LA CINA NEL G20

LA CINA NEL G20
Washington, 29 ott.- L'11 e il 12 novembre prossimi la capitale della Corea del Sud, Seoul, ospiterà  il primo summit del G20 a svolgersi al di fuori di Stati Uniti ed Europa. La presidenza di questo giovane forum – nato nel 1999 a seguito delle crisi economiche della seconda metà degli anni '90 ed elevato al rango di capi di Stato e di governo da George W. Bush per affrontare la crisi finanziaria del 2008 – è passata a Londra nel 2009, tornata in capo agli Stati Uniti pochi mesi dopo con il meeting di Pittsburgh, e si trasferisce ora ai leader di questo piccolo ma determinato gigante economico dell'Asia orientale.

 
È una circostanza felice e opportuna per diversi motivi. Il primo riguarda la rappresentatività del G20, da sempre un punto critico per la legittimità del summit: è salutare che l'agenda e il coordinamento dell'incontro non siano curati da funzionari di Stati Uniti e Regno Unito, i due paesi più colpiti dall'ultima crisi e, soprattutto, accusati di esserne gli artefici. Che l'onore e l'onere di guidare il G20 in un frangente delicato come l'attuale spettino a una nazione asiatica non soltanto offre una dimostrazione plastica della natura veramente inclusiva di un forum che, oltre a riunire 19 paesi più l'Unione Europea, rappresenta oltre l'85% del PIL mondiale, ma attribuisce anche la dovuta centralità a un rappresentante delle economie di nuovo sviluppo. D'altra parte, come è stato confermato ancora l'8 ottobre scorso dal Presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick, si stima che sarà da queste economie, e dai paesi in via di sviluppo in genere, che deriverà circa il 50% dell'intera crescita mondiale nei prossimi anni.

 
Vi è poi una seconda ragione per cui la presidenza coreana del G20 costituisce una novità positiva per quanti credono nella capacità delle principali nazioni del mondo di cooperare in modo costruttivo nonostante il difficile contesto economico-politico, quanto mai a rischio di scatenare politiche beggar-thy-neighbour, come la recente controversia sui cambi valutari ha dimostrato. La Corea del Sud si trova a gestire in questo summit il delicato dossier relativo all'istituzione di un segretariato permanente per il G20, dopo che nel gennaio scorso si è stabilito che esso debba tenersi stabilmente una volta all'anno in autunno, a partire dall'incontro in Francia nel 2011. Non si tratta di una decisione di poco conto, dal momento che potrebbe preludere all'ampliamento del catalogo di tematiche affrontate dal summit, finora limitate agli ambiti economico e finanziario, ma che alcuni vorrebbero estendere fino a trasformare il G20 in una cabina di regia per la governance globale. In questo senso la Corea del Sud – storico alleato degli USA e nazione che ha lottato per aderire ai valori liberal-democratici occidentali, ma al contempo paese-simbolo della specifica esperienza di stato sviluppista nota come "miracolo est-asiatico" – è meno esposta alle critiche di quei paesi che, come la Cina, tradizionalmente resistono ogni tentativo di istituzionalizzare consessi internazionali suscettibili di costringere la libertà decisionale dei governi nazionali.

 
La Cina sarà un osservato speciale a Seoul. Da parte sua, Washington ha dimostrato di voler rinnovare il proprio ruolo di leadership creativa nell'elaborazione delle policies intorno a cui creare consenso, come dimostra il mezzo successo sul tema dei cambi valutari conseguito dai ministri delle finanze dei 20 nell'incontro tecnico di Gyeongju lo scorso 22 e 23 ottobre. La Germania – altro grande protagonista nella discussione sugli squilibri nella bilancia dei pagamenti globale – non si sottrae al confronto sul merito delle politiche proposte, argomentando e perseguendo con fermezza posizioni anche impopolari, come già avvenuto nelle fasi più concitate della crisi economica, allorché Berlino rifiutò di seguire la via dello stimolo pubblico dell'economia sulla scorta di quanto avvenuto in Cina e Stati Uniti. I dubbi riguardano ancora una volta le scelte della leadership di Pechino, che sembra distaccata e poco incline a contribuire in modo proattivo alla formazione del consenso che caratterizza la natura deliberativa – più che decisionale – del G20.

 
Questa non è una buona notizia. Lo stesso G20 è nato a partire dalla consapevolezza dei paesi più avanzati di condividere un interesse strategico per l'integrazione di una serie di nazioni di prima importanza nella discussione sui principali dossier che richiedono una governance di respiro globale. La Cina era chiaramente il primo obiettivo di questa azione, anche data la riluttanza di Pechino ad essere coinvolta nelle attività del G7/G8, come avvenuto con successo in precedenza con la Russia. I leader cinesi hanno declinato numerose aperture in questo senso in ossequio a una tradizionale politica che vuole la Repubblica Popolare Cinese come campione dei paesi in via di sviluppo, categoria entro cui la retorica governativa cinese continua a collocare la Cina medesima (e ciò nonostante gli appelli cinesi per il riconoscimento dello status di economia di mercato, su cui si è pronunciato di recente il Presidente Napolitano durante la sua visita a Pechino). In realtà il problema sostanziale riguarda l'aggiustamento strutturale che la leadership cinese avrebbe dovuto operare in vari ambiti della propria politica estera (e non solo) nel momento in cui avesse accettato di associarsi in modo strutturato al gruppo degli 8 Grandi, con il relativo grado di corresponsabilità nella governance globale.

 
Il G20 consente a Pechino di operare in un ambiente in cui le responsabilità sono diluite tra un maggior numero di attori, mentre la presenza di altri paesi emergenti ovvia al problema della coerenza tra la retorica neo-terzomondista e la condivisione del palcoscenico con i leader dei principali paesi avanzati. Il problema è che questo contesto non sembra fino ad ora incentivare la dirigenza cinese ad assumere posizioni propositive su molte delle tematiche al centro del confronto internazionale. Al contrario, Pechino appare ansiosa di sottolineare la natura unilaterale delle proprie scelte (come quella recente di consentire un ulteriore, lieve apprezzamento del renmimbi sul dollaro appena prima dell'incontro di Gyeongju), che di rado vengono presentate come prodotto del consenso raggiunto nei summit del G20.

 
Non è dato sapere con certezza se questo avvenga per ragioni di politica interna – onde evitare ai leader accuse di debolezza dinnanzi alle pressioni occidentali – o come parte di una deliberata politica estera volta a non favorire il rafforzamento di istituzioni internazionali capaci di limitare in certa misura l'esercizio della sovranità dei singoli paesi. Quello che è più chiaro è che il prossimo biennio, in particolare dopo la transizione della leadership a Pechino nel 2012, sarà critico per verificare non soltanto la disponibilità della Cina a giocare "secondo le regole", ma ancor più a monte, a "giocare" in senso lato la partita del rinnovamento dell'architettura della governance globale, evitando un proliferare cacofonico e idiosincratico di unilateralismi o pericolosi allineamenti di natura puramente tattica.

 

di Giovanni Andornino

 

Giovanni Andornino è docente di Relazioni Internazionali dell'Asia Orientale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino e la Facoltà di Scienze Linguistiche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore; è Vice Presidente di T.wai, il Torino World Affairs Institute.Dal 2009 Visiting Professor presso la School of Media and Cross Cultural Communication, Zhejiang University Hangzhou (PRC), Giovanni è Fellow della Transatlantic Academy del German Marshall Fund of the United States per il 2010.Giovanni è General Editor del portale TheChinaCompanion (www.thechinacompanion.eu), specializzato in politica, relazioni internazionali ed economia politica della Cina contemporanea. Dal 2007 coordina TOChina, l'unità di lavoro sulla Cina attiva presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino (www.to-asia.it/china).
 
La rubrica "La parola all'esperto" ha un aggiornamento settimanale e ospita gli interventi di professionisti ed esperti italiani e cinesi che si alternano proponendo temi di approfondimento nelle varie aree di competenza, dall'economia alla finanza, dal diritto alla politica internazionale, dalla cultura a costume&società. Giovanni Andornino cura per AgiChina24 la rubrica di politica internazionale.