NASCITA DI UNA SUPERPOTENZA

NASCITA DI UNA SUPERPOTENZA

Milano, 16 dic.- Il rapporto speciale dell'ultimo numero di The Economist è di fatto, a mio parere, il certificato di nascita della nuova superpotenza (in fieri) Cina. Il titolo del rapporto, "Amico o nemico", annuncia il tema del documento: la Cina sarà amica o nemica degli Stati Uniti e insieme porteranno il mondo al disastro o allo sviluppo pacifico?

 

Il rapporto dà per scontato che queste due nazioni saranno i due (soli) principali protagonisti del secolo appena cominciato, con buona pace per noi europei. L'articolo di presentazione del rapporto speciale dà poi un'altra piccola informazione che avvalora la tesi che la Cina "stia studiando" da superpotenza: tra la fine del 2003 e l'inizio del 2004 molti dei più importanti uomini di governo della Cina dedicarono due interi pomeriggi letteralmente a studiare la nascita delle grandi potenze nell'arco di tutta la storia umana. Commento a margine: sarebbe bello che anche qualche governo europeo (italiano?) dedicasse ogni tanto – in modo strutturato – del tempo a studiare in prima persona, a fondo e insieme, temi rilevanti per il nostro continente e per le nostre nazioni. 

 

Se possiamo dunque ritenere che oramai anche The Economist, nel ruolo di anagrafe del mondo, abbia emesso il certificato di nascita, la domanda è se e in quanto tempo questa nuova superpotenza raggiungerà l'età adulta e con quali effetti sui popoli del mondo. Ovviamente nessuno è in grado di fare previsioni e tutto può accadere. Non è nemmeno certo che la Cina ce la faccia a diventare una superpotenza completamente sviluppata o che invece incappi in incidenti di percorso; lo stesso The Economist, giusto poche settimane fa, ipotizzava che l'India si sarebbe sviluppata più facilmente e con meno rischi avendo invece la Cina di fronte a sé il "passaggio alla democrazia". Personalmente, come ho avuto modo di dire anche su queste colonne, non sono così certo di questa tesi, ma indubbiamente il rischio di turbolenze politiche interne al Paese e di conflitto sociale grave esiste.

 

 

Anche se ce la farà a divenire in alcuni decenni una grande superpotenza, è invece ancor più incerto quale profilo assumerà. Sarà una superpotenza pacifica? Solo soft power? Se solo soft power, quanto invasivo o pervasivo? Amica o nemica degli Stati Uniti (e dell'Occidente)? Domande di una certa importanza per il mondo e per le quali nessuno ha una risposta.

 

 

Da tempo i sinologi tendono a dire che la Cina ha una tradizione di non aggressione. Già Matteo Ricci diceva (1583): "La Cina è differentissima dalle altre terre e genti, perciochè è gente savia, data alle lettere e puoco alla guerra, è di grande ingegno e sta adesso più che mai dubia delle sue religioni o superstizioni …" Tuttavia il comportamento (molto) passato di una nazione, non credo sia garanzia del comportamento futuro. Peraltro incidenti come quello del peschereccio nelle acque territoriali delle Isole Diaoyu (in cinese) o Senkaku (in giapponese) di un paio di mesi fa e della conseguente reazione della Cina non depongono certo a favore di una speranza di comportamento savio ed equo.

 

 

E' però vero, a mio parere, che nel processo di crescita di questa superpotenza, il comportamento degli altri attori mondiali non sarà irrilevante nel definirne le caratteristiche.  Al di là della previsione (che nessuno può fare) su cosa accadrà, è quindi più interessante ragionare su quello che noi possiamo fare per condizionare al meglio questa crescita. Indubbiamente gli Stati Uniti hanno un compito importante. Il convincere la Cina che il confronto inevitabile tra i due principali attori mondiali non deve essere necessariamente sempre di conflitto a somma zero, credo sia il primo e più importante obiettivo per gli Stati Uniti. In questo senso dovrebbero dimostrare che ci sono delle regole e delle prassi mondiali che loro sono i primi a rispettare, anche se purtroppo nella storia recente hanno commesso diversi errori (dalla guerra preventiva in Iraq al mancato rispetto dei diritti umani ad Abu Ghraib e Guantanamo, ecc.)

 

 

Però forse la domanda più importante è che cosa potremmo fare noi italiani ed europei.

 

 

Ci sono due livelli di azione. Il primo è a livello di stati o di Unione Europea. L'obiettivo che credo dovremmo darci è quello di essere un partner della Cina per favorirla nel suo sviluppo. Quindi continuare a facilitare l'interscambio commerciale, gli investimenti reciproci, gli accordi bilaterali su temi scientifici e culturali, accordi diplomatici eventualmente anche in alternativa agli Stati Uniti. La Cina dovrebbe percepirci, come Paesi e come Unione, come partner aggiuntivi – non conflittuali - con gli Stati Uniti, ma dai quali può ottenere ciò che magari non riescono ad ottenere dagli Stati Uniti. Il tutto nello spirito di una sana competizione e non di alternativa faziosa. In questo campo l'Europa ed i Paesi europei possono e devono giocare al meglio, oltre alla dimensione economica, la dimensione tecnologica, scientifica e culturale.

 

 

Il secondo è il livello delle aziende e delle loro associazioni imprenditoriali. Su questo livello dobbiamo tutti convincerci che entrare massicciamente nel mercato cinese non è solo una grande opportunità, ma anche un interesse strategico del "nostro mondo".  Raggiungere questa convinzione significa però anche comprendere che per essere veramente nel mercato cinese occorre imparare ad operarci alla cinese. Occorre avere anche grandi ambizioni, perché le dimensioni del mercato e del Paese sono grandi e chi non vuole accettare la sfida della dimensione rischia di essere rapidamente emarginato. Non ci possiamo quindi limitare a restare ai margini del mercato (come la stragrande maggioranza delle aziende italiane e anche europee fanno) accontentandoci di piccole quote "da stranieri in Cina".

 

 

Occorre attaccare la "pancia" del mercato. Occorre agire da cinesi, con strutture cinesi, con posizionamenti cinesi; ovviamente il "cuore e lo spirito" (ovvero strategie e sistemi gestionali) devono essere europei, ma questo non si deve vedere (e forse neanche sapere) dall'esterno. Occorre anche sfruttare le potenzialità che il Paese offre e "ingaggiarlo" su tutto il fronte, non solo quello produttivo e commerciale. Occorre ad esempio sfruttare il potenziale creativo dei giovani cinesi, il potenziale di ricerca delle università cinesi, la feconda diversità dei comportamenti cinesi, la tradizione culturale della Cina, ecc.

 

 

Questo significa investire non solo in produzione e commercio, ma anche in centri di ricerca, in attività culturali, in supporto alle istituzioni, ecc.  Questo è il modo, che fa bene a tutti – Italia, Europa, Cina, mondo – per rendere la Cina veramente attore positivo della comunità internazionale e per evitare che si chiuda nei suoi confini e da lì voglia "dominare" il mondo. In un certo senso questa strategia dell'Italia e dell'Europa è riassumibile nel vecchio proverbio cinese:"attirare la tigre fuori dalla montagna".

 

 

Paolo Borzatta

 

 

Paolo Borzatta è Senior Partner di The European House-Ambrosetti

 

La rubrica "La parola all'esperto" ha un aggiornamento settimanale e ospita gli interventi di professionisti ed esperti italiani e cinesi che si alternano proponendo temi di approfondimento nelle varie aree di competenza, dall'economia alla finanza, dal diritto alla politica internazionale, dalla cultura a costume&società. Paolo Borzatta cura per AgiChina24 la rubrica di economia

 

 

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