NESSUNO VUOLE LA RIVOLUZIONE

NESSUNO VUOLE LA RIVOLUZIONE

Milano, 11 mar.- «Minyi», volontà popolare. «Shehui gongdao», equità sociale. Sono le parole al centro di una serie di commenti pubblicati sui giornali cinesi dalla seconda metà di febbraio in avanti. Termini diventati - guarda caso - cruciali, da quando le rivolte che stanno cambiando il volto del mondo arabo hanno cominciato a far temere al partito comunista una degenerazione delle proteste che da anni minano la tanto propagandata "armonia" sociale. Ecco allora la serie di editoriali apparsi sul Renmin Ribao, organo ufficiale del comitato centrale del Pcc, che sembra voler assicurare i lettori che il partito e i suoi leader sono perfettamente consapevoli dei problemi che affliggono i cinesi e che si stanno attrezzando per risolverli. «Dobbiamo affrontare con forza il problema della disparità di reddito», titola l'editoriale del 15 febbraio; «Un approccio razionale alla questione cruciale della giustizia sociale» è invece quello del 16 febbraio. 

 

Non potendo scrivere della temuta "rivoluzione dei gelsomini", i commenti pubblicati sui giornali cinesi in queste settimane si concentrano sulle cause che avrebbero potuto scatenarla. Tra i più articolati c'è un lungo editoriale, ovviamente in linea con la propaganda ufficiale, scritto da un membro della scuola di partito della provincia dello Shandong, Wang Qiubo, uscito l'1 marzo sullo Xuexi Shibao. Il titolo: «Per affrontare correttamente le contraddizioni interne alla popolazione è necessario un nuovo approccio». Il nuovo approccio proposto da Wang (che, come propaganda vuole, fa riferimento eufemisticamente a non meglio specificate «contraddizioni») si suddivide in sei punti, tutti orientati a garantire una migliore comunicazione tra società e potere per ridurre le possibili cause di instabilità. Primo: «costruire e perfezionare un sistema di espressione della volontà popolare». Secondo: «rafforzare il sistema di rappresentanza degli interessi». Terzo: «creare un meccanismo razionale per il coordinamento degli interessi». E poi ideare un sistema «per compensare gli interessi», per «rimuovere efficacemente le contraddizioni sociali», per «armonizzare la psicologia sociale» e per «aumentare la capacità di garantire la sicurezza pubblica e di gestire improvvisi disordini». Le riflessioni più interessanti sono quelle in corrispondenza del primo e dell'ultimo punto, che, come gli altri, sottolineano il ruolo cruciale della comunicazione nel mantenimento della stabilità. «Rendere possibile l'espressione della volontà popolare è uno dei requisiti indispensabili per una gestione corretta delle contraddizioni sociali - premette Wang -. Per raggiungere questo obiettivo, bisogna moltiplicare i canali di espressione disponibili e creare mezzi sicuri con cui le persone possano esprimere i propri sentimenti di insoddisfazione, in modo da alleviare le crisi e i conflitti prodotti dalle contraddizioni». Secondo l'editorialista, potrebbe essere utile a ciò la creazione di un «sistema di "ricevimento", con giornate a "porte aperte", linee telefoniche dedicate, ma anche con veri e propri orari di visita riservati al pubblico che vuole incontrare i funzionari, così da ascoltare direttamente la voce della gente e capirne i sentimenti, riducendo i filtri e le possibilità di travisamento delle comunicazioni».

 

Nei punti successivi, Wang sottolinea come le istituzioni (dall'Assemblea nazionale del popolo alla conferenza politico-consultiva) debbano dialogare maggiormente con la società, magari attraverso le organizzazioni intermedie o le strutture di base: «Bisogna rafforzare la capacità di raccolta e rappresentazione dei sentimenti della gente tipica delle organizzazioni di partito a livello di base, così che la volontà popolare possa essere rappresentata in modo tempestivo e completo». E mentre chiede ai «responsabili di partito e di governo a ogni livello» di utilizzare «i metodi dell'educazione, della consultazione e della mediazione e i mezzi politici, legislativi, economici e amministrativi per gestire in modo tempestivo e razionale i problemi espressi dalle masse», invita a riflettere anche sull'importanza di creare una «atmosfera psicologica salutare e positiva a livello sociale». Questo, per Wang, vuol dire sia far sì che le persone si fidino di quanto viene comunicato dalle istituzioni, sia «creare un sistema di sostegno psicologico sociale efficace, rafforzando l'assistenza alle masse svantaggiate, fornendo immediato soccorso alle vittime in caso di "incidenti" sociali e facendo visite e sopralluoghi a posteriori, per garantire l'efficacia a lungo termine dell'armonizzazione delle contraddizioni sociali». Ma soprattutto - ed è su questo che Wang chiude il suo commento - bisogna aumentare la capacità delle istituzioni di gestire improvvisi disordini. E le istruzioni qui sono precise: «Creare un database delle "contraddizioni" emerse e istituire un sistema di monitoraggio per analizzare cause scatenanti, andamento e tempi di incubazione dei disordini, al fine di intercettare tempestivamente gli eventuali segnali di allarme e gestirli in modo appropriato». Un po' quello che sembra accaduto nel caso della (immaginaria) "rivoluzione dei gelsomini": i potenziali partecipanti sono stati arrestati prima ancora che il movimento di protesta potesse manifestarsi.

 

Nel suo commento uscito sul Jingji Guangcha Bao, Yu Chongsheng, vice direttore della scuola di politica e management pubblico dell'Università di Wuhan, prova invece a guardare le cose più dal punto di vista dei cittadini che delle istituzioni preoccupate di mantenere la stabilità sociale. «Per risolvere i problemi esistenziali ed economici delle persone, bisogna partire dai concetti di dignità e di diritti - inizia Yu -. Il partito e il governo devono porre maggiore attenzione alla protezione pratica dei diritti delle masse, stabilendo innanzi tutto il principio dell'equità dei diritti dei diversi soggetti sociali». Secondo Yu, questo è un obiettivo che la Cina, «nel processo di realizzazione della riforma e della transizione a un sistema di mercato», ha fallito, con il risultato che «imprese e lavoratori sono sottoposti a trattamenti arbitrari: le une dal punto di vista fiscale, gli altri dal punto di vista salariale e della protezione sociale e pensionistica. Questa situazione ha prodotto non solo una immediata ineguaglianza nei diritti dei cittadini, ma anche evidenti disparità nelle possibilità di sviluppo di ciascuno». Naturalmente, si affretta a puntualizzare Yu, dall'avvio della politica di riforma e apertura «la Cina ha fatto molti progressi nel garantire la dignità degli individui, prestando sempre maggiore attenzione alla volontà dei singoli e non alla volontà generale. Il processo però è lungo e alcune amministrazioni locali, nel portare avanti i propri piani, hanno spesso sottovalutato l'importanza della dignità individuale dei cittadini, dando così vita a problemi sociali». Yu ne elenca alcuni: «Sono esempi tipici le demolizioni forzate, gli arresti arbitrari, la persecuzione di giornalisti come criminali. Queste azioni non solo violano la dignità dei singoli individui coinvolti, ma hanno anche gravi ripercussioni sulla stabilità sociale e sulla credibilità del governo e del sistema legislativo». Yu, però, non si sofferma troppo sugli aspetti pratici della questione: «La dignità dei cittadini è un aspetto importante dei diritti umani - afferma in tono solenne -. Solo garantendo alle persone libertà e dignità si può migliorare l'ambiente sociale e si possono risolvere davvero le problematiche esistenziali ed economiche della gente». E assicura: «Difendere i diritti delle persone è una delle preoccupazioni centrali in un paese socialista». Come questo si possa tradurre in azioni concrete, però, non viene discusso dall'editorialista.

 

di Emma Lupano

 

Emma Lupano, giornalista professionista e dottoranda di ricerca sui media cinesi, cura per AgiChina24 una rassegna stampa bisettimanale volta a cogliere pareri autorevoli di opinionisti cinesi in merito a temi che si ritengono di particolare interesse per i nostri lettori

 

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