LA NUOVA CINA, SFACCIATA E RAMPANTE

LA NUOVA CINA, SFACCIATA E RAMPANTE
Pechino, 26 nov. - Rui Chenggang è una delle facce della Nuovissima Cina. Quelle della Nuova e basta, come viene chiamata qui la Cina da Mao in avanti, sono immagini datate, di un'altra epoca fatta di berrettini e divise rivoluzionarie prima, giacche a vento blu marina ed occhiali dalla montatura importante poi.

Il giovane Rui, classe 1977, incarna la nuova generazione rampante dei cinesi che ce l'hanno fatta, dei Norman Bates dagli occhi a mandorla che ostentano sfrontatezza e ricchezza, girano in Spider o Ferrari per le vie microscopiche ed affollatissime del centro di Pechino, profumati ed impomatati nei loro completi di manifattura italiana. Le maniere misurate e gelidamente calcolatrici della classe dirigente cinese sono destinate, col cambio generazionale, ad essere sostituite da impavidi ex enfant prodige tutti tronfi nella loro marcatissima pronuncia americana e nei loro ricordi di gioventù, passati negli Starbucks di Chicago o nelle fratellanze di Yale.

Il siparietto inscenato – involontariamente – durante la conferenza stampa del G20 coreano di Barack Obama è valso all'anchorman di punta di CCTV, Rui Chenggang, un quarto d'ora di ribalta internazionale, complice una clamorosa gaffe (?) in mondovisione.

La scena è la seguente: dopo aver chiamato per nome e cognome tutti i giornalisti americani al suo seguito e risposto alle loro domande, Barack Obama decide di rompere il protocollo della conferenza stampa, annunciando di voler rispondere anche ad una domanda di un giornalista sudcoreano, lodando l'organizzazione impeccabile dell'ultimo G20 ad opera di Seul. «Anyone? Anyone?» La telecamera è fissa sul presidente americano, che indica di dare il microfono ad un giornalista seduto nelle prime file,«molto insistente». Obama avverte di aver bisogno di un interprete, non avendo nessuna conoscenza del coreano e presupponendo un'ignoranza speculare dell'inglese da parte dell'intervistatore.

Rui stringe il microfono, come uno dei mokaccino bevuti scottandosi la lingua in uno dei suoi viaggi invernali a New York - o Boston, chissà – e in dizione perfetta incalza «Unfortunately I have to disappoint you, Mr. Obama, but I'm actually Chinese». Risate diffuse. Obama tentenna, e l'inviato di CCTV si esibisce spavaldo in un'affermazione che, in altri tempi, avrebbe portato come minimo ad una crisi diplomatica: «I think I get to represent the entire Asia. We are one family in this part of the world». Il presidente, in evidente imbarazzo, asseconda Rui e risponde alla domanda, incentrata sul problema dell'essere mal interpretati e su come essere certi di far arrivare chiaramente un messaggio nell'arena mediatica febbrile del giorno d'oggi.

Domanda e risposta sono interessanti, ma non quanto l'analisi delle 19 parole pronunciate da Mr. Rui, che quando va in onda sul canale inglese di CCTV, la Rai cinese, si fa chiamare Ray. Approfittando, giustamente, della timidezza dei colleghi coreani, Rui si auto proclama rappresentante unico continentale, dalla Turchia al Giappone, ripetendo il mantra della grande famiglia asiatica, una formula che piace da impazzire alle autorità di Pechino ma che scommetto non avrà fatto saltare dalla gioia il premier indiano Singh o il giapponese Kan.

Dietro questo episodio apparentemente insignificante – un giornalista che fa una gaffe – in realtà si cela un pensiero dominante molto popolare in certi ambienti cinesi. E' il tema della leadership dovuta, della rivalsa, del "riprendiamoci quello che è nostro" nel quale vivono i nuovi self-made man della Repubblica Popolare. Nel suo seguitissimo blog, Rui Chenggang ha lamentato chiaramente l'assenza di domande orientali nella scaletta di Obama, insistendo sull'importanza del primo G20 organizzato in un Paese in via di sviluppo, in Asia. Insomma, a casa loro.

Perché per le autorità cinesi e portavoce relativi, come lo stesso Rui, in un certo senso si è tornati al sistema degli stati tributari di epoca imperiale:  coi poteri forti, India e Giappone, ci si scontra per trovare un equilibrio, il mitico win-win, mentre le due Coree, Vietnam, Laos, Cambogia, Myanmar, Thailandia, Mongolia, Taiwan – ribelli ingrati – sono il giardino di Pechino, sono casa loro. Ed un ospite in casa d'altri deve portare rispetto.

L'insofferenza cinese per questo ruolo non ancora riconosciuto a livello internazionale è uno dei nervi scoperti della Cina contemporanea. E quando si batte su quell'aspetto, le reazioni variano dal permaloso all'aggressivo: basti pensare alle dichiarazioni al vetriolo in seguito alla vittoria del Nobel di Liu Xiaobo, o le dimostrazioni anti-giapponesi più recenti, passando per i vari ammonimenti, più o meno velati, di rispettare e non interferire con la politica interna cinese. In parole povere, fatevi gli affari vostri.

Il China Daily ha recentemente pubblicato i risultati di due sondaggi proposti da Tencent e sina.com.cn, i due principali portali internet cinesi. Chiedendo agli utenti se appoggiassero o meno il comportamento di Rui, rispettivamente il 96% e l'81% hanno sostenuto il conduttore di BizChina, il programma di approfondimento economico che Rui cura su CCTV2, in prime time.

La popolarità di un personaggio come Rui, sfacciatamente filogovernativo, cool e simbolo di una gioventù cinese acculturata e preparata a dovere, pronta a conquistare il mondo, è un chiaro segno dei tempi. Se non si fosse ancora capito, le aspirazioni della Nuovissima Cina hanno già travalicato i confini nazionali. Sono tanti, sono ricchi, sono ambiziosi ed impavidi. Vogliono tutto, e lo vogliono ora.

 

Di Matteo Miavaldi

 

Questo articolo è stato pubblicato su China Files il 24 novembre 2010

 

 

 

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