Preside della Facolta' di Studi Orientali, ha ricevuto il "Premio dell'Amicizia" dal Premier Wen Jiabao

Preside della Facolta' di Studi Orientali, ha ricevuto il "Premio dell'Amicizia" dal Premier Wen Jiabao
Roma, 15 ott. - Abbiamo intervistato Federico Masini, dal 2001 Preside della Facolta' di Studi Orientali dell'Universita La Sapienza di Roma, insignito del "Premio dell'Amicizia" per l'anno 2010, consegnatogli dal Premier Wen Jiabao.
Preside Masini, il 7 ottobre è stato insignito del China National Friendship Award: di che si tratta?

Si tratta di un premio ideato dall'Associazione cinese per l'amicizia tra i popoli, consegnato il 7 ottobre a dieci personalità italiane dal primo ministro Wen Jiabao in occasione della celebrazione del 40esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Repubblica Popolare Cinese e Italia.
L'onorificenza è stata assegnata a coloro che, a giudizio della Cina, si sono impegnati in attività di collaborazione e di scambio tra Italia e Cina.

Come si è svolta la cerimonia di premiazione?

Siamo stati chiamati uno per volta sul podio e abbiamo ricevuto una targa. Wen Jiabao ha pronunciato un discorso abbastanza coinciso sulla storia delle relazioni tra l'Italia e la Cina ricordandone i personaggi più importanti, come Marco Polo e Matteo Ricci. Ha preso poi la parola  Cesare Romiti, presidente della Fondazione Italia-Cina, che ha pronunciato un breve discorso a nome dei dieci premiati.

Quali sono state le altre personalità premiate?

Tra le altre, Marco Müller, presidente della mostra del cinema di Venezia e sinologo nato in Svizzera, Gabriele Menegatti, ex ambasciatore italiano in Cina, Vittoria Mancini, presidentessa dell'associazione Italia-Cina, Renzo Gubert, presidente dell'Associazione Parlamentare Amici della Cina, e infine Corrado Clini, direttore generale del Ministero dell'Ambiente.

In che modo pensa che la sua attività di sinologo abbia contribuito a diffondere la cultura cinese in Italia?

Il mio contributo sta nella diffusione della lingua cinese nel sistema scolastico italiano, soprattutto attraverso l'attività di didattica di questa lingua nell'università.

Qual è il significato che questo premio riveste nell'ambito della sua carriera e più in generale nella sua vita?

I premi in generale fanno piacere, lasciano però il tempo che trovano. Quello che conta sono i rapporti umani, quelli con gli studenti, con gli amici, ciò non toglie che i riconoscimenti sono sicuramente motivo di contentezza.

Ritiene che questo premio sia un atto formale in occasione della visita in Italia per il 40esimo anniversario delle relazioni tra i due Paesi, o che il governo cinese tenga realmente in grossa considerazione l'apporto che intellettuali e specialisti stranieri possono dare alla modernizzazione del Paese e al suo processo di apertura verso l'esterno?

Io credo che i cinesi siano realmente convinti che alcune persone che all'estero lavorano per diffondere la loro cultura possano contribuire notevolmente a migliorarne l'immagine.

Nei giorni della visita di Wen Jiabao in Italia si è parlato moltissimo di economia. Tuttavia l'assegnazione del premio dell'amicizia alla varie personalità da parte di Wen dimostra che la Cina non è interessata solo alle imprese ma anche alla cultura, specialmente alla diffusione della sua cultura all'estero. Berlusconi, da parte sua, ha dichiarato che auspica l'istituzione di un vero centro di cultura cinese in Italia – istituzione già presente tra l'altro in Francia e in Germania – riconoscendo che senza conoscenza non ci può essere buona impresa. Lei cosa ne pensa?

Gli scambi economici sono fondamentali perché, nel nostro caso, potrebbero essere il veicolo per  una più rapida uscita dalla crisi economica. Riguardo alla cultura, l'Italia non si renderà mai conto abbastanza che i rapporti culturali sono la base per il miglioramento delle relazioni a livello internazionale e quindi, evidentemente, un incremento dei rapporti culturali tra l'Italia e la Cina potrebbe essere di grande giovamento anche al commercio.

La presenza di circa 10mila studenti cinesi in italia e oltre 2mila studenti italiani in Cina è la prova della ritrovata sintonia tra i due Paesi? Conferma questi numeri? Come si sta muovendo attualmente il governo italiano per agevolare l'afflusso dei cervelli cinesi in Italia?

Non sono in grado di confermare i numeri ma sicuramente c'è stato un incremento enorme del numero degli studenti cinesi in Italia negli ultimi anni, diciamo a partire dalla visita di Ciampi in Cina [nel 2004, ndr]. Il problema è appunto che l'arrivo di questi studenti cinesi in Italia andrebbe organizzato e monitorato meglio da parte del Ministero dell'Università e della Ricerca. Le università dovrebbero essere messe in grado di avere le risorse per poter gestire questo numero di studenti che possono costituire una fonte incredibile di conoscenza e di avvicinamento tra i nostri due Paesi. Molti di questi studenti sono destinati a far parte della classe dirigente cinese negli anni a venire. Pertanto se adesso riuscissimo a ospitarli nel miglior modo possibile, in futuro loro ci potrebbero aiutare a migliorare i nostri rapporti, economici e culturali, con la Cina.

Ritiene di essere stato premiato anche per il contributo che ha dato all'incremento di questi flussi da quando dirige la Facoltà di Studi Orientali dell'Università La Sapienza di Roma?

Sicuramente. Penso proprio di sì.

Quali sono, a suo parere, le opportunità che il mercato del lavoro italiano offre agli studenti cinesi che si sono laureati in Italia?

In generale le offerte sono poche. Sicuramente il primo campo è quello dell'insegnamento del cinese, ma è poca cosa rispetto alle potenzialità che hanno questi studenti, in particolare nei settori tecnico-scientifici. Ritengo che la loro presenza potrebbe essere enormemente utile soprattutto nei laboratori di ricerca italiani, in particolare ai fini dell'internazionalizzazione del nostro sistema di ricerca.

Pensa che i prossimi anni vedranno la perpetuazione del fenomeno della cosiddetta "fuga dei cervelli al contrario", cioè dei giovani cinesi laureati in Italia che però tornano in Cina ad impiegare le loro competenze, oppure ritiene possibile un'inversione di tendenza?

Credo che, in generale, fatta l'eccezione di alcuni Paesi particolarmente ospitali – come gli Stati Uniti – gli studenti che hanno studiato all'estero continueranno a lasciare questi Paesi per tornare in Cina. Anche perché il governo cinese in questi anni sta lanciando dei programmi specifici per valorizzare coloro che hanno conseguito un titolo di studio all'estero e che poi fanno ritorno in patria.

Lei è un esempio per tutti i sinologi italiani e per tutti gli studenti che si affacciano solo ora sulla realtà cinese. Che consigli dà agli studenti che in Italia affrontano oggi un percorso di studi orientato alla Cina? 


Il primo consiglio che mi sentirei di dare loro è quello di iniziare a studiare queste materie presso la nostra Facoltà ma preparandosi anche ad affrontare delle lunghe trasferte in Cina. Noi possiamo offrire una formazione di base, ma la formazione superiore può essere acquisita soltanto andando in loco.

Non è un segreto che attualmente il mondo universitario sia fortemente slegato da quello dell'industria. Suggerirebbe a uno studente italiano di trasferirsi in Cina per "fare fortuna" o crede che il panorama italiano si stia preparando adeguatamente ad accogliere laureati con queste competenze?

Il mercato cinese è un mercato molto dinamico, nel senso positivo e negativo. Conosco molti studenti che avevano trovato impiego presso società importanti in Cina. Poi però queste società andate in crisi e hanno perso il lavoro. Chi vuole andare a stabilirsi in Cina deve essere pronto a dar prova di grande flessibilità, anche nell'ambiente lavorativo.

Un'ultima domanda. Che effetto le ha fatto stringere la mano a Wen Jiabao?


Avevo già avuto modo di vedere in primo ministro Wen Jiabao in almeno due o tre occasioni negli scorsi decenni. Oggi, ancora una volta, ho avuto l'impressione di un uomo molto cauto, estremamente colto e attento nelle relazioni. Devo dire che incontrare uomini di stato cinesi dà sempre l'impressione di avere a che fare con persone di grande spessore culturale e, in alcuni casi, anche umano.

di Melania Quattrociocchi