Managing Partner di GREATWAY ADVISORY

Managing Partner di GREATWAY ADVISORY
Shanghai, 30 apr. – Intervista all'Avvocato Giovanni Pisacane, Managing Partner di Greatway Advisory a Shanghai.

Vi definite una "boutique" consultancy company. Greatway Advisory offre consulenza legale alle imprese. I vostri maggiori clienti sono europei, americani e cinesi. Come e quando nasce lo studio e quali prospettive per il futuro? Quali sono le vostre maggiori competenze?

La nostra struttura nasce nel 2004 a seguito di un mio viaggio di lavoro a Shanghai quando decisi di aprire un ufficio stabile per seguire in modo adeguato i clienti già presenti in Cina. Oggi abbiamo due uffici che operano a Shanghai e a Pechino e dieci professionisti (cinesi e italiani) che lavorano stabilmente con noi. All'inizio ci siamo concentrati sullo sviluppo del settore legale assumendo tramite l'assunzione di avvocati cinesi; oggi, invece, stiamo incrementando la divisione che si occupa del controllo di gestione e revisione contabile e fiscale, affiancando contabili cinesi a contabili italiani in modo da facilitare le comunicazioni con i clienti. L'integrazione di competenze legali e contabili sotto lo stesso tetto ha incrementato il valore aggiunto dei nostri servizi professionali. Inoltre, alla luce delle nuove dinamiche di mercato, ci stiamo specializzando in operazioni più complesse di M&A.

Parliamo delle aziende italiane. Di recente è stato modificato il procedimento per la costituzione di un ufficio di rappresentanza in Cina. Le procedure sono più semplici? Anche registrare il marchio è più facile o l'imprenditore italiano si presenta ancora impreparato alla cosiddetta regola del "first to file"?

A dire il vero oggi il Governo cinese ha adottato un regime più severo dal punto di vista fiscale e di controllo sugli uffici di rappresentanza. Per quanto riguarda, invece, la registrazione di un marchio, si tratta di una attività non particolarmente costosa o complessa, anche se non banale  - delicata è la scelta di una eventuale traslitterazione in cinese o la corretta ricerca di anteriorità di marchi identici o similari -, e richiede tempi di attesa molto lunghi. Inoltre, è da sottolineare che manca ancora una tutela del marchio depositato e non definitivamente registrato. Il problema maggiore è che molte imprese italiane non hanno una vera e propria strategia di tutela della proprietà industriale e arrivano ancora oggi impreparate per affrontare le criticità che, da questo punto di vista, presenta il mercato cinese.

Come ha raccontato l'avv. Emanuela Verrecchia ai microfoni di Mordere il Mondo (la rubrica radiofonica di Radio Radicale in collaborazione con AgiChina24), la  Cina non è più il Paese della contraffazione; al contrario, il Paese di Mezzo ha ormai da tempo iniziato a consolidare la presenza di brand locali sul mercato internazionale (Lining, Haier, per citare alcuni dei più noti).  Questo si è tradotto in una maggiore tutela della proprietà intellettuale in Cina?

La normativa cinese in merito alla tutela della proprietà industriale (marchio,brevetto o copyright) è sufficientemente sviluppata, in continua evoluzione e implementazione. Tuttavia si riscontra ancora un gap tra le disposizioni normative varate dal Governo e il sentire comune; in pratica, vi possono essere delle difficoltà applicative che rendono parzialmente inefficaci le stesse disposizioni normative. In caso di contenzioso, ad esempio, chi pretende la tutela delle proprietà industriale è tenuto a produrre in giudizio una serie di prove che non sempre sono facilmente acquisibili o che richiedono molto tempo e denaro. Per non parlare dell'eventuale prova sulla richiesta di danni derivanti da violazione della proprietà industriale. Nonostante il legislatore abbia fatto molti passi avanti, insomma, restano ancora alcune lacune e difficoltà pratiche, specialmente in sede applicativa e di tutela giudiziaria.

La Cina sta riconvertendo il mercato interno e punterà sempre di più sullo sviluppo dei consumi; in futuro l'economia cinese non sarà più trainata solo dagli investimenti diretti esteri. Gli FDI sono tuttavia in continuo aumento: il totale per il 2009 è di 90.03 miliardi di dollari, un -2.6% rispetto all'anno precedente. Gli investimenti produttivi delle aziende italiane verso quali settori si concentrano? Meglio una joint venture o una wfoe?

Andiamo verso una veloce "normalizzazione" del mercato. Puntando sul mercato interno la Cina ha potuto velocemente -  ed egregiamente  - uscire dalla crisi mondiale. Le aziende italiane, concentrate anch'esse a servire direttamente o indirettamente il mercato interno, hanno rapidamente ripreso la produzione e incrementato il fatturato. Devo dire che la presenza delle aziende italiane in Cina rispecchia il quadro produttivo del nostro paese, che è essenzialmente multisettoriale. Seguiamo aziende italiane che operano in Cina con propri stabilimenti produttivi nel settore dell'elettronica, dell'automotive, del meccano-tessile, della produzione di abbigliamento, della chimica e dell'arredamento. Un panorama variegato a cui si aggiungono molte società di trading (dall'alimentare al fashion) e, ultimamente, anche società di consulenza professionale, quali studi di architettura e ingegneria. Il dilemma della scelta tra WFOE o JV è stato risolto ultimamente - almeno per quanto possiamo osservare noi - con una decisa adesione al modello della società interamente a capitale straniero (WFOE). Almeno nei settori in cui la scelta della JV non è ancora una strada obbligata. La tendenza dell'ultimo periodo, inoltre, è quella di entrare sul mercato non più con una incorporazione ma direttamente mediante una operazione di acquisizione dell'intero capitale di una società cinese che, pur essendo indubbiamente una scelta rischiosa, offre degli indubbi vantaggi operativi.

Sono in aumento le operazioni di M&A tra aziende italiane e cinesi?

L'aumento è significativo anche se, quando parliamo di sistema Italia, i numeri rimangono contenuti. Sebbene nel 2009 vi sia stato un arresto delle operazioni straordinarie (comprese le nuove incorporazioni per società produttive), oggi vi è una ripresa interessante che proietta nuovamente le aziende italiane in Cina. Le operazioni di M&A, come dicevo, sono certamente in crescita e non solo per le aziende italiane.

Anche gli investimenti cinesi all'estero hanno registrato un trend positivo nel 2009, raggiungendo quota 43.3 miliardi di dollari, +6.5% anno su anno. Eppure, come scrive Lorenzo Stanca in un editoriale pubblicato da AgiChina24, l'attesa di acquisizioni e investimenti diretti cinesi nel nostro Paese e in Europa non si è finora materializzata. Non ancora…

Vi sono alcune considerazioni doverose. La prima è propriamente culturale. Vi è una certa ritrosia dei cinesi a investire fuori dall'Asia, dove le barriere culturali e linguistiche sono ancora molto difficili da superare. Per non parlare di alcune difficoltà burocratiche che sono ancora pesantemente ostative (ad esempio in materia di visti). La seconda ragione è che in Cina c'è ancora molto da fare. Il mercato interno è potenzialmente enorme e gli investimenti redditizi. Gli investimenti strategici cinesi si sono concentrati in altre aree geografiche (ad esempio Africa e USA) anche se in Europa abbiamo già visto operazioni interessanti. Ad esempio, nel settore automobilistico. Non nascondo, peraltro, l'interesse di molte società italiane a trovare investitori cinesi per quote anche di minoranza, non solo per motivi strettamente finanziari, ma anche - e soprattutto - per motivi strategici e di apertura di nuovi mercati. Attendiamo quindi ancora un po' perché la spinta verso l'estero sarà, ed in parte lo è già, una normale conseguenza della crescita del mercato interno.  A conferma di quanto detto, anche noi abbiamo già in mano alcuni mandati di investitori cinesi che sono alla ricerca di società target in Europa, e dunque è solo questione di tempo…

L'Expo 2010 sarà una grande occasione per l'Occidente di fare affari col Dragone, o per il Dragone di osservare il mondo e capire che strada prendere?

L'Expo 2010 è davvero una grande occasione per tutti. Spero lo si capisca bene, anche se per molti non "addetti ai lavori", l'EXPO resta un evento poco chiaro. La Cina mostrerà il meglio di sé e aprirà ulteriormente le porte all'Occidente.  E' una occasione di business ma anche di migliorare l'integrazione e la reciproca comprensione. Staremo a vedere cosa succederà.

Ultima domanda legata alla cronaca di questi giorni. Una tassa sulla proprietà per frenare la corsa del mercato immobiliare e la notizia – subito smentita dal CSRC - di una moratoria sulla ricerca di capitali da parte delle compagnie.  Gli ultimi dati sul mercato immobiliare rendono sempre più urgente un chiaro intervento del governo cinese. Il rischio di una bolla speculativa è reale?

Certamente il Governo cinese interverrà nei prossimi mesi per cercare di regolamentare al meglio il mercato immobiliare, in continua crescita e con picchi non sempre giustificati.  Trattandosi di un settore strategico, non è così facile intervenire. Tuttavia, a differenza di altri paesi dove il real estate era trainante rispetto ad altri (è sotto gli occhi di tutti quello che è successo a Dubai), in Cina la crescita del settore è legata alla corsa e al consolidamento della sua economia e del mercato interno. Pertanto, sebbene il rischio di una bolla speculativa incombe sempre in situazioni simili, al momento ritengo che occorra solo una migliore regolamentazione e qualche provvedimento che possa rallentare un po' la corsa del settore, con indubbi benefici di medio lungo termine anche per la stabilizzazione dell'economia cinese.

di Alessandra Spalletta e Sonia Montrella