LA SUMMER SCHOOL A TORINO SULLA CINA

LA SUMMER SCHOOL A TORINO SULLA CINA
Torino, 15 lug. - Si è svolta a Torino, dal 27 giugno all'8 luglio, la quinta edizione della summer school TOChina dedicata alla politica, alle relazioni internazionali e alla political economy della Cina contemporanea. Il corso, organizzato dalla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino con il sostegno della Fondazione CRT e con il supporto di T.wai (Torino World Affairs Institute), ha riunito 32 studenti (soprattutto studenti di master e dottorandi) da molteplici nazioni, dalla Lituania a Taiwan, dalla Cina Popolare all'Australia, dalla Gran Bretagna alla Slovacchia, per una full-immersion di lezioni e seminari con alcuni tra i migliori esperti della Cina a livello europeo e mondiale. Il filo conduttore che ha unito gli interventi è rappresentato dal tentativo di offrire almeno delle chiavi di lettura, se non delle risposte, a due domande fondamentali: è possibile coniugare sul piano interno sviluppo economico e riforme politiche che diano spazio alle nuove istanze sociali che lo sviluppo stesso ha contribuito a far nascere?  E' scontato che l'inevitabile ritorno della Cina sulla scena mondiale metta a rischio la sicurezza della regione e, in ultima analisi, l'ordine egemonico americano, con conseguenze imprevedibili?

 

 

La lezione introduttiva è stata tenuta da Richard Baum, che dall'alto della sua ultraquarantennale esperienza di 'China watcher' ha offerto una panoramica sulla realtà politica ed economica cinese a partire dal 1978, soffermandosi poi a lungo sulle sfide attuali che il Partito Comunista Cinese (PCC) deve dimostrare di saper affrontare. Mentre Deng ha lasciato in eredità al PCC la fine dell'ideologia, la fine del principio della distribuzione egualitaria, e la fine dell'autarchia, contribuendo a innescare meccanismi di aumento della ricchezza del Paese, paradossalmente la nuova leadership che succederà a Hu Jintao e Wen Jiabao dovrà recuperare la fiducia morale della popolazione, come sottolineato anche da Kerry Brown, di Chatham House, in un successivo intervento. Fu la crisi polacca del 1980 a convincere Deng a posticipare le riforme politiche di almeno un decennio,  e a "lasciare che qualcuno si arricchisse per primo". Poi nel 1989 arrivò la morte dell'erede designato, Hu Yaobang, i carri armati entrarono in Tian' anmen, e la turbo-crescita degli anni di Jiang Zemin e Zhu Rongji, che innescò la corsa verso lo sviluppo, fece passare in secondo piano la necessità di ammodernare l'assetto politico-istituzionale.

 

 

Dal 1989, l'attuazione di ogni tentativo di riforma sembra essere troppo rischiosa, in termini di stabilità e di tenuta del potere comunista, e quindi viene bloccata. Anzi, dal 2008 si registra un maggiore ricorso alla repressione per sedare gli episodi di rivolta che a migliaia (180.000 nel 2010) si susseguono nel Paese: oggi le spese per la sicurezza interna sono superiori a quelle per la difesa del Paese dal nemico esterno. Secondo Baum, il disagio sociale in Cina nasce non dalla constatazione dell'esistenza di diversi livelli di ricchezza (il coefficiente di Gini avrebbe superato il livello di 0.5, secondo stime non ufficiali), ma dall'ingiustizia con cui questa ricchezza viene distribuita. La percezione della corruzione dei quadri locali e dell'impossibilità spesso di fare valere i propri diritti (anche se formalmente riconosciuti) di fronte all'amministrazione pubblica è all'origine di questo sentimento diffuso.

 

 

Ci sono limiti a quella che Baum definisce 'authoritarian resilience'?

Hanno ragione le teorie classiche della modernizzazione che prevedono che la crescita della classe media comporta una maggiore richiesta di democrazia o la Cina, con la cooptazione degli imprenditori nel partito, è l'eccezione che conferma la regola?

 

 

IL PARTITO

 

 

Il Partito è consapevole dei problemi sociali del paese, e ha attuato alcune riforme amministrative e legali che però non offrono alla popolazione alcun empowerment reale. In altre parole, è il meccanismo di trasmissione di feedback tra governanti e governati che non funziona: l'informazione può essere distorta o bloccata, a difesa dell'ordine sociale, e l'inaccessibilità dei decision-makers contribuisce a rafforzare il sentimento di protesta e di sfiducia verso il partito, soprattutto a livello locale. Baum sottolinea come in assenza di questo sfogo la società civile si stia organizzando attorno a tematiche tecnicamente "apolitiche" ma in realtà dalle conseguenze politiche rilevanti, quali l'ambiente, la sicurezza alimentare, la corruzione. Se è vero che i regimi autoritari possono prolungare la propria esistenza garantendo nuove opportunità economiche, al contempo reprimendo le lagnanze della popolazione, Baum è moderatamente ottimista perché negli ultimi anni in Cina è aumentata la velocità di diffusione delle attività bottom-up di liberalizzazione sociale, che rappresentano la precondizione della liberalizzazione top-down.

 

 

In realtà, Kerry Brown ha osservato come lo scollamento palese in Cina tra élite e popolo non sia molto diverso dalla disaffezione che l'elettorato dei paesi democratici industrializzati nutre oggi nei confronti dei propri politici. Per questo il partito, se vuole mantenere il potere, dovrebbe riprendere il discorso con la nazione, onorando la sua legittimità storica (quali sono state le ragioni della nascita della RPC?), onorando i suoi successi politici e ideologici, ma soprattutto tornando a parlare ai cuori della gente.

 

 

Il dibattito all'interno dell'élite è molto acceso, come ha mostrato l'intervento di Jing Huang (CICR, Pechino), fellow del programma Global Emerging Voices (GEV) di T.wai. Nel partito convivono tre "tradizioni": quella neo-liberale, che auspica meno stato in economia e più integrazione nelle organizzazioni internazionali; quella maoista, parte della new left, che ritiene essenziale il mantenimento delle industrie di stato e una politica estera più nazionalista e più attenta agli "amici socialisti", e infine quella neo-confuciana, che auspica la salvaguardia dei valori tradizionali cinesi, in particolare quelli ispirati all'armonia sociale interna e alla convivenza pacifica tra le nazioni. Baum critica l'idea della new left secondo cui il partito rappresenta la democrazia (tutt'altro: la Cina è un paese guidato da un'élite), ma ne condivide la critica al capitalismo senza freni. Kent Deng, docente della London School of Economics, ricorda come le tre scuole riflettano tre sentimenti della Cina nei confronti dell'occidente: rispettivamente, adorazione, critica, fiducia. La stessa politica estera cinese cambia se e quando la Cina ridefinisce la propria identità.

 

 

D'altra parte, lo stesso Baum ritiene che non ci sia nulla di automatico nella concettualizzazione del nazionalismo e nella nascita di una "minaccia" cinese. Certo, i periodi di (relativo) declino dell'egemone e di (relativa) ascesa del potenziale sfidante sono pericolosi per la stabilità del sistema internazionale, ma il giusto senso delle proporzioni (il PIL pro capite cinese è ancora un dodicesimo di quello statunitense, e l'America è già una potenza del Pacifico) e il continuo coinvolgimento della Cina nelle questioni globali portano a credere che i realisti non per forza debbono avere ragione nel presagire una nuova guerra fredda. Tuttavia, è lecito attendersi che Pechino farà sentire la sua voce sempre più frequentemente.

 

 

STATI UNITI, CINA E INDIA

 

 

Una giornata intera è stata dedicata al ménage à trois tra Stati Uniti, Cina e India, elaborato da Ashley Tellis, del Carnegie Endowment for International Peace e già al servizio delle due amministrazioni di George W. Bush per la sua riconosciuta competenza sulla regione. Dopo avere offerto una straordinaria sintesi della storia dei rapporti sino-indiani, Tellis ha offerto una visione per i prossimi 30 anni: assisteremo probabilmente a una retorica dei buoni rapporti, in presenza di una continua ansietà geopolitica a livello inconscio (che genererà piccole frizioni) e di una continua espansione delle relazioni commerciali bilaterali. Secondo canoni ben noti alla dottrina realista, l'engagement economico convivrà con comportamenti atti a evitare che una delle due parti usi la ricchezza così acquisita contro l'altra. Le relazioni sino-indiane sono un gioco a più giocatori, giocato a più livelli, i cui sviluppi non sono scontati. Da un lato, bisogna considerare le relazioni della Cina e dell'India con gli Stati Uniti, dall'altro lato ci sono paesi importanti (come il Pakistan, il Bangladesh, gli stan dell'Asia centrale, la Russia, le nazioni del sud-est asiatico) che cercano di influenzare il comportamento dei due giganti asiatici. Cina e India non sono due giocatori indipendenti, e le opportunità di cooperazione coesistono con le profonde preoccupazioni generate da un ambiente internazionale fortemente instabile.

 

 

Cina e India sembrano anche seguire due diversi "modelli" di sviluppo, uno concentrato sulla società (indiana), l'altro sullo stato (cinese), come sottolineato da Ashok Malik, giornalista freelance basato a New Delhi, e GEV fellow.

 

 

Dalla presentazione di Jasim Alhosani, dell'Emirates Center for Strategic Studies and Research di Abu Dhabi, è emerso invece come la presenza degli interessi cinesi nell'area delle monarchie del golfo (riunite nel Gulf Co-operation Council) sia ancora limitata. L'area, peraltro, è saldamente situata nella sfera di sicurezza militare americana.

 

 

L'ASCESA CINESE

 

 

Il ribaltamento della versione ufficiale del partito secondo cui la dinastia Qing è stata caratterizzata da scarsa leadership e cattiva governance, mentre Mao Zedong ha riscattato l'onore della Cina è stato al centro dell'intervento di Kent Deng, ospite ormai fisso di TOChina, di cui sta per essere pubblicato il volume China's Political Economy in Modern Times: Changes and Economic Consequences, 1800-2000. Secondo Deng, la dinastia Qing seppe garantire un alto grado di libertà nella società ed elevati standard di vita (il 95% del PIL era nelle mani private), una forte crescita della popolazione (effetto dell'eliminazione delle carestie) e un welfare state embrionale. Il suo limite, che ne causò il collasso, fu rappresentato dall'incapacità di difendere il territorio e di esercitare il monopolio della violenza sul fronte interno. Mao scelse invece un'altra strada: una filosofia politica (il leninismo) importata dall'Europa attraverso Mosca. I risultati furono devastanti, a cominciare dai 30-60 milioni di morti del grande balzo in avanti, effetto di un modello di crescita basato sullo spreco nel nome della pianificazione, sullo sfruttamento dei contadini e sul dominio della politica sull'economia. Se Deng Xiaoping ha corretto queste storture, ora è necessario per la Cina salire la scala tecnologica, lottare contro le ineguaglianze ed espandere la classe media per assicurare la conversione dell'economia cinese dalle esportazioni ai consumi interni.

 

 

Sullo storico boom cinese circolano due teorie. Secondo la prima, condivisa da Andrew Batson, di Dragonomics, la crescita cinese rappresenta un nuovo episodio di un processo economico naturale, basato sull'esperienza est-asiatica. All'opposto, coloro che hanno studiato l'America Latina sostengono che la crescita cinese sia sostenuta da distorsioni economiche e perciò potrebbe fermarsi in qualsiasi momento.

 

 

Paesi come la Corea e il Giappone in realtà sono stati molto più veloci della Cina nel processo di catching up tecnologico ed economico con i paesi industrializzati, e questi stessi paesi a un certo punto della crescita hanno iniziato a rallentare. Mentre è lecito quindi aspettarsi un percorso simile in Cina, le dimensioni contano: la spinta all'urbanizzazione ha ancora vent'anni di corsa davanti a sé (Batson ha anche dedicato un'intera lezione alla bolla immobiliare), e un'altra decade di crescita relativamente veloce non sarebbe senza precedenti, a condizione che non vengano fatti errori di politica economica (come avvenne in Thailandia e in Malaysia). Per questo la governance economica sarà cruciale: mentre i paesi poveri crescono attraverso la semplice accumulazione del capitale, i paesi a medio reddito devono basarsi di più sui guadagni in efficienza. In particolare, la Cina dovrà fare i conti anche con l'andamento demografico di una società sempre più vecchia e che passerà dal surplus alla carenza di manodopera.

 

 

La Cina è ormai presente in tutti i dibattiti che riguardano le scienze politiche e internazionali, e la summer school ne ha presentato molti esempi. Sia che si tratti dell'Asia centrale con la Shanghai Co-operation Organization (tema dell'intervento di Gudrun Wacker, del German Institute for International and Security Affairs) o dell'idea dell'ex primo ministro australiano Kevin Rudd di una comunità dell'Asia-Pacifico (illustrata da Henry Makeham, altro fellow di GEV, rappresentante dell'Australia-China Youth Association), l'ascesa cinese obbliga a ripensare le categorie del regionalismo e del multilateralismo. Nell'ambito della political economy comparata, sempre più il successo cinese interroga gli altri stati in transizione verso lo sviluppo e li pone davanti ai propri errori: è il caso degli stati dell'Europa centro-orientale usciti dall'orbita sovietica, che, secondo Ivaylo Gatev (Univeristy of Nottingham at Ningbo, e GEV fellow), avrebbero, a differenza dello stato cinese, abdicato al loro ruolo di gestione dell'economia, consegnando la ricchezza nazionale nelle mani di interessi privati fortemente collusi con le élite. Wang Yiwei (Tongji University, Shanghai) ha parlato di una possibile politica estera cinese post-taoguang yanghui (la politica denghiana dell'umile attesa), che riempia lo spazio che separa le percezioni cinesi e occidentali per costruire una strategia che guardi oltre l'ascesa pacifica e si materializzi in una inclusive rise di cui possa beneficiare l'intero ordine globale. La lezione e il role-play di Anja Senz (University of Duisburg-Essen e Confucius Institute di Duisburg Essen) sulle elezioni nei villaggi hanno ricordato che la democrazia non è uno slogan ma un processo, e come tale va osservato nei dettagli, e nel concreto manifestarsi delle azioni amministrative: permangono perciò molti spazi di miglioramento, se si mira al successo dell'esperimento nelle campagne cinesi. Geun Lee, della Seoul National University, si è concentrato sul concetto di soft power e sulla sua applicazione al caso cinese, e ha ricordato come gli oggetti, le immagini e i valori che rappresentano la Cina non necessariamente siano parte del soft power cinese. In realtà, esisterebbero un soft power difensivo (l'idea del peaceful development) e un soft power offensivo (incarnato dal nazionalismo), ma se la Cina usa il nazionalismo e la necessità di garantire uno sviluppo pacifico come soft power interno per mantenere l'unità del paese e del regime, in realtà trasmette al suo esterno un messaggio minaccioso, che vanifica quindi la stessa forza di attrazione del suo (ipotetico) soft power esterno.

 

 

ITALIA E CINA

 

 

Infine, uno sguardo storico sulla politica estera dell'Italia verso la Cina, offerto da Giovanni Andornino (Università di Torino e T.wai), l'ideatore della summer school TOChina. A differenza di altri grandi paesi europei, l'Italia non ha mai avuto una vera e propria China policy, ma proprio questo suo ritardo potrebbe rappresentare oggi un punto di forza. Mentre infatti paesi come la Francia o la Gran Bretagna devono faticosamente adattare la propria China policy a un contesto radicalmente mutato, l'Italia è meno condizionata dal passato, nell'elaborazione di una linea strategica che tenga conto del nuovo ruolo globale di Pechino.

 

 

A conclusione di questo articolo, devo ammettere di essere direttamente coinvolto nell'organizzazione della summer school, per cui il mio giudizio potrebbe essere naturalmente viziato, ma rileggendo le note di queste due intense settimane di incontri non ho dubbi: la qualità degli interventi è stata molto alta, e la summer school ha reso il viaggio intellettuale nella realtà cinese contemporanea un'esperienza assolutamente affascinante, e anche divertente. Difficile rimanere indifferenti.

 

 

di Giuseppe Gabusi

 

 

Giuseppe Gabusi è docente di International Political Economy e Political Economy dell'Asia orientale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino, Head of Research di T.wai

 

 

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