POETA HAIZI, TRA VITA E IMMORTALITA'

 

Per gentile concessione dell'Istituto Italiano di Studi Orientali dell'Universià di Roma La Sapienza, pubblichiamo un estratto della tesi di laurea di Serena De Marchi "Haizi: vita, poesia, immortalità".

 

Tesi di laurea magistrale in Lingue e Civiltà Orientali.
Titolo tesi: Haizi: vita, poesia, immortalità.
Relatore: prof.ssa Patrizia Dadò
Correlatore: prof. Federico Masini
Candidata: Serena De Marchi

 

Di Serena De Marchi

 

Il poeta ragazzo

 

Gli anni Novanta in Cina furono teatro di un vivace dibattito culturale che si sviluppò intorno alla figura del poeta Haizi 海子  (al secolo Zha Haisheng 查海生). Il suo suicidio all'età di 25 anni, insieme all'indole discreta e alla particolare sensibilità poetica, furono alla base di quello che diventò un vero e proprio processo di canonizzazione: Haizi venne celebrato come un eroe, un martire della poesia.

 

Nacque il 24 marzo 1964 in una famiglia contadina di un paesino della provincia dello Anhui. Nel 1979, con la riapertura delle università all'indomani della Rivoluzione Culturale, venne ammesso alla prestigiosa Università di Pechino, avendo ottenuto un punteggio altissimo all'esame di ammissione: aveva quindici anni. Specializzatosi in giurisprudenza, ben presto gli fu chiesto di ricoprire il ruolo di insegnante presso la facoltà di filosofia dell'Università di Scienze Politiche e Giuridiche di Pechino.

 

La sua produzione si inserisce all'interno di un contesto storico-culturale molto particolare; siamo negli anni Ottanta: la Repubblica Popolare si era appena rialzata dal fiasco della Rivoluzione Culturale e la produzione artistico-letteraria si stava risvegliando da un torpore durato quasi vent'anni.

 

Haizi appartiene a quella che la rivista non ufficiale sichuanese Materiali ad uso interno sulla poesia moderna  definisce la «terza generazione» (di san dai), indicando quei poeti nati dopo la Rivoluzione Culturale e attivi a partire dalla metà degli anni Ottanta. La corrente all'interno della quale viene ricondotta la sua poesia viene definita dagli studiosi “post-menglong” (后朦胧诗), in chiaro riferimento alla corrente letteraria precedente, la poesia menglong (朦胧诗). I poeti della terza generazione cercavano una nuova identità letteraria, che fosse basata sulla presa di coscienza universale delle infinite capacità e possibilità della lingua cinese. Le loro tecniche e i loro codici estetici si rifanno ad alcune teorie (come il post-strutturalismo e il post-modernismo) e sono in generale caratterizzate da: complessità testuale, attenzione alla vita quotidiana, uso di un linguaggio ordinario, irrazionalità.

 

Le sopra citate caratteristiche servono solo a delineare il contesto generale all'interno del quale ricondurre il corpus letterario di Haizi: sarebbe fallace, oltre che di dubbia utilità, operarsi per fornire una descrizione univoca della corrente post-menglong, dal momento che essa accoglie opere e autori decisamente eterogenei. 

 

La nascita del mito

 

Nel 1990, Xi Chuan, amico e collega di Zha Haisheng, nel saggio Huainian (Rimembranza) scriveva: «La morte del poeta Haizi diventerà uno dei miti della nostra epoca» . Il suo suicidio avvenne in un periodo cruciale per la storia cinese: il 26 marzo 1989,  poco prima che il movimento artistico e letterario venisse fisicamente e moralmente frantumato a Tian'an men, nel giugno 1989. È possibile che il cordoglio represso nei confronti della tragedia che seguì il movimento del Quattro Giugno si trasformò in un'intensa e diffusa acclamazione della morte del poeta. Haizi diventò, dunque, l'ultimo grande simbolo di libertà poetica e letteraria, un vero e proprio martire  (lieshi) della poesia. Una visione quantomai romantica, che considerava la creazione poetica come subordinata alla distruzione fisica dell'artista.

 

Michelle Yeh utilizza parole molto critiche per questo neonato cult of poetry : affermare la completa identità tra poeta e opera poetica significa negare l'indipendenza dell'arte. Per certi versi implicherebbe addirittura una «sottile forma di complicità con l'ideologia comunista» , perché rivelerebbe una forma mentis «utopica» e «assolutista», che implicitamente escluderebbe tutti gli altri approcci interpretativi alla poesia e all'arte.

 

L'eredità poetica di Haizi sarebbe dovuta andare in custodia all'amico e collega Luo Yihe, editore della rivista Ottobre (Shi yue). Purtroppo anch'egli morì a pochi mesi di distanza dall'amico, nel maggio 1989, in seguito a un'emorragia cerebrale. Nel saggio La vita di Haizi (Haizi de shengya)  che scrisse poco prima di morire, Luo aveva messo in relazione i problemi irrisolti che il poeta aveva nei confronti della sua poesia con la sua stessa morte, suggerendo che il suo suicidio sarebbe stato la conseguenza di una forte tensione derivata da questi problemi. In altre parole, secondo Luo, Haizi morì per la poesia.

 

È innegabile, dunque, che una certa parte di critici e intellettuali cinesi sia rimasta effettivamente affascinata dalla figura del giovane poeta, al punto da elevarlo a uno status di semi-divinità.
Nel 1999, in occasione del decimo anniversario della morte di Zha Haisheng, venne pubblicato un volume editato da Cui Weiping: Bu si de Haizi  (L'Haizi che non muore); si tratta di una raccolta di saggi commemorativi della vita e dell'opera del giovane poeta (tra gli altri ci sono anche i contributi di Xi Chuan e dello stesso Luo Yihe); il tono è molto emotivo ed ovviamente celebrativo.

 

D'altro canto, tuttavia, qualcuno stentò a riconoscere in Haizi quella grandezza poetica che gli avrebbe legittimato un posto tra la schiera dei “miti del nostro tempo”. Intellettuali come Yi Sha o Qin Bazi affermarono, anzi, che troppa attenzione era stata posta sul “fenomeno” Haizi, e per questo erano state trascurate invece quelle singolarità poetiche che stavano emergendo negli anni Novanta, altrettanto degne di lode. Yi Sha addirittura definì “spazzatura”  tutti i suoi scritti, ad eccezione delle poesie brevi, e  Qin Bazi affermò che nessuno aveva ancora avuto il coraggio di dire la verità riguardo i poemi di Haizi, definendo «scadente»  il giudizio critico finora espresso sul giovane autore.

 

Ovviamente l'eco di questo fermento culturale arrivò anche in Occidente: i primi ad affrontare l'opera di Haizi furono Maghiel van Crevel e Michelle Yeh. Van Crevel, nel riferirsi a questa pubblica acclamazione dell'opera e della figura di Haizi, adopera il termine tanatografia . Secondo il sinologo olandese, la poesia e la vita di Haizi furono lette l'una come rappresentazione dell'altra: il suo suicidio diventò il finale ineluttabile del suo percorso personale e letterario. Questa visione, che vuole l'opera di Haizi essenzialmente subordinata alla sua morte, oltre ad essere irrimediabilmente parziale, inevitabilmente trascura alcuni elementi che servono a comprendere la sua costruzione poetica in maniera onesta.

 

Occorre, perciò, affrontare Haizi e la sua opera, separando, quel tanto che basta, la sua vita personale dalla sua poesia. Si tratta di re-interpretare Haizi, alla luce delle sue reali caratteristiche e potenzialità: quelle di un giovane poeta di talento, sensibile e fragile, che aspira a una poesia “epica”, ma che rimane vittima delle sue stesse angosce esistenziali. È necessario affrontare il mito con spirito critico: ne risulterà un Haizi sicuramente meno “divino” ma senz'altro più vero e più umano. 

 

La traduzione poetica

 

Tradurre una poesia significa innanzitutto stabilire un dialogo con essa, intenderla, parafrasando Claudia Pozzana, come una «razionalità singolare» . Tradurre una poesia significa averla scelta, aver scelto di tramandarla, e con essa il suo autore, facendola vivere in un contesto socio-geografico completamente diverso da quello in cui era stata pensata.Dal momento che lo scopo primario della poesia non è quello comunicativo, essa non riesce (e mai lo farà) a trasmettere perfettamente lo stato mentale di un individuo a un altro, e anzi, se lo facesse, non avrebbe ragione d'esistere. Pertanto la traduzione si colloca in un originale rapporto intimo con l'opera poetica, in cui il lettore viene, in un certo senso, escluso. Questa “intimità” apre la porta a infinite possibilità di esistenza della poesia tradotta in un contesto diverso, in una lingua diversa: in altre parole, la traduzione di poesia punta all'universalità. Il traduttore non è dunque un “comunicatore universale” che cerca di trasmettere il pensiero di un individuo al pubblico: il compito del traduttore è quello di avvicinarsi il più possibile a ciò che Claudia Pozzana definisce la «disposizione intellettuale fondamentale»  del poeta rispetto alla lingua, rimanendo cosciente della sua presa di distanza rispetto alle funzioni comunicative della lingua originale.

 

Seguendo l'analisi di Pozzana, la traduzione di poesia comprende tre dimensioni: il pensiero artistico, i saperi filologici, la ricerca filosofica. Il pensiero artistico è la cosiddetta «capacità di verità», ciò che il traduttore si propone di veicolare; il sapere filologico invece, così come quello linguistico e letterario, è lo strumento indispensabile per approcciarsi alla traduzione poetica; infine la filosofia, che è necessaria per la sua «capacità di illuminare (ma a volte anche di velare) la questione della pensabilità dell'arte» .


La poesia

 

Nonostante la produzione poetica di Haizi copra un periodo di soli 7 anni (dal 1982 al 1989), fu molto abbondante: scrisse più di 250 poesie, opere in versi e racconti. Era un grande conoscitore della letteratura cinese e di quella occidentale. Riferendosi alla letteratura che fu fondamentale per la sua crescita come poeta e che gli fu d'ispirazione, elaborò tra categorie: nella prima rientravano i grandi classici della poesia occidentale come Dante e Shakespeare; alla seconda appartengono quegli autori che egli definì «i principi che mai divennero re» : poeti dall'animo sensibile e tormentato, tra cui Shelley, Esenin, Holderlin, Poe, Marlowe, Dylan Thomas. Infine, l'ultima categoria è quella della poesia più alta di tutte, quella che comprende elementi di natura diversa e che contribuisce a costruire una sorta di «grande spirito dell'umanità» : le piramidi di Giza, le grotte di Dunhuang, l'Antico Testamento, i grandi poemi epici dell'India (Mahabharata a Ramayana), l'Iliade e l'Odissea, il Corano.

 

Haizi adotta prevalentemente il verso libero; la sua è una poesia individualista, dove l'ego del poeta compare distintamente. Spesso utilizza il flusso di coscienza (yishi liu), e per questo a volte la comprensione non risulta propriamente immediata. Ama utilizzare un interessante artificio retorico: quello della trasformazione repentina di un oggetto in altro. Ad esempio nella poesia Zihuaxiang (自画像 Autoritratto) scrive: Lo specchio è posto sul tavolo/ una ciotola/ il mio volto/ è la patata nella ciotola . Come se fossero una successione di immagini, i suoi versi descrivono questi cambiamenti, uno dopo l'altro.D'altronde Haizi amava l'arte figurativa, e nutriva una profonda ammirazione per Van Gogh, tanto da definirlo il proprio “fratello emaciato”. Egli ammirava il suo genio creativo, la sua capacità di saper vedere il mondo oltre il reale, e, da questa visione, saper creare un'opera d'arte. Di seguito la poesia intitolata Aer de Taiyang (Il sole di Arles), scritta nel 1984, dedicata proprio al pittore olandese.

 


Il sole di Arles
     -     al mio fratello emaciato



“Di tutto ciò che ho creato secondo la Natura, sono le castagne quelle che ho tratto via dal fuoco. Oh! Coloro che non credono nel sole rinunciano a Dio.”

Vado a sud
vado a sud.
Nel tuo sangue né amanti né primavere.
Né lune:
persino il pane scarseggia,
e gli amici ancor di più.
Solo un gruppo di bambini sofferenti, ingurgitano tutto.
Fratello mio emaciato, Van Gogh, Van Gogh.
Noncuranti sgorgano dalla terra
gli abeti e i campi di grano.
Come i vulcani, non badano alle conseguenze.
E poi da te
sgorga una vita superflua.
In realtà, uno solo dei tuoi occhi potrebbe illuminare il mondo,
ma tu vuoi usare il tuo terzo occhio, il sole di Arles.
Vorresti bruciare il firmamento e farne grezzi corsi d'acqua,
bruciare la terra e farla girare.
Alzi le tue mani giallastre, spasmodiche, i girasoli,
e inviti tutti coloro che han tratto via le castagne dal fuoco.
Non devi dipingere ancora il giardino degli ulivi di Cristo,
se proprio devi, dipingi la raccolta delle olive,
o una violenta palla di fuoco,
che sostituisca il padre del cielo.
Pulisci bene la vita,
fratello dai capelli rossi, finisci il tuo assenzio.
Accendi questo fuoco.
Ardi.



阿尔的太阳
 —— 给我的瘦哥哥



一切我所向着自然创作的,是栗子,从火中取出来的。啊,那些不信仰太阳的人是背弃了神的人。



到南方去
到南方去
你的血液没有情人和春天
没有月亮
面包甚至都不够
朋友更少
只有一群苦痛的孩子,吞噬一切
瘦哥哥凡• 高,凡• 高啊
从地下强劲喷出的
火山一样不计后果的
是丝杉和麦田
还是你自己
喷出多余的活命的时间
其实,你的一只眼睛就可以照亮世界
但你还要使用第三只眼,阿尔的太阳
把星空烧成粗糙的河流
把土地烧得旋转
举起黄色的痉挛的手,向日葵
邀请一切火中取栗的人
不要再画基督的橄榄园
要画就画橄榄收获
画强暴的一团火
代替天上的老爷子
洗净生命
红头发的哥哥,喝完苦艾酒
你就开始点这把火吧
烧吧

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