KANGXI E IL PROTETTORATO QING SUL TIBET

Di Adolfo Tamburello

 

Napoli, 22 lug. - Se la RPC annovera oggi il Tibet come propria regione autonoma (Xizang zizhiqu), la cosa risale a Kangxi (r, 1661-1722) che pose la capitale Lhasa nel 1720 sotto presidio militare e stabilì un protettorato sul Tibet destinato a durare fra alterne vicende sino alla fine dell'impero Qing. Nelle attese di Kangxi il Tibet si rivelava strategico, non tanto per le sue risorse interne, quanto perché era la roccaforte spirituale del lamaismo e delle sue alte gerarchie buddhiste, e una volta passato sotto i Qing, non solo i tibetani ma anche i mongoli di fede lamaista avrebbero accettato di miglior animo di essere sudditi della dinastia mancese. Non c'entrava in questo molto la Cina, se non che Pechino era la capitale comune dell'impero, e grazie alla Cina e ai cinesi il Tibet si riforniva di ogni bene compresi i frutti delle grandi e piccole imprese editoriali lamaiste che il mecenatismo mancese assicurava; non dimentichiamoci anche del tè che solo la Cina gli poteva fornire: durante la passata dinastia Ming (1368-1644) le relazioni sino-tibetane si erano praticamente ridotte al tè in cambio di cavalli, uno scambio che era proseguito sotto la "satrapia" e l'impero Zhou di Wu Sangui. Forse coi Qing veniva meno lo stretto bisogno dei cavalli tibetani che erano tornati utili ai Ming, ma certo i lama tibetani e mongoli sempre più numerosi avevano crescenti necessità di tè...

 

Ai tibetani restava poco d'altro da spartire con la Cina. tanto più che nessun'autorità cinese li rendeva soggetti: avrebbero dipeso dal Lifanyuan e non dal Ministero cinese dei Riti, e col rammarico o il malincuore degli stessi cinesi che avrebbero volentieri messo mano alla "sinizzazione" di quel paese e si sarebbero dovuti accontentare per allora di alcuni chilometri di confini occidentali guadagnati al Tibet che sarebbero divenuti cinesi.  

 

Non rientrava nell'imperialismo Qing quello di sinizzare i popoli non Han sotto propria sovranità, e gli obiettivi di Kangxi esulavano dall'inglobare il Tibet nella Cina così come di porlo sotto una compagine mancese-cinese-mongola. Di padre mancese, aveva sofferto al pari dei suoi predecessori di un complesso di inferiorità nei confronti sia dei mongoli e sia dei cinesi e, conquistata la Cina, si era dovuto pure lui rivolgere contro i mongoli ancora recalcitranti per affermare la propria supremazia. Lo stesso Tibet rientrava in una salvaguardia dell'impero dai mongoli che se da lì continuavano a contrastarlo avevano una porta aperta per ulteriori irruzioni e invasioni.

 

I mongoli erano stati per la maggior parte restii a sottometterglisi e prendere sul serio il suo escamotage ricorrente di presentarsi loro non alla cinese come un "Figlio del Cielo", ma come un "qaγan celeste", erede di una tradizione più antica di quella gengiscanide e che si rifaceva addirittura a Taizong dei Tang (618-907). Dovette lottare duramente per farsi accettare come qaγan  persino dai Khalkha, dei quali mancava di un buon giudizio, come ci fa sapere Jonathan Spence più o meno con le parole di Kangxi: "I Mongoli Khalkha hanno un brutto carattere e sono incontentabili: non si riesce mai a soddisfarli con dei doni; nessuno sarà mai capace di appagare i loro desideri".

 

Dei mongoli "occidentali" erano rimasti ostili a Kangxi i Koshoti, i quali già con una leadership sul Tibet, aveva dovuto affrontare nella fase finale del conflitto contro i "Tre Feudatari", una volta che il principale di loro, Wu Sangui, aveva guadagnato la loro alleanza bene al corrente com'era della residua e latente inimicizia mongolo-mancese, nutrita di rivalità e di avversione a diventare vassalli dei Qing. 

 

Disfatto l'impero Zhou di Wu Sangui e conciliati i Koshoti superstiti, Kangxi si era potuto muovere militarmente nel Nord e Nord-Ovest cercando da un lato di assicurarsi alleanze e fedeltà dei citati  Khalkha e di scongiurare dall'altro un'unione delle forze mongole occidentali coi russi. Dopo il 1689, sventate alleanze russo-mongole e fatti addivenire i russi al trattato di Nerchinsk, aveva potuto muovere guerra a Galdan e sopraffarlo unitamente ai suoi Zungari nel 1696.           

 

Chissà se è vero quanto diceva Kangxi a proposito dei propri antenati che non avevano avuto alcuna mira di impadronirsi della Cina. Leggiamo le sue parole come le riferiva ancora Spence a proposito di come si era pronunciato Abahai: "…quando gli eserciti di T'ai-tsung furono vicini a Pechino e i suoi ministri gli consigliarono di occuparla, egli rispose: 'I Ming non sono mai stati in buoni rapporti con il nostro popolo, e adesso sarebbe molto facile vincerli. Ma io sono consapevole che spodestare il sovrano della Cina è un'azione intollerabile'. In seguito il bandito errante Li Tzu-ch'eng prese d'assalto la città di Pechino: Ch'ung-chen, l'Imperatore Ming, si impiccò e tutti i funzionari e il popolo uscirono ad acclamarci. Allora noi sterminammo i banditi violenti ed ereditammo l'Impero". Certo, Wu Sangui si era fatto in quattro per chiamarli.

 

Ma chissà se ancor prima, ai tempi di Nurhaci (1559-1626), i mancesi (allora ancora jurchen) avessero in mente di formare soltanto una coesa unità mancese-mongola (etnicamente tunguso-mongola) per fondare uno stato simile a quello coreano contiguo alla Cina. Sta di fatto che, costituitisi prima in regno poi in impero, avevano adottato per uso burocratico il mongolo come lingua e scrittura e successivamente avevano derivato questa dal mongolo e continuavano a tenere e trasmettere sangue mongolo nelle vene sposando donne mongole e avere una discendenza mancese-mongola. E questo pure con Kangxi e successori. Ma già col figlio di Nurhaci, Abahai (1592-1643), le compagnie delle bandiere mongole affiancate a quelle mancesi e cinesi erano salite a ben 120, molte delle quali costituite però da contingenti arruolati dopo le sconfitte da lui inferte ai gruppi dell'odierna Mongolia Interna che aveva unito al suo impero non come pari ma come soggetti. 

 

Era apparso chiaro a quel punto che non intendevano costituire una diarchia mancese-mongola neppure una volta conquistata la Cina, e questo faceva perdere le speranze riposte da molti mongoli in una prossima restaurazione Yuan ancora accarezzata a distanza di secoli o, al contrario, gliela rialimentava fidando su un recupero di proprie forze e con le mire di sopraffare al contempo mancesi e cinesi. Relativamente pochi erano stati i mongoli disposti a dare una mano alla conquista mancese della Cina; altri, molti gli Zungari, avevano preferito ammiccare ai cosacchi russi, farsi costoro amici e alleati e trarne benefici anche in armi. Un aiuto concreto lo ricevevano intanto dagli artificieri europei prigionieri in fuga dai russi.

 

Una chance a favore di una riconquista mongola della Cina era parsa provenire agli zungari in quegli anni dalla via del Tibet. Dando una mano a Wu Sangui a destabilizzare i Qing, a impresa riuscita,  Galdan (1644-1697) a capo degli Zungari com'era, prospettava fattibile unire le proprie forze a quelle dei Koshoti e sgominare per tappe prima l'impero Zhou di Wu Sangui e poi il "Celeste Impero" dei Qing. 

 

Per i Qing i nodi erano venuti al pettine appunto con Kangxi, dopo che già il nonno aveva tentato in funzione antimongola primi approcci col Tibet  e successivamente il padre Shunzhi era riuscito ad avere in visita il V Dalai Lama a Pechino nel 1652. Kangxi faceva di più. Tranquillizzatosi dopo aver avuto ragione sia di Wu Sangui sia dei Koshoti, aveva pure eliminato nel 1696 Galdan con la sua decisiva sconfitta inferta agli Zungari. Il prosieguo degli avvenimenti vedeva il Tibet sotto la sovranità più o meno formale del koshota Lajang Khan riconosciuto "re" da Kangxi e sotto suo vassallaggio ma avversato sia da molti lama e sia da membri dell'aristocrazia tibetana in combutta con gli zungari.

 

Imprevedibile fu per Kangxi che costoro tornassero in forze già sul finire del 1716 col nipote di Galdan, Tsewang Raptan (o Araptan) e il cugino Tsering Donduk, il quale guidava un'invasione del Tibet e si portava fino a Lhasa, disperdeva gli stessi Koshoti e consentiva alle sue  truppe di mettere la popolazione a ferro e fuoco e a sacco la città fra orribili crudeltà e massacri. Persino i frati cappuccini italiani che vi avevano missione e il gesuita Ippolito Desideri vi perdevano i loro beni.

 

Kangxi sembra fosse informato di questi avvenimenti solo ai primi del 1718, e il suo intervento immediato con uno dei suoi figli al comando delle operazioni militari valse a scacciare da Lhasa e dal restante Tibet zungari e lama tibetani e mongoli in complotto anti-koshota, lasciandovi di stanza una guarnigione Qing. Nasceva così nel 1720 il protettorato Qing sul Tibet con la nuova istituzione mancese degli Amban (gli "eccellenti") come soprintendenti militari al controllo del governo locale referenti a Pechino.


*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.

 

22 LUGLIO 2016

 

Photo credit: Alessandra Spalletta

 

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