LE RELAZIONI SINO-COREANE DURANTE L'EPOCA TANG

di Adolfo Tamburello*

 

Napoli, 18 dic. - Coi Tang (618-907) si rinnovavano i disegni imperialistici cinesi sulla Corea. La penisola era all'epoca divisa in tre regni, quelli di Koguryo, Sinla e Paekche. L'imperatore Gaozong (r. 649-683) tentava di “pacificare” lo scacchiere mancese-coreano alleandosi con Sinla contro Koguryo e, al sud della penisola, con Paekche. Le armate T'ang invadevano e occupavano Paekche nel 659, senza che Koguryo  potesse intervenire, impegnato com'era contemporaneamente contro i Cinesi sul fronte settentrionale. Le popolazioni di Koguryo e Paekche erano decimate dalle perdite sul campo e dalle deportazioni di prigionieri come schiavi in Cina: circa 200 mila da Koguryo, almeno 13 mila da Paekche. I T'ang prendevano prigioniero il re di Paekche, Ui Cha (r. 641-660) e lo traducevano in Cina con la sua famiglia. Paekche era annessa all'impero T'ang come una provincia.

 

Proseguita la lotta congiunta dei T'ang con Sinla contro Koguryo, anche questo era sconfitto nel 668 e annesso all'impero. Sinla rimaneva l'unico regno superstite in Corea, ma la prospettiva di una dipendenza dai T'ang che riproponeva lo stato coloniale della Corea ai tempi dell'impero Han (201 a.C.-220 d.C.), induceva Sinla a far leva sulle forze restanti di Paekche e Koguryo per unirle ai propri eserciti contro le guarnigioni cinesi lasciate di stanza e costituire quindi uno stato unitario coreano. Dopo conflitti che si prolungavano per circa sei anni, le truppe T'ang erano ricacciate e, finalmente padrona del campo, nel 675, Sinla realizzava un'unificazione, inaugurando il periodo del“Grande Sinla” che sarebbe durato fino al 935. Il nome esprimeva la supremazia imposta su Koguryo e Paekche, le cui nobiltà erano solo in parte assimilate ai ranghi della nuova aristocrazia e gratificate dalla redistribuzione di terre fra le grandi casate.

 

I Tang accettavano lo stato di fatto e vedevano ora il Grande Sinla modellato in parte sul proprio impero, col territorio diviso in province, prefetture, distretti. La burocrazia era però a preminente estrazione nobile e istituita ai fini di una centralizzazione dei poteri incuneata fra i grandi domini fondiari, in grado solo di moderare i privilegi dell'aristocrazia. Un sistema castale rigidamente stratificato continuava a pesare su una popolazione legata alla gleba che stentava a emanciparsi.

 

I Tang ricevevano il riconoscimento ufficiale dell'alta sovranità e regolari tributi. Molti coreani studiavano in Cina ed entravano nei quadri della burocrazia imperiale o compivano il noviziato presso monasteri cinesi. Il buddhismo si aggiungeva all'interno di tutta la Corea come elemento di conservazione dell'ordine costituito e operava in funzione del consolidamento aristocratico. In cambio del sostegno ecclesiastico, la dinastia edificava e restaurava templi e monasteri, concedeva loro terre e uomini e conferiva ai monaci ranghi di nobiltà e corrispondenti rendite economiche. Altri templi sorgevano sotto il patrocinio di nobili e con la devozione delle masse.

 

L'influenza della Cina dominava la vita e la cultura. La capitale Kyongju era pianificata sul modello di Chang'an; l'architettura e le arti seguivano tecniche e stili cinesi. Il cinese era mantenuto lingua ufficiale e letteraria; il coreano era depositato in scrittura prima per mezzo di caratteri cinesi presi con valore fonetico, poi mediante un complesso sistema alfabetico, che si tramanda fosse inventato dal letterato Sol Ch'ong alla fine del secolo VII e che è ricordato col nome di idu o it'o. L'innovazione era evidentemente suggerita dalla conoscenza delle lingue alfabetiche dell'India e dell'Asia centrale portatavi dal buddhismo attraverso il canale cinese. Della produzione letteraria dell'epoca non è giunto alcun originale. È tramandata una letteratura storica e biografica specialmente a cura del monachesimo buddhista. Ne erano autori alcuni dei primi immortalati “Dieci saggi”: del secolo VIII Kim Taemun, soggiornante a lungo in Cina ed attivo fra il 702 ed il 737. Nella lirica, i poeti producevano hyangga (“poesie indigene”), cioè in vernacolo, distinte da quelle in cinese. Una raccolta di hyangga era ordinata nell'888 da una regina.

 

L'archeologia, se non i monumenti sopravvissuti, ha confermato le planimetrie e gli stili cinesi di città, templi, palazzi sia della capitale sia dei centri provinciali, come pure la preminenza acquisita all'epoca nelle arti monumentali da quelle buddhiste. Il Pulguksa, ancora esistente nell'area di Kyongju, risaliva al VI secolo, ma era interamente ricostruito nel 752 con addobbi di sculture di pietra e di bronzo di ispirazione cinese. Il celebre tempio rupestre del Sokkulam, nelle vicinanze di Kyongju, che era edificato pure nel 752 in una grotta artificiale, era decorato da  bassorilievi in granito che si annoverano tra i capolavori della scultura buddhista dell'Asia orientale. Altri rilievi con iconografie buddhiste dell'epoca sono stati scoperti sulle rupi delle “montagne meridionali” presso Kyongju, mentre sulla cima di un monte presso Chinchou, Chungchong Pukto, in prossimità di un antico tempio in grotta, è stata scoperta una grande raffigurazione del Buddha, scolpita nella roccia, alta 12 metri, che risale probabilmente al secolo VII e costituisce la più grande immagine rupestre conosciuta fino a oggi in Corea. Il prestigio goduto dal buddhismo concentrò il mecenatismo artistico, mentre influiva anche sulle arti funerarie, nel cui ambito le urne cinerarie sostituivano i sontuosi sarcofagi delle monumentali tombe a tumulo dell'antica tradizione regale di derivazione da quella imperiale cinese. Reperti di vasellame hanno parimenti illustrato come, sotto l'influenza cinese e probabilmente sotto la guida di vasai cinesi, cominciassero a essere perfezionate le tecniche di invetriatura e di smalti sulle ceramiche.

 

Intanto, esuli da Paekche e Koguryo che non si erano piegati né ai Cinesi né a Sinla erano riparati ai confini mancesi-coreani, ove un alto ufficiale del caduto Koguryo, Tae Choyong, costituiva il regno di Chin, proclamandosene sovrano, nel 698, col nome di Kowang (“re Ko”). Nel 713 il regno adottava il nome di Parhae (cin. Bohai) da quello dello stato costituito intorno al 696 da popolazioni tunguse nomadi e sedentarie, in maggioranza di nazionalità Malgal (cin. Mo Ho), sulle quali l'aristocrazia profuga da Koguryo si imponeva come classe dominante. Il sistema amministrativo era di tipo cinese. L'efficiente organizzazione militare teneva però testa ai tentativi dei Tang e del Grande Sinla di scompaginarlo e gli consentiva di espandersi nel corso di un secolo a spese sia del Grande Sinla sia della Cina Tang, arrivando al Sud fino a Pyongyang e al Nord al Sungari, a Ovest allo Yalu. Stabiliti infine rapporti pacifici con entrambi i vicini, teneva intensi scambi commerciali, armando anche una marineria che allacciava contatti fin col Giappone. Il regno era distrutto nel 926 da Abaki (cin. Abaoji), il fondatore della potenza dei Kitan (cin. Qidan), che un decennio dopo fondavano l'impero Liao sui resti di Parhae e di altri territori sottratti ai Tang. Esuli dal regno di Parhae rientravano in Corea.

 

18 dicembre 2014 

 

*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.

 

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