Pechino contro Tajani: "Non siamo i colonizzatori in Africa"

Il ministero degli Esteri contro il presidente del Parlamento Europeo: "60 miliardi in cooperazione"

Pechino contro Tajani: "Non siamo i colonizzatori in Africa"

Durissimo rimprovero del Ministero degli Esteri cinese al presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, per l'intervista rilasciata al giornale tedesco Die Welt in cui sostiene che "l'Africa è a rischio di diventare una colonia cinese" e che alla Cina non interessi la stabilità del continente, ma solo le risorse naturali come riporta un articolo pubblicato on line dalla China Central Television, l'emittente televisiva statale cinese. Il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Lu Kang, ha definito "scioccanti" le parole di Tajani. "Non ho idea di quale logica lo abbia spinto a queste conclusioni. Gli consiglierei di parlare dopo avere imparato i fatti di base, cosa che potrebbe rendere più seri i suoi commenti", è stato l'affondo di Lu. "Il concetto di colonialismo non esiste nella politica estera cinese né nella sua filosofia diplomatica".

Cina non soffre "macchia del colonialismo"

Nella lunga e articolata risposta alle frasi del presidente del parlamento europeo che compare integralmente sul sito web del Ministero degli Esteri cinese, Lu Kang spiega la posizione di Pechino nel continente: la Cina non soffre della "macchia del colonialismo" e "quello che davvero unisce i popoli cinesi e africano è stata la battaglia del continente africano contro il colonialismo europeo", che è "all'origine della povertà, delle turbolenze e di alcuni conflitti nell'Africa odierna". Lu ha poi ricordato il sostegno cinese all'Africa e gli aiuti promessi dal presidente cinese, Xi Jinping, per sessanta miliardi di dollari durante il viaggio in Sudafrica del dicembre 2015. Lu ha infine aggiunto che la Cina si augura che l'Ue possa "davvero aumentare i suoi investimenti in Africa e prendere iniziative concrete per aiutare i Paesi africani a uscire dalla povertà e a raggiungere lo sviluppo indipendente. Questa è la nostra speranza". 

La presenza in Africa tra cooperzione e aiuti

La Cina si divide tra cooperazione economica, aiuti e necessità di proteggere i propri investimenti nel continente africano. L'impegno più concreto nei confronti dell'Africa lo ha preso il presidente cinese, Xi Jinping, durante la visita in Sudafrica del dicembre 2015, durante la quale ha annunciato aiuti per sessanta miliardi di dollari al continente per la realizzazione di dieci grandi progetti di sviluppo infrastrutturale. La Cina, aveva poi sottolineato Xi, punta a realizzare una partnership strategica e complessiva con tutto il continente, che nei primi quattordici anni del ventunesimo secolo ha visto arrivare finanziamenti cinesi per oltre ottanta miliardi di dollari, secondo le stime del China-Africa Research Initiative. Dal 2009, Pechino è il primo partner commerciale dell'Africa, anche se i primi sei mesi del 2015 avrebbero visto un calo del 40% degli investimenti cinesi nel continente rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente: la spiegazione degli analisti era legata, all'epoca, alla lenta ripresa globale, alle fluttuazioni dei prezzi delle commodities e all'epidemia di Ebola, che hanno scoraggiato gli investitori.

Investimenti e ricerca materie prime

Il giudizio più comune sulla presenza cinese in Africa è legato proprio al bisogno di investimenti transazionali da parte dell'Africa e, dal punto di vista cinese, al bisogno di materie prime per la propria economia e alle opportunità che la crescita del continente può schiudere al gigante asiatico. E Pechino è sempre più presente nel continente: oggi solo due Paesi (il Burkina Faso e lo Swaziland) riconoscono Taiwan invece della Repubblica Popolare Cinese. A dicembre scorso anche la piccola isola di Sao Tomè and Principe aveva scelto di riconoscere la Cina invece di Taiwan, anche a fronte di investimenti cinesi che surclassavano di decine di volte quelli provenenti dall'isola. 

Investimenti in aumento su Via della Seta Marittima

Gli investimenti sono destinati ad aumentare, in futuro, almeno per quei Paesi che decideranno di cooperare con la Cina nello sviluppo della Via della Seta Marittima. Nei giorni scorsi, a Pechino era arrivato in visita il presidente del Madagascar, Henry Rajaonarimampianina. Durante il vertice tra i due capi di Stato, il Madagascar si era detto favorevole ad aumentare la cooperazione con la Cina  all'interno dell'iniziativa di sviluppo infrastrutturale di Pechino "Belt and Road". La cooperazione sotto il cappello dell'iniziativa lanciata da Xi nel 2013, è già cominciata e vede in primo piano soprattutto i Paesi della fascia costiera orientale del continente, che rappresentano per Pechino uno snodo fondamentale per il versante marittimo dell'iniziativa.

A Gibuti prima base navale cinese

Proprio in Africa, a Gibuti, la Cina ha deciso, a novembre del 2015, di aprire la prima base navale al di fuori del Paese, che servirà per la navi cinesi che operano sotto l'egida delle Nazioni Unite e a "proteggere la pace e la stabilità regionale e globale". Il tema della stabilità e della sicurezza è uno dei più sentiti da Pechino nel continente: nel 2015, a pochi mesi di distanza, sono morti tre ingegneri del gruppo statale China Railway Construction Corporation al Radisson Blu Hotel di Bamako, in Mali, dopo un agguato jihadista, e un diplomatico cinese in Somalia, in seguito all'attacco al Jazeera palace Hotel di Mogadiscio, dove sorge l'ambasciata cinese, che ha provocato la morte di un diplomatico di Pechino, entrambi avvenuti nel 2015. Anche prima di allora, Pechino aveva dovuto gestire problemi di sicurezza, come nel 2011, quando allo scoppio della guerra nella Libia di Gheddafi aveva evacuato in pochi giorni trentacinquemila connazionali che vivevano e operavano nel Paese. Il problema si ripresenta periodicamente, ma non blocca gli investimenti che continuano a riguardare tutte le aree del continente.


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