L'ARISTOCRAZIA CINESE: UN NUOVO MODELLO?

L'ARISTOCRAZIA CINESE: UN NUOVO MODELLO?

Milano, 23 lug. - Oramai non c'è mese, a volte settimana, che non ci arrivino notizie sui successi della Cina. Martedì 29 giugno, l'accordo storico a Chongqing con la "provincia ribelle" di Taiwan ha segnato – al di là dei vantaggi economici – un passo importante verso la "riunificazione" con Taiwan. Il messaggio in 16 caratteri (zhengshi xianshi, leiji huxin, qiutongcunyi, xu chuang shuangying) inviato dal Presidente Taiwanese Ma Ying-jeou al Presidente cinese Hu Jintao, "Guardare alla realtà, tollerare le differenze, accumulare fiducia reciproca, creare la vittoria per tutti e due" è – nel linguaggio sottile della diplomazia cinese – quasi una dichiarazione di matrimonio.
Giusto della settimana prima l'annuncio che la Cina ha costruito in poco meno di un lustro una delle più imponenti reti ferroviarie ad alta velocità e che questa rete sta per divenire la prima al mondo.
Gli annunci di preparazione per il G2 di novembre, in cui sembra che vengano messi sul tavolo anche accordi militari, sono un altro segnale dell'emergere di una "AmeriCina" in cui la Cina è sempre più importante e che invece metterà sempre più in ombra la povera Europa che sembra dormire sonni profondi sugli allori di un passato sempre più lontano. D'altro canto il sistema di governance europeo deve barcamenarsi tra Parlamento Europeo, Commissione e Stati nazionali. Questi ultimi – tutti democrazie compiute - oltre a dover difendere gli interessi nazionali devono anche tenere conto degli umori mutevoli dei loro popoli che godono del suffragio universale. Quest'ultimo è utilizzato frequentemente non solo per il rinnovo dei vari parlamenti, ma anche delle innumerevoli amministrazioni locali di vario livello.
Questo sistema di governance sembra incapace di prendere le decisioni necessarie per competere con le nuove potenze emergenti e anche con l'America che – sia pure anch'essa con un compiuto sistema democratico – riesce ancora ad essere più coesa e più efficace nel prendere decisioni strategiche per il proprio futuro.
Molti cominciano a chiedersi se il sistema istituzionale cinese – al di là delle carenze di democrazia – non sia alla fine della fiera più adatto, almeno in questa contingenza storica, non solo a sviluppare un grande paese rimasto arretrato, ma anche ad operare in uno scontro geopolitico globale in cui le armi per vincere sembrano essere la visione strategica, la massa critica e la capacità e la velocità decisionale di prendere iniziative forti che hanno effetti sul lungo periodo con benefici per l'intero paese anche se possono urtare interessi particolari di breve. Anche vari leader politici europei di primo piano, di sicura fede democratica, confessano, a porte chiuse e in camera caritatis, i propri dubbi sul fatto che l'Europa ce la possa fare. Inutile dire che, su questi temi, se l'Europa non sta bene, l'Italia non sta certo meglio.
Proviamo allora ad interrogarci se il sistema di governance della Cina abbia veramente degli elementi istituzionali di vantaggio – in questa contingenza storica – sui sistemi democratici occidentali.
Come tutti sanno la Cina non è una democrazia e i governanti, nazionali e locali (tranne i villaggi molto piccoli), sono nominati di fatto dal Partito Comunista che è il vero detentore del potere a tutti i livelli e in tutti gli ambiti.
I membri del Partito Comunista sono già selezionati all'ingresso: occorre infatti fare domanda e solo persone valide per capacità individuali o per interesse sociale sono ammesse. Ad esempio, da alcuni anni vengono ammessi, anzi sono invogliati a farne richiesta, gli imprenditori privati, allo scopo di portare nel partito il punto di vista e il consenso della classe che sta creando la ricchezza del paese.
Poi nel Partito si fa carriera ricoprendo incarichi sempre più importanti, interni o di governo a vari livelli, salendo spesso a zig zag tra Partito e governo. La carriera viene però decisa (in genere ogni cinque anni) sulla base dei risultati raggiunti negli incarichi assegnati. E' un metodo rigorosamente meritocratico, sull'onda della migliore tradizione degli esami imperiali (istituiti durante la dinastia Sui nel 605 d.C. e in vigore – con qualche interruzione - fino al crollo dell'impero nel 1905) che annualmente nominavano, solo sulla base del merito e tra migliaia di aspiranti da tutta la Cina, i governatori della varie province e i funzionari del governo (i "mandarini"). Il fatto che il metodo sia meritocratico e che resista nel complesso a degenerazioni nepotistiche o clientelari dipende da un semplice motivo di interesse dell'attuale classe dirigente. E' infatti loro chiarissimo che se non si assicura al popolo una crescita economica e geopolitica del paese, con relativo miglioramento delle condizioni di vita, viene messa a forte rischio la sopravvivenza dell'intero sistema e di loro stessi. I cinesi, per tradizione millenaria, quando sono stanchi di una classe politica la espellono con scossoni forti e spesso traumatici (soprattutto per l'espulso). Si noti che non si ammette il nepotismo o il clientelismo per l'assegnazione degli incarichi. La corruzione "personale" o di gruppi di potere esiste, a volte è esemplarmente punita, ma non attrae particolare attenzione fin tanto che il sistema viene gestito "bene" con un occhio anche alla "pace sociale".
Sull'efficacia di questa governance, in questo momento storico, credo pochi abbiano dubbi. I punti di domanda che gli osservatori occidentali sollevano riguardano però le carenze democratiche di questo sistema e si chiedono per quanto tempo l'emergente classe media e gli intellettuali accetteranno le limitazioni dei diritti politici fondamentali.
A questo punto occorre osservare la "grana fine" del sistema. Innanzitutto, se è vero che non ci sono elezioni (a parte i capi villaggio), è anche vero che sempre di più sono ammessi gruppi di opinione (spesso sul web) per "controllare" l'operato degli amministratori e anche per proporre idee o interventi pubblici. In molti casi, cosa impensabile fino a pochi anni fa, amministratori incapaci o corrotti vengono rimossi "esemplarmente" sulla base delle "proteste" dei cittadini. I cittadini cinesi sono inoltre sempre più vocali sul web e sui giornali e, fintanto che non nascono "attacchi organizzati" al potere, vengono accettati e forse anche ascoltati e apprezzati.
Un altro elemento "fine" da considerare è che sempre di più vengono ammessi, da studiosi di importanti organizzazioni governative e addirittura anche da consiglieri di importanti uomini di governo, la pubblicazione di articoli e libri che trattano in modo non convenzionale e anche critico il tema della democrazia e delle libertà civili. Ad esempio Yu Keping, emergente teorico del Partito Comunista Cinese, docente in alcune delle più prestigiose università cinesi, ascoltato dai vertici del paese, ha dichiarato (e scritto) che la democrazia è positiva, che la Cina deve pensare alla democrazia, ma che deve trovare un propria forma di democrazia. Questo perché la democrazia occidentale è solo uno dei tanti mezzi di governo di un paese e non è un valore in sé. Pertanto la Cina deve, gradualmente e senza attentare alla stabilità sociale, cercare di costruire un suo peculiare modello di democrazia adatto ai suoi valori, alle sue tradizioni e alle sue esigenze di oggi.
A questo va aggiunto che Yu Keping e molti altri membri dell'èlite mettono sempre più l'accento sull'esigenza di portare, inizialmente e sempre di più, metodi "democratici" all'interno del partito.
In un certo senso sembra emergere una visione dell'attuale classe dirigente che pensa a una democratizzazione dell'organo meritocratico e tecnocratico che gestisce il paese (il partito comunista) e a una partecipazione dei cittadini alla formazione delle scelte amministrative attraverso un attivismo, anche organizzato in associazioni per fini sociali, focalizzato però sulla gestione tecnico-amministrativa delle città e dei territori senza però allargarsi al dibattito politico, né tanto meno alla scelta degli amministratori.
A ben guardare, un sistema così prefigurato, se realizzato compiutamente, rassomiglia a un sistema aristocratico (secondo l'accezione originaria greca di "governo dei migliori") che coopta i propri membri solo sulla base del merito e che si avvale però dell'attivismo civico e sociale dei cittadini che desiderano partecipare.
Un sistema cosiffatto, al di là di valutazioni etiche ed ideali, se reggesse nel tempo (quantomeno alcuni decenni) potrebbe forse essere un sistema efficace e forse anche più efficace dei nostri sistemi democratici occidentali. Potrebbe dare alla Cina, come sta dando, una marcia in più in capacità decisionali e di visione strategica, spingendo l'Occidente, l'Europa in particolare e soprattutto, sempre più indietro nella classifica competitiva mondiale.
Se tutto questo ha un minimo di senso, forse una riflessione dovremmo farla. Sia ben chiaro, non per ridurre la nostra democrazia (che per me personalmente è un valore), ma per capire come migliorarla. Occorre tenere infatti conto che in questo periodo di competizione globale tutto, forse anche i sistemi di governo, devono essere innovati e occorre avere, come dovrebbero fare le aziende per i loro prodotti e le loro tecnologie, l'umiltà di prendere idee da qualunque fonte arrivi. Diceva Deng Xiaoping: non mi interessa di che colore sia il gatto, a patto che prenda i topi.

 

di Paolo Borzatta

 

Paolo Borzatta è Senior Partner di The European House-Ambrosetti

 

La rubrica "La parola all'esperto" ha un aggiornamento settimanale e ospita gli interventi di professionisti ed esperti italiani e cinesi che si alternano proponendo temi di approfondimento nelle varie aree di competenza, dall'economia alla finanza, dal diritto alla politica internazionale, dalla cultura a costume&società. Paolo Borzatta cura per AgiChina24 la rubrica di economia.

 

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