MAGHREB BRUCIA, I SILENZI DI PECHINO

MAGHREB BRUCIA, I SILENZI DI PECHINO

Torino, 25 feb. - Il 2011 è destinato a passare alla storia come l'anno in cui la sponda sud del Mediterraneo ha cambiato faccia. Ad oggi non sappiamo quale assetto assumeranno paesi come Tunisia e Egitto, ma di certo sarà un profilo che dovrà tenere conto della straordinaria capacità di pressione di cui le fasce più giovani della popolazione, messe in relazione dai social network dell'epoca di internet, si sono dimostrate capaci, e di cui sono ormai pienamente consapevoli.


Sebbene l'attenzione di cancellerie e opinioni pubbliche sia oggi focalizzata sul grande Medio oriente, serie ripercussioni rischiano in futuro di lambire altri paesi retti da sistemi di governo autoritario, a partire dalla Repubblica Popolare Cinese. Osservare quali apparati governativi nei diversi paesi hanno reagito alle notizie provenienti da Tunisi e il Cairo, d'altra parte, è istruttivo per cogliere la differente qualità della sfida che i recenti avvenimenti portano ai grandi del mondo. Negli Stati Uniti i terminali in allerta sono il Pentagono, la Casa Bianca e la Segreteria di Stato, costretti a un ripensamento radicale della politica estera e di sicurezza di Washington nella regione. A Londra si sono attivati il mondo del business e il Foreign Office, mentre a Roma l'attenzione dei soggetti preposti all'approvvigionamento di energia ha fatto da contraltare al lungo e imbarazzato silenzio di Palazzo Chigi. L'unico paese del G20 in cui a mobilitarsi sono stati soprattutto i dipartimenti preposti alla sicurezza interna è la Cina.


Il Ministero degli Esteri di Pechino è stato tra gli ultimi a pronunciarsi sulla crisi in Africa settentrionale. Solo l'11 febbraio scorso il portavoce ministeriale Ma Zhaoxu ha rilasciato un breve commento sul caso egiziano, in cui sottolinea l'urgenza di riportare l'ordine e l'opportunità di trovare uno sbocco per la situazione senza interferenze dall'esterno. Si tratta di sollecitazioni genericamente il linea con i principi cardine della politica estera cinese – tutela della stabilità e non-interferenza negli affari interni degli Stati – che lasciano intuire lo sconcerto della dirigenza della RPC di fronte al crollo di regimi finora ritenuti inamovibili.


I vertici di Zhongnanhai, il "Cremlino" cinese al centro di Pechino, hanno fondati motivi di preoccupazione. Le "Rivoluzioni dei gelsomini" hanno anzitutto una valenza "normativa", in quanto mostrano che la presunta "eccezione araba" all'aspirazione alla democrazia è in realtà inconsistente. Anche l'eccezionalismo cultural-geopolitico cinese, sovente richiamato nella narrativa ufficiale, ne esce indirettamente indebolito.


Ma vi sono risvolti più immediati e tangibili. A Pechino non può passare inosservato il fatto che le rivoluzioni abbiano trionfato seguendo una tattica neo-gandhiana, fatta di disobbedienza civile pacifica ma acuta, volta a rendere un paese tanto ingovernabile da spingerne i vertici ad abbandonare il potere. Soprattutto, colpisce l'assenza di una regìa politica dei movimenti di piazza: né a Tunisi, né al Cairo sono stati i partiti d'opposizione o figure carismatiche a guidare le proteste. Queste condizioni sono potenzialmente replicabili in Cina, dove il Partito Comunista Cinese ha sistematicamente smantellato ogni potenziale organizzazione d'opposizione, ma in cui sono censite 420 milioni di utenze internet, di cui oltre il 70% utilizzate in prevalenza da giovani under-30, secondo ricerche di settore.


Non stupisce, quindi, che le notizie sugli avvenimenti nel mondo arabo siano state oscurate sui mezzi di comunicazione cinese fino a quando l'apparato di propaganda ha elaborato un indirizzo da fornire ai media per i propri reportage e commenti. Lo stesso presidente cinese Hu Jintao avrebbe sottolineato che l'attuale finestra di opportunità per lo sviluppo della RPC va salvaguardata in ogni modo, invocando la massima stabilità e un ancor più accurato controllo sulla "società virtuale".


Già da sabato 19 febbraio le forze di sicurezza di Pechino hanno iniziato a limitare gli spostamenti di una serie di attivisti, reagendo a un messaggio anonimo trasmesso sul sito internet boxun.com e contenente l'invito a ritrovarsi in piazza in 13 città – incluse Pechino e Shanghai – per una "Rivoluzione del gelsomino", con lo slogan "Cibo, lavoro, casa e equità" (questo articolo e questo articolo). Le ricerche sul web contenenti la parola "gelsomino" sono state bloccate, e il monitoraggio dei siti di micro-blogging cinesi si è fatto intenso al punto da danneggiare i rating di alcune società cinesi attive nel campo, secondo il Financial Times. In realtà i pochi cittadini cinesi scesi in piazza il 20 febbraio si sono trovati sovrastati dal numero di giornalisti e forze di sicurezza, che hanno subito disperso gli assembramenti. L'Ambasciatore statunitense Jon Huntsman, trovatosi casualmente nei pressi del McDonald's di Wangfujing interessato da uno di questi assembramenti, ha rimediato una brutta figura (nessuno che lo avesse avvisato di quanto stava accadendo?).


È evidente che le circostanze sociali ed economiche in cui versa la RPC sono radicalmente diverse rispetto alla stagnazione che affliggeva Tunisia ed Egitto. Paradossalmente, però, il successo stesso dello sviluppo cinese può avere risvolti problematici. Se, come riportano autorevoli quotidiani cinesi e occidentali, le imprese cinesi faticano a trovare manodopera, la probabilità di un continuo incremento dei salari diviene reale. Unita al crescere dei prezzi di generi alimentari ed energia (stimolati dalla siccità che la Cina sta patendo - questo articolo - e dalla contrazione nella produzione di idrocarburi nei paesi arabi destabilizzati – questo articolo -), questa dinamica può portare a fiammate inflattive sempre pericolose in una società già segnata da risentimenti diffusi per le crescenti disuguaglianze e l'endemica corruzione. 


I vertici dell'amministrazione Hu-Wen, in procinto di passare la mano a una nuova generazione di leader, si trovano quindi a contemplare un doppio bivio. A livello interno, si ripropone il dilemma della sostenibilità dell'attuale "patto sociale tacito" che prevede la compressione dei diritti politici dei cittadini cinesi in cambio di un rapido sviluppo economico: è davvero pensabile che questa strategia non debba prima o poi scontrarsi con un momento di rallentamento della crescita, e non sarebbe allora pericoloso aver attrezzato la RPC con pochi strumenti di gestione pacifica dello scontento popolare?


In ambito internazionale, torna a palesarsi la mediocrità di una politica estera che appare sempre più "tattica" e meno strategica. Dall'ormai seconda potenza economica del mondo, che si autoproclama campione dei paesi in via di sviluppo, ci si sarebbe aspettati un atteggiamento più costruttivo rispetto agli eventi che scuotono la porzione settentrionale di un continente – l'Africa – cui Pechino professa non da oggi di voler guardare con speciale attenzione.


di Giovanni Andornino

 

Giovanni Andornino è docente di Relazioni Internazionali dell'Asia Orientale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino e la Facoltà di Scienze Linguistiche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore; è Vice Presidente di T.wai, il Torino World Affairs Institute.Dal 2009 Visiting Professor presso la School of Media and Cross Cultural Communication, Zhejiang University Hangzhou (PRC), Giovanni è Fellow della Transatlantic Academy del German Marshall Fund of the United States per il 2010.Giovanni è General Editor del portale TheChinaCompanion (www.thechinacompanion.eu), specializzato in politica, relazioni internazionali ed economia politica della Cina contemporanea. Dal 2007 coordina TOChina, l'unità di lavoro sulla Cina attiva presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino.

 

La rubrica "La parola all'esperto" ha un aggiornamento settimanale e ospita gli interventi di professionisti ed esperti italiani e cinesi che si alternano proponendo temi di approfondimento nelle varie aree di competenza, dall'economia alla finanza, dal diritto alla politica internazionale, dalla cultura a costume&società. Giovanni Andornino cura per AgiChina24 la rubrica di politica internazionale.

 

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