IPPOLITO DESIDERI, MISSIONARIO IN TIBET

di Adolfo Tamburello*


Napoli 17 nov.- Nella collana “La Compagnia di Gesù” di Il Sole 24 Ore è stato recentemente pubblicato di Marco Passavanti, Ippolito Desideri. Un gesuita fra i lama del Tibet, un volume documentato e di scorrevole lettura cui la curatrice della collana, Michela Catto, ha fatto precedere un proprio perspicuo saggio su “La formazione culturale dei gesuiti e il mondo delle missioni” (pp. 9-24).

Desideri (1684-1633) merita questo volume agile e serio, profusamente intercalato di nozioni sulla storia del Tibet e l'entità del buddhismo tibetano. Il nostro missionario fu tra i primi grandi esploratori del Tibet e il pioniere della tibetologia europea, una personalità delle più versatili ed eclettiche fra i gesuiti in Asia, camminatore instancabile, assiduo studioso, poliglotta, scrittore e polemista di taglio.

L'autore estrapola dalla Relazione dello stesso Desideri lunghi stralci di ricordi, riflessioni, esperienze del gesuita, che visse un quindicennio in India dal 1712, con cinque anni in Ladakh e Tibet fra il '16 e il '21, rientrando in Europa sei anni dopo.
 
La sua fama, oggi ben consolidata sia pure in cerchie molto ristrette, è però solo postuma e postuma di almeno un secolo e mezzo, benché fosse certo rinomato anche in vita per le sue doti di erudizione e facondia e la sua personalità accattivante e fascinosa, che re, principi, notabili, uomini di varie chiese e avventurieri compresi avvicinarono e tennero a coltivare. Attendibilmente, man mano che di lui si saprà di più da diari e memorie che ne parlino, la sua statura ci apparirà ancor più elevata, anche nelle sue contraddizioni di uomo e di religioso. 

Come memorialista e scrittore, la sua fama rimane affidata, oltre che alla citata “Relazione”, a un lungo epistolario e ad alcuni scritti autografi in lingua tibetana. Delle sue lettere, una gli fu data alle stampe in vita in un volume delle famose Lettres èdifiantes et curieuses. L'aveva inviata da Lhasa il 10 aprile 1716 all'amico e confratello Ildebrando Grassi (1683-1731), missionario in India, e la riscontrò pubblicata a sua insaputa e con disappunto anch'egli in India in traduzione francese mentre era di ritorno in Europa. Conteneva prime impressioni del Tibet confidate troppo prematuramente all'amico e poi rettificate, come i più non seppero. Quasi nessun altro scritto apparve di lui a stampa o circolò largamente in forma manoscritta, eccetto una “Lettera ad ignoto” (da Lhasa, 13 febbraio 1717), mentre le pagine della sua relazione che aveva consentito di far copiare al famoso viaggiatore Samuel van de Putte (1690-1745), incontrato in India, andarono distrutte con tutti gli altri scritti del defunto olandese su sua espressa esecuzione testamentaria.
 
In quanto alla scrittura di Desideri, Luciano Petech che dalla metà del secolo scorso resta l'eminente studioso di Desideri, esprimeva il seguente giudizio: In lui cozzano due tendenze opposte. Da un lato l'uomo d'azione, il viaggiatore e soprattutto il toscano arguto, che mette in iscritto con innata proprietà di lingua, con chiarezza e con stringatezza ciò che ha visto o sentito o letto. È una prosa lucida, fresca, nervosa, tutta cose e fatti. Dall'altro lato è l'antico alunno del Collegio Romano, severamente educato allo stile della grande oratoria sacra del Seicento. Ma il Desideri questo stile non lo sente. E quando egli cerca di essere eloquente, di persuadere, di avvincere, o anche semplicemente di scrivere in stile elevato (come per esempio in qualche lettera e negli ultimi capitoli della Relazione), allora egli è, diciamo la parola, insopportabile. Una retorica bolsa, una fiumana di parole e di frasi in cui il contenuto annega e scompare, un vezzo di ripetere due o tre volte lo stesso concetto con parole differenti, un cumulo opprimente e monotono di sinonimi. Qualche volta il contrasto tra i due stili e tanto stridente da far pensare a due differenti personalità.

Scrittura a parte, nel primo Novecento Filippo De Filippi si esprimeva ammirato della  Relazione di Desideri: …  ci ha dato la prima precisa descrizione generale del Tibet, in tutti i suoi particolari, fauna, flora, prodotti del suolo, abitatori e loro peculiari costumi, costituzione della famiglia, riti nuziali e funebri, ordinamento civile, ed infine una completa esposizione della religione lamaica, tratta dallo studio approfondito dei libri canonici e dei commentarii e dalla lunga, quotidiana dimestichezza coi dottori del lamaismo e colla vita dei lamasteri. Questa, del Desideri, è l'unica ricostruzione completa che possediamo della religione dei Tibetani, fondata interamente sui testi canonici. Egli ne ha messo in luce il carattere scolastico e la complicata dialettica, sceverandone in modo mirabile il contenuto etico-filosofico dalla congerie di superstizioni tantriche e di mescolanze sivaite, che tanto posto occupano nei monumentali libri della loro dottrina.
   Tutto ciò, più di un secolo prima che gli eruditi d'Europa avessero alcuna conoscenza della lingua tibetana.


E tuttavia come esploratore Desideri non fu di guida a coloro che lo seguirono lungo gli impervi sentieri o sugli alti passi dell'Himālaya e altrettanto, come tibetologo, non  fu maestro dei primi tibetanisti. La sua Relazione, dimenticata per quasi un secolo e mezzo, non ha fatto storia. Benemerito della sua riscoperta fu Carlo Puini, che nel 1875 ne rinvenne un primo manoscritto nel Fondo Rossi-Cassigoli della Biblioteca Nazionale di Firenze. A loro volta i testi tibetani di Desideri risalgono a una riesumazione dagli archivi di meno di cinquant'anni fa quando cominciarono a essere finalmente tradotti e commentati. Ma attendono ancora altri studi.
 
Si ignorano le eventuali tracce da lui lasciate nel Tibet dalla sua presenza o dalla sua opera. Poco di certo è noto, infine, sull'incidenza che poterono avere i suoi incontri con intellettuali europei relativamente alle conoscenze da lui trasmesse sul  buddhismo e il Tibet. Poche e molto ripetitive restano le notizie biografiche su di lui.

Nato a Pistoia il 20 dicembre 1684 (quest'anno fanno dunque 330 anni che nacque) in seno a una famiglia di non insigne patriziato, Desideri rimase orfano di madre all'età di due anni e qualche tempo dopo, con le seconde nozze del padre, gli fu fatta prendere la via del convitto. Avviato forse agli studi nel Collegio gesuitico della città, per evidente credito ripostogli su meriti certamente acquisiti ma non disgiunti da influenti appoggi (fu accompagnato a Roma personalmente dal rettore del Collegio gesuitico di Pistoia), il 27 aprile del 1700, non ancora sedicenne, venne accolto nella Compagnia di Gesù, dove iniziò il noviziato nella casa di Sant'Andrea al Quirinale. Emise la professione religiosa nel 1702 e passò al Collegio Romano, interrompendone la permanenza dal 1706 per insegnare “umanità” nei Collegi gesuitici di Orvieto, Arezzo e nello stesso Collegio Romano ove, dal 1710 proseguì con i corsi di teologia. Partì su domanda per le missioni nel 1712 senz'avere neppure ultimato il prescritto triennio di studi teologici.

Convinto aspirante alle missioni nelle Indie, a differenza di tanti altri “indipeti” non dovette pazientare a lungo per vedersi accettata la propria “petizione”, anche se si  rassegnò a rinunciare al  al Giappone, come avrebbe preferito, ripiegando sul Tibet. Il Giappone si era chiuso all'evangelizzazione dalla prima metà del secolo precedente, quando più o meno dallo stesso periodo erano state abbandonate nel Tibet le missioni gesuitiche intraprese dal gesuita portoghese Antonio de Andrade (1580-1634) che ne aveva fondato una prima a Tsaparang nel 1625 durata undici anni.  

De Andrade (1580-1634) era all'epoca rimasto conosciuto in Europa per il suo abbaglio di avere identificato il Catai col Tibet. Lo aveva fatto in un libretto, tra l'altro fortunato, dal titolo La scoperta del Gran Cataio ovvero Regno del Tibet, fatta dal P. Antonio de Andrada, portoghese, nel 1624,  che era stato pubblicato a Roma nel 1627, l'anno dopo l'originale edizione portoghese.

Il libro aveva dato una falsa notizia a oltre vent'anni da quando Bento de Gois, pure lui portoghese e fratello laico gesuita, in compagnia dell'armeno Isacco, aveva compiuto l'avventurosa missione da Agra a Suzhou (odierna Ijuquan), dimostrando inconfutabilmente l'identità del Catai con la Cina, anticipata e confermata dal nostro gesuita Matteo Ricci (1552-1610) e da lui tempestivamente comunicata in  India e a Roma.

A un'ultima spedizione nel Tibet partita nel 1640 da Srinagar, capitale del Garwal, partecipava l'italiano Stanislao Malpichi (1600-post 1662), ma si concludeva in un nulla di fatto come in un nulla si era pure conclusa la missione intrapresa per altra via dai due gesuiti portoghesi Estêvão Cacella (1585-1630) e João Cabral (1599-1669).

Il Tibet rimaneva dunque una spina nel fianco per la Compagnia di Gesù, che lo vedeva intanto strategico per i viaggi interasiatici ed euroasiatici dei suoi missionari in Cina e dalla Cina, specie dopo che ne erano tornati e avevano soggiornato a Lhasa, capitale del Tibet, nel 1661-62, i gesuiti Johann Gruber (o Grueber, 1623-1680), e Albert D'Orville (1661-1662).
 
Quarant'anni dopo Michelangelo Tamburini (1648-1730), preposito generale della Compagnia di Gesù, richiesto dal provinciale dell'India di missionari per il Tibet, vi designò appunto Desideri. Il giovane non era ancora né diacono né tanto meno sacerdote. Lo fu nel giro di meno di un mese e mezzo, dalla domanda alla partenza, e alla vigilia di essa fu ricevuto da Clemente XI; a Firenze incontrò il Granduca di Toscana Cosimo III, e a Lisbona, prima dell'imbarco, ebbe il commiato dei Reali del Portogallo. Insomma, un congedo importante, che non era proprio una prassi. Ne condivise gli onori col menzionato Grassi, suo vecchio compagno di studi e di viaggio fino in India. Permane molta nebbia sul retroscena politico di quell'affrettata partenza.

Non va dimenticato che l'Europa era lacerata dalla guerra di successione e che il Portogallo, col braccio destro del suo padroãdo sulla Chiesa cattolica, dopo tutte le postazioni perse in Asia dal primo Seicento con l'arrivo delle Compagnie olandese, inglese e da ultimo di quelle francesi, mirava forse vagamente a rifarsi nel nord-est dell'India, nel Tibet appunto. La Compagnia di Gesù, che valutava a tutt'apparenza urgente l'intermediazione fra Cina e India, nella sua parte ancora fedele al patronato portoghese e quanto meno allora nella persona del suo generale più che disposto ad assecondarne i piani, gli offriva su un piatto d'argento il giovane Desideri sul quale riporre le migliori attese.

Il generale non faceva un buon servizio a Desideri. Era infatti al corrente che già dal 1703 Propaganda Fide, cui era stata demandata dalla Santa Sede l'organizzazione di tutte le missioni, aveva affidato l'evangelizzazione del Tibet e del Nepal all'ordine dei cappuccini, estromettendone implicitamente i gesuiti.

Raggiunto arduamente il Tibet, Desideri ne dovette sloggiare, adattandosi nolente ma efficace a fare il missionario in India, prima del prolungato, forzato ritorno che lo amareggiò fino alla morte.

 

17 novembre 2014 

 

*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.

 

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