali e altre derrate dal Siam, Vietnam, Filippine e dalle  altre isole del Sud-Est Asiatico, ove i coloni cinesi vi erano ormai di storica immigrazione e le stesse "città cinesi" che vi fiorivano acquistavano in cambio con frenesia i manufatti che provenivano dalla Cina e ormai anche dalla Manciuria.


Il crescente mercato internazionale cinese formatosi con l'espatrio era legato a filo doppio con quello delle Compagnie delle Indie, che arrivava da un lato in Giappone dall'altro nel resto dell'Asia marittima, Africa orientale ed Europa. Le attività commerciali specie a lunghe distanze beneficiavano di istituzioni bancarie per prestiti fiduciari e oneri assicurativi, la cui ufficialità poteva rimanere ancora in parte nell'ombra o semiclandestina per la liberalizzazione dei traffici da celare alla facciata dello stretto confucianesimo osservante. 


In questo contesto di pressioni per l'espansione di ulteriori aperture di mercato sul continente e di smaltimento di popolazione sembra che Qianlong allungasse la vista sui territori del sud e del sudovest "indo-cinese" ancora in via di sinizzazione per aprirlo allo sfruttamento cinese agrario, minerario ecc. In direzione di quelle regioni già premeva l'emigrazione, ma vi era fortemente contrastata  dalle bellicose popolazioni locali che si opponevano ad abbandonare le loro tradizionali economie miste d'agricoltura e allevamento.


Nel 1747 Qianlong faceva così partire dai confini del Sichuan una spedizione militare mancese che si impegnava nei successivi due anni e ancora fra il 1771 e il 1776 in lunghe campagne di dure sottomissioni per ridurre le popolazioni superstiti a entrare nel sistema dell'amministrazione provinciale dell'impero Qing e farne aree di popolamento cinese, a cominciare dalle folle dei condannati all'esilio con le loro famiglie, degli intellettuali per appurata o sospetta dissidenza, dei funzionari rei di corruzione o atti di concussione, di condannati per reati minori, di criminali graziati dalla pena di morte ecc.


Questo era l'inizio delle 'gloriose' "dieci campagne di Qianlong".

 

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