IL VOLUME SU CARLO ORAZI DA CASTORANO

di Adolfo Tamburello

 

Napoli, 01 dic. - Bel volume, scrivevo nella nota precedente, quello che ha curato Isabella Doniselli Eramo per l'Istituto di Cultura per l'Oriente e l'Occidente (ICOO) e la Luni Editrice dal titolo Carlo da Castorano. Un sinologo francescano tra Roma e Pechino (Milano 1017).

 

Tutti i contributi del volume si diffondono comprensibilmente su squarci biografici relativi a Castorano: espressamente quelli del Sindaco di Castorano Daniel Claudio Ficcadenti, autore dell'Introduzione; di Maurizio Franceschi e dell'Associazione Culturale Padre Carlo Orazi; di Fabio G. Galeffi e Gabriele Tarsetti sui rapporti di Castorano col lazzarista Teodorico Pedrini.

 

La buona convivenza (non ottimale) di Castorano col suo ordine religioso dei frati minori è lumeggiata da Vincenza Cinzia Capristo ("Carlo Orazi da Castorano e la Missione Francescana in Cina"); quella meno buona o pessima da Claudia von Collani ("Carlo Orazi da Castorano e i gesuiti nella questione dei riti cinesi"). L'opera rimastaci di Castorano è illustrata ed elencata da Clara Yu Dong per la parte giacente nella Biblioteca Apostolica Vaticana", mentre gli autori che trattano delle singole opere sono Francesco D'Arelli sulla "Brevissima Notizia"", Li Hui sul "Dictionarium e la Grammatica", Matteo Nicolini Zani sulla "traduzione latina della stele di Xi'an" (1741).

 

Gli argomenti relativi alle questioni sul cui merito Castorano entrava di più (essenzialmente quelle dei nomi di Dio e la controversia sui "riti cinesi") sono trattati da Michela Catto (le "tabelle dei defunti: la condanna dei riti cinesi" e da Giacomo Di Fiore (la "soppressione delle otto permissioni di Carlo Ambrogio Mezzabarba").   

 

Nomi di Dio e controversia dei riti percorrono naturalmente quasi tutto il libro, col Castorano che piegò a questi gran parte della sua vita e delle sue opere e si trovò infine a lamentarsi, come Franceschi riporta a titolo del suo primo saggio ("Dopo tanti viaggi, fatiche, patimenti, pericoli ecc. anco vivo, o utcumque sano mi rivedo in casa Paterna"), estrapolando parte del titolo dalla Brevissima notizia o Relazione di Castorano, stampatagli postuma nel 1759.    

 

Dopo che era deceduto, Castorano "visse" nella damnatio memoriae, e continua a viverci leggendo anche in quest'opera la piena conferma dell'indiscusso ruolo avuto da lui nella definitiva e fatidica condanna dei riti cinesi pronunciata da Benedetto XIV nell'infelice bolla del 1742 e la cui espressione di intolleranza alienò tante simpatie alla cristianità non solo in Cina. 

 

Castorano non riuscì invero in tutto quello che propugnava, e i saggi del libro sorvolano sull'insuccesso di persuadere la Santa Sede a rimuovere l'uso del nome cinese di Dio Tianzi ("Signore del Cielo", che tanto invece alla Chiesa piaceva). Che qualche tema di grande momento non sia trattato nel volume si spiega col fatto che esso si  limita a raccogliere i contributi, o parte di essi, che furono presentati al già detto Convegno del 2012 organizzato con molti riguardi per l'Antonianum. Il volume si apre con la nota dell'Associazione "Padre Carlo Orazi": "infinitamente grata a Gianni Criveller, sinologo, teologo e missionario del PIME […], che ha sollecitato, raccolto e coordinato i contributi che gli studiosi hanno presentato al Convegno…". Diciamo pure che per quell'evento era d'uopo chiamare qualche sinologo o specialista cinese o giapponese in più sull'epoca e le questioni dibattute in merito all'attività apostolica e missionaria di Castorano in Cina. Mancava infatti al Convegno una voce più marcata della controparte cinese, che con maggiore autorità e competenza di quanto possa fare la stessa sinologia occidentale entrasse nel merito di come giudicavano e giudicano i cinesi le questioni che venivano agitandosi. Un sinologo occidentale può dire solo o poco più che grazie agli errori di ieri abbiamo forse imparato a trattare con più etichetta i cinesi e abbiamo capito gli errori in cui la Santa Sede è caduta con Propaganda Fide e Castorano (e una fila di altri prima e dopo) al suo servizio.

 

Già Li Hui si è pronunciato meritoriamente su Castorano nella relazione sulla sua opera linguistica come un sinologo occidentale non si sarebbe sentito titolato a spingersi: "La sua attenzione particolare agli elementi culturali prova che il missionario, vivendo per molto tempo in Cina non solo ha acquisito un'ottima conoscenza della lingua, ma è stato anche una persona curiosa, dallo spiccato spirito d'osservazione e dalle grandi capacità di apprendimento, oltre a essere sempre stato attivo nei contatti con la società e la gente locale. Le conoscenze nei molteplici ambiti della vita del popolo presso il quale aveva deciso di svolgere la sua missione evangelizzatrice, acquisite in più di trent'anni, si sono trasfuse nella sua opera maggiore facendo sì che il dizionario e la grammatica abbiano finito per fornire un vivido spaccato, una vera e propria enciclopedia, della società cinese di epoca Qing". L'autore cinese conclude infine: "rimangono ancora molti aspetti sul dizionario e sulla cultura descritta dall'autore che meritano di essere studiati e approfonditi". Speriamo che lo si faccia, e che si abbandoni l'idea pure sbagliata che qualcuno si è fatta di un Castorano denigratore dei cinesi e della loro civiltà, mentre tanto amava frequentare i primi e studiare con viva passione la seconda. 

 

Un relatore cinese di valore o nello specifico solo un autorevole sostegno sinologico sarebbe stato auspicabile persino per il tema della "traduzione latina della stele di Xi'an" di Castorano trattato da Nicolini Zani. In questo caso già l'autore, pur meritevole per quanto espunta, si sarebbe potuto utilmente avvalere della documentazione, non solo bibliografica, del saggio di Andreina Albanese "La stele di Xi'an, i gesuiti e Ripa" incluso nell'opera Caro Maestro. Scritti in onore di Lionello Lanciotti per l'Ottantesimo Compleanno, a cura di Maurizio Scarpari e Tiziana Lippiello (Venezia, Cafoscarina, 2005).

 

Diciamo infine che qualche studioso cinese al Convegno avrebbe potuto autorevolmente confermare l'analisi delle "otto permissioni" di Carlo Ambrogio Mezzabarba condotta da Giacomo Di Fiore per riabilitare al contempo la figura dell'unico Legato pontificio che avesse da ultimo tentato di non fare precipitare le sorti della Chiesa cattolica in Cina e che Castorano, infine vincente, combatté tanto da vivo e da morto con la sua opera.

 

I limiti, dunque, della carenza di una sinologia "cinese" alle spalle che vedesse dalla Cina e non solo dall'Europa la figura di Castorano e la questione dei nomi e dei riti cinesi sono pesati molto sul Convegno e conseguentemente sul libro che li riflette nonostante pregi e contenuti collimanti persino obtorto collo con le conclusioni cui perveniva a Napoli a primissimo Novecento Gherardo De Vincentiis nel suo affastellato, ma ben lineare Documenti e titoli… che ha alimentato  e sostanziato  buona parte dei saggi. Resta ora da studiare il Fondo Castorano della Biblioteca Nazionale di Napoli per quello che De Vincentiis non utilizzò per la sua opera.           

 

Molti certo oggi sanno che la cogente questione "contro i nomi cinesi di Dio e contro i riti cinesi" non era nata in Cina in seno agli ordini mendicanti (dei quali Castorano era un esponente autorevole del missionariato francescano paragonabile per certi versi solo a un Navarrete): era nata un secolo prima fra i gesuiti missionari in Giappone al primo Seicento; a sollevarla era stato il gesuita Camillo Costanzo (1571-1622) che la divulgava negando a viva voce che in tutto l'Estremo Oriente fosse coltivata qualche nozione assimilabile a quella del Dio cristiano come pure altre nozioni assimilabili a quelle del cristianesimo.

 

La Cina aveva evoluto già all'XI-XII secolo una concezione relativistica del mondo che certo mal si conciliava, anzi molto contrastava con quella assolutistica della tradizione giudaico-cristiano-islamica, e Costanzo l'aveva indubbiamente intuito e aveva ragione, ma sarebbe stato opportuno che avesse taciuto per le successive  fortune della cristianità nei vari paesi. Anche Matteo Ricci, morto da poco, avrebbe concordato con Costanzo se i due avessero potuto discutere insieme; Ricci si era limitato a congetturare che in un tempo lontano, non nel presente, i Cinesi avessero avuto la cognizione del "vero" Dio.

 

Avvenne, con e dopo Costanzo, quello che possiamo definire uno dei pochi casi in cui i gesuiti in missione non seppero tenere la bocca chiusa (come sembra la tenessero invece i loro "generali") e divulgarono fra l'altro a modo loro le obiezioni di Costanzo in Cina dentro e fuori la propria cerchia, astenendosi nell'occasione di tener presente l'adagio che "i panni sporchi si lavano in famiglia".

 

Il risultato fu che intervenne una spaccatura fra gli stessi gesuiti, e alcuni membri degli ordini mendicanti vi bagnarono il pane in buona o in malafede dopo che dagli anni Trenta del Seicento si stabilirono in Cina.

 

Certo, Castorano, a distanza di un secolo, a primo Settecento, lo faceva in perfetta buona fede grazie alle sue conoscenze del cinese e della cultura cinese: condivise in tutto le tesi di Costanzo, senza neppure forse sapere dell'esistenza del suo predecessore, e le propalò pure lui a gran voce. Quello che non capì, come Costanzo non l'aveva capito,  fu l'"impoliticità" di quegli interventi. Non capì che in Cina non si poteva rinfacciare a nessuno di ignorare qualcosa, tanto più quella di non conoscere Dio e anzi affermare di conoscere un "falso" Dio, come Castorano andava ripetendo.

 

Molti gesuiti avevano fatto di tutto per rendere le elite cinesi concilianti col Dio cristiano e all'ultimo c'erano riusciti anche coi mancesi che erano passati al potere della Cina. Il grande imperatore Kangxi, non cinese ma mancese, aveva emanato nel 1692 un editto di tolleranza del cattolicesimo, e i cattolici di tutti gli ordini, i gesuiti e gli antigesuiti, potevano vivere  finalmente sereni e in pace la propria cattolicità, a prescindere se chiamare Dio Tianzi  ("Signore del Cielo") o chiamarlo Shangdi ("Signore dell'Alto") o in qualche altro modo (come, per esempio, Tian, "Cielo"), e - soprattutto - se fare o non fare le cerimonie che Castorano diceva e con ragione "superstiziose". Ma perché non pensare alla pluralità di nomi attribuibili a Dio, a cominciare da quello ben equivoco del nostro Deus (col ricordo pure di Giove) o dei 100 o meglio i 99 nomi di Allah nell'Islam (col centesimo che solo "lo conosce il cammello")? E perché non pensare alle superstizioni di casa nostra e passar sopra a quelle dei cinesi? Se lo chiedevano anche molti confratelli di Castorano…

 

Finì che ai primi del Settecento Kangxi si stancò di tutte queste (per lui) quisquilie che creavano divisioni e disordine nel suo impero e mettevano in cattiva luce la Cina di non aver conosciuto il vero Dio e di essere solo un paese rigurgitante di superstizioni … Si stancò fino al punto da revocare progressivamente l'editto di tolleranza del cristianesimo e fare appello alla stessa tolleranza dei cattolici di essere tolleranti se volevano rimanere nel suo impero. Tollerante lo fu alla fine anche Mezzabarba, ma Castorano si accanì contro le sue "permissioni"…

 

Alla morte di Kangxi, col più intransigente figlio e successore Yongzheng, persino Matteo Ripa, amico e solidale di Castorano (ma con tutte le prudenti distanze che prendeva da lui), vista la mala parata che ormai si prospettava per il domani della cristianità in Cina, decideva di lasciare Pechino e venire a fondare un nuovo nucleo di cristianità cinese a Napoli nel Collegio che si proponeva di istituire ... 

 

Quando finalmente anche Castorano lasciava la Cina per tornare in Europa (ed era troppo tardi), una volta arrivato a Roma, rimproverava persino la Santa Sede dei suoi ritardi in tutte le condanne che lui sollecitava, e finì che in molto lo accontentò, ma cominciò ad averne abbastanza di lui e lo ostracizzò nel dorato esilio della sua casa paterna.

 

Si spegneva così nell'oscurità il grande sinologo Castorano. Se avesse avuto un minimo di senso di misura, autocontrollo, meno esacerbata ricerca di "purità della fede" avrebbe potuto essere di utilità e non di danno alla stessa causa che serviva senza compromettere seriamente anche l'avvenire della cristianità in Cina e in tutto l'impero Qing.

 

Dopo questo volume, dunque, quello che manca ancora agli studi è proprio il rovescio della medaglia, ovvero conoscere l'indignazione di coloro cui in Cina veniva detto di essere stati sempre in torto e che la sola Verità (con la V maiuscola) era appannaggio esclusivo di alcuni (non tutti) di quegli stessi missionari/evangelizzatori e di nessun altro. Occorre dunque che si traducano molti testi cinesi: un compito arduo che, chissà, non è da escludere se lo addossi - perché no? - anche qualcuno dei nostri sinologi in fieri delle più giovani generazioni...

 

Questo è stato l'auspicio con cui si è conclusa la presentazione del volume nell'Aula "Matteo Ripa" dell'Orientale di Napoli condotta dalla curatrice del volume Isabella Doniselli Eramo e organizzata da Luisa Maria Paternicò e Cinzia Vincenza Capristo fra le attività promosse dall'Istituto Confucio presso l'Ateneo napoletano.
 

 

01 DICEMBRE 2017


@Riproduzione riservata



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it