LA DISPUTA SECENTESCA SUL NOME CINESE DI DIO

Di Adolfo Tamburello

 

Napoli, 05 set. - Piacque ai due gesuiti italiani Michele Ruggieri (1543-1607) e Francesco Pasio (1554-1612), a Zhaoqing nel 1582, il nome cinese di Dio come Tianzhu ("Signore del Cielo") visto loro proposto da un accolito di madrelingua. L'anno dopo Ruggieri e Ricci insediavano nella stessa città il primo nucleo stabile della missione gesuitica nell'interno della Cina, e nel 1584 Ruggieri intitolava il suo "catechismo" Tianzhu shilu, "Vera esposizione [della dottrina] del Signore del Cielo", primo testo in cinese edito sotto il nome di un europeo e su approvazione del visitatore Alessandro Valignano. Ricci lo adottava a sua volta l'esempio nel 1603 per il suo Tianzhu shiyi, (il "Solido Trattato su Dio"), previa approvazione di un'allargata consulta a Macao presieduta da Valignano. Ricci lasciava poi scritto che nell'antichità i Cinesi "sempre adororno un suppremo nume, che chiamano Re del Cielo…"; in un secondo tempo prendeva a usare anche i nomi di Shangdi (Sovrano dell'Alto" o "Sommo Antenato"), Tian ("Cielo") e altri che trovava pure attestati in fonti cinesi.

Pasio, collega di Ruggieri e Ricci al Collegio Romano e con loro in Asia dal 1578 e in Cina nel 1582, era proseguito l'anno dopo per il Giappone e nel 1600, dopo la morte di Pedro Gómez, Vice-Provinciale del Giappone e della Cina, ne ereditava la carica su designazione di Valignano, per succedere a questi nel visitatorato del Giappone e della Cina dal I dicembre 1608. Una volta arrivato in Giappone, Pasio aveva preso atto che la scelta del nome di Dio aveva destato  problemi alla locale missione fondata da Francesco Saverio fin dal 1549 e che essa aveva finito con l'adottare il nome latino Deus (in giapponese deusu), così come traslitterava lemmi latini (o alcuni portoghesi) per altri nomi e termini del lessico cristiano. Si era messa così al riparo da ogni fraintendimento con le fedi indigene, favorita in questo dall'uso nella scrittura locale di alfabeti sillabici tra cui il katakana che ben si prestava alla trascrizione di parole e nomi stranieri a mo' di un nostro corsivo o grassetto. In Cina, questa semplice voltura era preclusa per mancanza d'alfabeti, e parole e nomi potevano essere resi solo con caratteri le cui pronunce variando bei vari dialetti rendevano impossibile trovare uno o più omofoni del latino Deus, che suonassero allo stesso modo alle orecchie dei parlanti di tutta la Cina. Anzi, Ricci aveva precisato: "perchè nella lingua della Cina non vi è nessuno nome che risponda al nome di Dio, nè anco Dio si può bene pronunciare in essa per non avere questa lettera d, cominciorno a chiamare a Dio Tienciù, che vuol dire Signore del cielo, come sin hora si chiama per tutta la Cina…".

Ricci, con la maturata convinzione nel credo in un Dio nella Cina antica, aveva proceduto per un lessico teologico attinto alle fonti cinesi, col disappunto dei gesuiti in Giappone che al contrario ritenevano di non trovare nelle letterature religiose dell'area alcuna compatibilità con la teologia cristiana e avvertendo innanzi tutto in quella cinese un forte sentore di idolatria. Pertanto imbattendosi nel catechismo di Ricci che portava il nome di Tianzhu fin dal titolo ne avevano fatto oggetto  di lunga contestazione. 

In una lettera del 25 dicembre 1618 inviata al generale della Compagnia di Gesù Muzio Vitelleschi (1563-1645), Camillo Costanzo (1571-1621), missionario in Giappone dal 1603, riparato a Macao nel 1614 a seguito della proscrizione del cristianesimo emanata dallo shogunato Tokugawa il 27 gennaio di quell'anno, inveiva con animo acceso, e forte del parere di un autorevole monaco buddhista, contro l'uso del nome di Tianzhu precisando che i "popoli di questo Oriente" ignorano ogni "sostanza spirituale […] né Dio, né Angioli, né anima spirituale, et immateriale" (AgiChina "In margine alla transizione Ming-Qing. Due gesuiti a Roma: Martini e Boym").

La data di fine dicembre 1618 cui risale la lettera è molto inoltrata rispetto al tempo in cui la questione era stata sollevata in Giappone, ma sempre da Costanzo sappiamo che Pasio dieci anni prima, succeduto a Valignano come visitatore, aveva addirittura incaricato lui di redigere un nuovo catechismo in sostituzione di quello di Ricci. Della polemica se ne era fatto intanto latore ufficiale in Cina il suo famoso confratello João Rodrigues (Tsuzu, l'"Interprete", 1561-1633), il quale costretto dal 1610 a lasciare il paese e riparato l'anno dopo a Macao, aveva ricevuto a sua volta da Pasio di fare presente presso le varie sedi gesuitiche in Cina le riserve mosse dalla missione giapponese e si portava fino a Pechino per esporre in incontri e per iscritto le critiche proprie e della missione all'uso invalso di rinunciare a una traslitterazione fonetica del nome di Dio (e altri) della teologia cristiana e di preferire termini ed espressioni cinesi riconducibili a concezioni pagane e idolatriche non dissimili da quelle correnti nelle religioni giapponesi. L'attacco andava in primis al nome di Shangdi, mentre non dava segni di un'avversione particolare per quello di Tianzhu. Nel 1628, a seguito di una discussa consulta tenuta a Jiading, presso Shanghai, era espressa una prima condanna dell'uso del nome di Shangdi, condanna che sembra portasse al suicidio l'insigne confratello fiammingo Nicolas Trigault (1577-1628), il gesuita che aveva pubblicato una versione in latino delle memorie di Ricci ad Augusta nel 1615.

Trigault, in Cina dal 1610, era anche il gesuita che, morendo o morto Pasio nel 1612, era stato inviato in missione in Europa da Niccolò Longobardo (1565-1655), superiore della missione di Pechino, succeduto nella carica a Ricci, per perorare presso la Santa Sede di autorizzare i missionari in Cina ad adottare nella liturgia addirittura il cinese in luogo del latino. Giunta a buon termine tale richiesta perfino contro ogni più ottimistica aspettativa, nel 1615, su decreto del Sant'Ufficio, il breve papale Romanae Sedis Antistes concedeva di tradurre in cinese le Sacre Scritture e ai futuri sacerdoti cinesi di "celebrare la S. Messa, recitare il breviario e amministrare i sacramenti nella lingua letteraria cinese". Era il cosiddetto "Privile¬gio di Paolo V", del quale, però, finiva col non farsi nulla per le divisioni che intervenivano fra gli stessi gesuiti e successivamente fra gesuiti e religiosi di altri ordini sui nomi e termini teologici da adottare a cominciare da quello di Dio.

Si profilava perfino di dover rinunciare a tradurre alcunché di cristiano in cinese e limitarsi a esporre il cristianesimo in latino! Già Ruggieri e Ricci, pur intraprendendo versioni in cinese letterario di catechismi e altri testi religiosi, avevano iniziato a 'latinizzare' catecumeni e seminaristi, tanto che Ricci comunicava  fin dal 1592: "Furno anco riceuti nella Compagnia doi giovani di natione cina […] e nel fine di quest'anno finiscono il secondo anno di novitiato, benché [perché] quasi tutti i doi anni studiorno latino e cina (tre o quattro lezioni al giorno) per farsi più presto atti instromenti per agiutare questa terra". Nei quasi vent'anni successivi erano però emerse le obiettive difficoltà d'impartire il latino ai Cinesi, vuoi per la penuria di maestri e vuoi anche per i sospetti nutriti dalle autorità che i missionari insegnassero un codice cifrato ai loro accoliti. D'altronde, era impensabile che il cristianesimo non fosse esposto in Cina in cinese!

Si giungeva così nel 1659 che Alessandro VII, prospettategli le difficoltà da parte del sacerdozio cinese di padroneggiare il latino, concedeva con la bolla Super Cathedram ai vicari apostolici la facoltà "di ordinare sacerdoti anche quelli che non conoscono il latino se almeno sanno leggerlo" (sottinteso 'anche senza capirlo'), mentre fin dal 1631, con l'entrata in Cina dei missionari francescani e domenicani, la controversia sui nomi, rimasta fino allora all'interno della Compagnia di Gesù, si era allargata come materia di dibattito fra i vari ordini religiosi e successivamente fino al clero secolare, intrecciandosi strettamente con la "questione dei riti" che frattanto veniva anch'essa divampando.

La ferma posizione di Costanzo contro il Tianzhu ricciano rimaneva solitaria; l'opposizione si faceva agguerrita contro i termini di Tian per la presunta concezione solo "fisica" che i cinesi avessero del cielo e soprattutto contro Shangdi considerato privo d'ogni attributo del Dio creatore cristiano.

Decisiva fu la condanna di entrambi i nomi che emetteva e reiterava dal 1693, appena un anno dopo l'editto di tolleranza del cristianesimo emesso da Kangxi,  il vicario apostolico Charles Maigrot delle Missioni Estere di Parigi, e nel 1704 la santa Sede si pronunciava definitivamente nella condanna dei due nomi, autorizzando solo quello di Tianzhu, forse all'ultimo nel rispetto dei padri fondatori della missione cinese o forse perché piaceva dopo tutto che Dio fosse chiamato in Cina "Signore del Cielo"! Molti rimanevano 'nostalgici' di Shangdi e amareggiati della critica che gli stava a monte. Ancora nel 1904, a due secoli esatti dal veto, il vivace orientalista napoletano Gherardo De Vincentiis si appellava all'autorità dell'insigne reverendo James Legge, da lui definito il "principe dei moderni sinologi", a conferma della resa propria dei nomi di "Elohim" e "Theòs" con Shangdi, e aggiungeva: "che dir poi quando l'imperatore e pontefice di Cina, Kang-hi, spiegava nel senso più ortodosso, cristiano e cattolico, il Tiên e lo Sciàng-ti appunto?".

Di Maigrot Kangxi aveva ricordato: "venne a Jehol per dirmi che il Cielo è una cosa materiale e non dovrebbe essere adorato, […] per mostrare l'appropriata venerazione si doveva invocare soltanto il nome 'Signore del Cielo'. Maigrot non solo ignorava la letteratura cinese, ma non sapeva neppure riconoscere i caratteri cinesi più semplici; eppure volle disquisire della falsità del sistema morale cinese. Talvolta, come feci notare, l'Imperatore viene chiamato a titolo onorifico 'sotto gli scalini del trono'; poteva forse Maigrot dire che questa era venerazione per una fila di scalini fatti da qualche artigiano?".

 

05 SETTEMBRE 2016

 

*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.

 

 

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