PER L'ITALIA CONTA POCO LA RIPRESA CINESE

di Eugenio Buzzetti e Alessandra Spalletta


Twitter@Eastofnowest e Twitter@ASpalletta

 

Pechino, 18 lug. - Gli ultimi dati trimestrali pubblicati il 16 luglio scorso vedono la Cina in lenta ripresa, con un leggero avanzamento del settore manifatturiero dopo sei mesi di rallentamento e la promessa da parte del governo di continuare lungo la strada delle misure mirate per sostenere i settori in maggiore difficoltà. Cosa può significare la ripresa cinese per l'economia italiana, in questa fase? E quanto conta l'Italia per la Cina nello scacchiere internazionale? AgiChina lo ha chiesto ad Alberto Forchielli, managing director di Mandarin Capital Partners, che ha fondato nel 2006.
 
 
Gli ultimi dati trimestrali cinesi, superiori alle aspettative degli economisti, danno una Cina in lenta ripresa. Il governo ha annunciato che continuerà nella direzione delle misure mirate per la ripresa dell'economia, con investimenti che vanno nella direzione del piano di urbanizzazione decennale varato lo scorso anno. Che riflessi può avere per noi?
 
Hanno ridato liquidità e hanno aumentato la spesa di carattere infrastrutturale. Noi sostanzialmente esportiamo per il 50% macchinari - quindi siamo molto legati all'investimento manifatturiero - e poi esportiamo moda, quindi siamo molto legati ai consumi di lusso. Diciamo che i settori per noi trainanti non sono proprio centrali a quest'ultima manovra del governo per ridare fiato all'economia. E' un po' fuori obiettivo, dal nostro punto di vista. Non sono ripartiti i consumi di lusso e gli investimenti manifatturieri in Cina, per cui secondo me questa ripresa per noi significa poco.
 
Come vede i cinque pacchetti di cooperazione tra Italia e Cina sui temi dell'agro-alimentare, dell'urbanizzazione, della sanità, dell'ambiente, dell'aero-spazio? Le imprese italiane stanno cercando un posto al sole per le commesse derivanti da questo processo di urbanizzazione. Quante possibilità abbiamo di inserirci in questo processo? Dobbiamo temere la concorrenza di altri Paesi che stanno cercando di fare lo stesso, come, per esempio, la Germania?
 
Il programma di urbanizzazione non è molto import-driven: è un'urbanizzazione massiva e l'offerta è quasi tutta locale. Difficilmente vedremo un grande contributo diretto alle importazioni da un processo di urbanizzazione. Lo stesso vale anche per i progetti di grandi infrastrutture: fanno un sacco di treni e un sacco di metropolitane. Possiamo fare il segnalamento, ma sulle infrastrutture siamo fuori: lo siamo sempre stati e non rientriamo certo adesso. Non è che questi nuovi investimenti infrastrutturali o anche urbani possono dare fiato a un grande boom di importazione. Anzi, con il tempo, i beni importati saranno sostituiti dai beni prodotti localmente. In fondo, il treno ad alta velocità è cinese, con tante componenti occidentali o giapponesi, che con il tempo, però, vengono sostituite. La domanda pubblica non vede le imprese straniere privilegiate. Sono abbastanza neutrale su questo. La domanda per le imprese straniere si ha nei beni di capitale di alta qualità e nei consumi certificati. Ovviamente la Germania ha sempre prodotto i capital goods, soprattutto componenti e macchinari: la stessa cosa che facciamo noi. In un piano di urbanizzazione e infrastrutture, finché non riparte l'investimento industriale in modo massivo, non ci sarà spazio per noi. E devono anche ripartire i consumi di lusso che in questo momento sono abbattuti dalla lotta alla corruzione, e quindi sono in calo, in Cina.
 
Secondo una recente analisi del Pew Research Institute, l'Italia è uno dei Paesi che ancora oggi vede meno di buon occhio l'espansione della Cina negli ultimi decenni. Quali sono le conseguenze di questo approccio in termini di ritardi e di mancata competitività?
 
In Italia ci sono vari problemi. Primo, il nostro paese è quello che più ha sofferto della concorrenza cinese, per la natura della sua struttura industriale. Eravamo in settori non avanzati che sono stati i primi a risentire della concorrenza cinese. Secondo, le piccole imprese fanno fatica ad andare in Cina e quando ci vanno sono poco difese. Abbiamo subito molte copiature e diversi danni: c'è molta disaffezione all'interno del mondo industriale rispetto alla Cina, a parte rari casi. Poi abbiamo Prato, che è una pessima vetrina per la Cina in Italia. Aggiungo un ultimo fatto criminale commesso da Suntech in Puglia, cosa che non ha lasciato un segno favorevole presso l'opinione pubblica in Italia, quindi non c'è da meravigliarsi se l'opinione pubblica italiana ha un feeling di non estrema simpatia per la presenza cinese.
 
La Cina ha rinnovato di recente interesse nel Porto del Pireo in Grecia, che potrebbe diventare uno dei punti di approdo delle merci cinesi in Europa, invece di Gioia Tauro, come si pensava fino a a qualche tempo fa. Che conseguenze avrebbe questa scelta per l'economia e lo sviluppo italiani?
 
Basta, è finita. Il gioco dei porti con la Cina si è concluso. Le merci cinesi passeranno dalla Grecia attraverso i Balcani. Con questo si chiude una speranza che in me era morta molti anni fa. Si è aperta e chiusa. Io l'avevo data per morta otto anni fa, e in gran parte per incapacità nostra, della nostra burocrazia e delle nostre infrastrutture. Se fossi un cinese preferirei cento volte andare al Pireo, piuttosto che a Gioia Tauro, dove c'è la ndrangheta e dove manca un pezzo di ferrovie. Faccio prima a passare per il Pireo o per i Balcani. Queste speranze in me erano morte nel 2006. Le ho aperte e chiuse nel giro di dodici mesi, quando mi sono reso conto della consistenza dei nostri porti. Poi c'è la vecchia esperienza di Singapore a Genova. Senza contare che i nostri porti sono tutti insaccati e non si riesce a costruirci intorno. Non esiste una speranza per i nostri porti nei confronti della Cina.
 
Cosa si aspetta la Cina dal semestre di presidenza europeo dell'Italia?
 
Io credo che la Cina voglia convenire sul BIT (Business Investment Treaty) che apre e facilita ulteriormente gli investimenti reciproci. Non ci sono grandi temi con l'Europa: il riconoscimento dell'economia di mercato non avverrà; l'embargo sul militare non verrà certamente tolto. Sul Business Investment Treaty che si sta negoziando si sono fatte alcune riunioni. I Cinesi potrebbero avere qualche interesse a chiuderlo in fretta, ma è un interesse moderato. Quello che vogliono dall'Europa già ce l'hanno. I Cinesi gradiscono un'apertura ufficiale sugli investimenti in Europa che non riescono ad avere dagli Stati Uniti e che probabilmente mai avranno. A parte questo, non ci sono temi particolari sul tavolo.
 
La nuova Brics Bank è, come dicono in molti, un ente anti-FMI? Come si dovrebbe porre l'Italia rispetto alla nuova banca di sviluppo delle economie emergenti?
 
Hanno fatto benissimo a fare la Brics Bank, perché ormai la Banca Mondiale e le altre banche multilaterali sono strutture burocratiche, inefficienti e inutili. Sarebbero ormai da smantellare. Per l'Italia cambia poco. La Brics Bank finanzierà progetti di infrastrutture: noi una volta eravamo grandi contrattisti. Eravamo importanti, ma adesso il nostro ruolo nelle infrastrutture come grandi contractor mondiali è diventato molto marginale. Una volta eravamo i secondi contrattisti al mondo, adesso non lo siamo più: ci sono i coreani, i cinesi stessi, gli americani. Non ha nessuna implicazione né positiva né negativa per l'Italia, però personalmente credo che se fossi stato un cinese l'avrei fatta e l'avrei sponsorizzata.
 
Uno yuan più flessibile, come promesso settimana scorsa dal governatore della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, sarebbe una notizia positiva per l'economia italiana e per le nostre esportazioni? In che modo?

 
Gli americani insistono sul discorso che lo yuan è sottovalutato: secondo me lo yuan non è sottovalutato. Dissento dalla linea americana. Certo, è molto meglio avere il renminbi flessibile, ma non dobbiamo farci illusioni che possa essere soggetto a grandi rivalutazioni. Nessuno sospetta grandi rivalutazioni della valuta da uno yuan flessibile. E comunque, i cinesi faranno in modo di liberalizzare la moneta quando saranno sicuri che non schizzerà verso l'alto. Mi aspetto il giusto: non dobbiamo farci illusioni. In questo momento mi va bene anche uno yuan che oscilla in una banda.
 
Lei recentemente si è espresso in un articolo sulle due clearing banks che verranno aperte a Londra e Francoforte. Che riflessi potrebbero avere sull'economia europea e italiana le due nuove stanze di compensazione per lo yuan offshore?

 
In teoria si dovrebbero abbattere i costi di transazione. Si dovrebbe avere un cambio diretto euro-yuan e si dovrebbe avere accesso alla moneta cinese a costi inferiori e con più facilità. Quindi possiamo aspettarci un aumento nel volume degli scambi, anche se non è detto che avvenga in export. Potrebbe, invece, aumentare l'import: ci andrei molto cauto. E' un aspetto molto positivo nel mondo finanziario, però l'Italia non è nessuno nel sistema finanziario. Non possiamo avere grandi vantaggi. E' bene che succeda: sono favorevole all'internazionalizzazione del renminbi. E' un'ulteriore valuta alternativa, ma per l'Italia non significa niente di particolare. Ha molto significato per Londra che diventerà la piazza finanziaria di eccellenza per lo yuan offshore in occidente, e che è piazzata per capitalizzare su questo. Noi no. Prima Londra, e poi al limite Francoforte dove c'è la sede dell'euro, mentre la Gran Bretagna è ancora sul pound. Però al di là di Londra, Francoforte e in parte Lussemburgo, non vedo grandi  benefici: perchè la diminuzione dei transaction costs aumenterà gli scambi. E questo potrebbe anche accelerare il nostro deficit nei confronti della Cina.
 
Shanghai Electric è di recente entrata in Ansaldo Energia e State Grid è in ascesa per entrare in CDP Reti. Come vede l'interesse cinese per il comparto energetico italiano? Che scenari di cooperazione potrebbero aprirsi?
 
Sono due cose separate. L'accordo tra Shanghai Electric e Ansaldo è sacrosanto, perché i cinesi non hanno tecnologia sulle turbine a gas e Ansaldo è l'unica al mondo che gliela può dare. Ansaldo, però, ha bisogno di grandissimi investimenti per migliorare la tecnologia, che è una vecchia tecnologia Siemens, e non ha i soldi e solo con i capitali cinesi può farcela, per cui il matrimonio sulla carta è ottimo. Bisogna stare attenti che tutto lo sviluppo delle nuove generazioni di turbine non venga fatto in Cina, perché a quel punto, una volta che viene data la tecnologia, noi chiudiamo la fabbrica di Campi. Vedo positiva anche l'ascesa di State Grid in CDP Reti perché i cinesi per entrare hanno dovuto strapagare e i cinesi quando investono in occidente o comprano carri rotti che nessuno vuole, oppure strapagano le cose buone, come in questo caso. Hanno fatto l'offerta migliore e sono contento che ci siano, e che la nostra Cassa Depositi e Prestiti incassi dai cinesi un prezzo superiore rispetto a quello che avrebbe potuto incassare da altri concorrenti. Sotto il profilo finanziario sono quelli che pagano di più, quindi bene. Però, non vedo grandi sinergie industriali.

 

18 luglio 2014

 

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