I MING DEL PRIMO '500 E L'ARRIVO DEGLI EUROPEI

di Adolfo Tamburello*

 

Napoli, 13 ott.- I Ming avrebbero avuto vita lunga coi loro 276 anni di regno (1368-1644) che salivano a 284 con quello dell'ultimo imperatore Zhu Youlang (1623-1662), che, col titolo di Yongli, prolungava dal 1647 al 1662 nel Guangdong una dinastia di Ming ormai “meridionali” sui vuoti lasciati ancora dall'occupazione sino-mancese dei Qing (1644-1911).


Il Cinquecento era dunque una fase intermedia per la dinastia, un secolo durante il quale proseguivano nel paese gravi calamità e guerre, e coloro che la sostenevano - non necessariamente i regnanti -, ce la mettevano tutta per conservare e trasmettere la legittimità del trono. Una prima estesa sommossa, vivo ancora Hongzhi (1487-1505), scoppiava nel 1503 nello Shandong, seguita da quelle delle province occidentali compresi Hebei e Gansu, animate da popolazioni minoritarie che tentavano di opporsi alle occupazioni dei suoli da nuove masse di coloni Han. Superfluo dire che la sinizzazione, pur lenta, continuava imperterrita fra esecuzioni sommarie e veri e propri  massacri.
   
A Hongzhi succedeva nel 1505 il figlio quattordicenne Zhu Hauzhao (1491-1521), allevato con tutte le premure di un'elevata preparazione culturale e un'educazione all'altezza dei compiti. Assumeva il trono come Zhengde (“Retta Virtù”,  1505-1521), ma non perdeva tempo a tranquillizzare gli eunuchi dai comprensibili timori sollevati con quel nome nella prima ora. Uno di loro, il corrotto Liu Quin, restò onnipotente fino al 1510, ebbe mire di usurpazione imperiale per un proprio nipote e infine fu ucciso in un ammutinamento di truppe.

Di temperamento gaudente al contrario del padre monogamo di stretta osservanza, Zhende non fu pago neppure del gineceo: lo incrementò di donne di strada che lasciava poi nella più totale inedia, frequentava bordelli fuori delle mura del Palazzo, ne allestiva di suoi. Amava i viaggi, le battute di caccia e pesca, gli animali. Si fece uno zoo di fiere anche esotiche che trasformò in un circo con sue concubine, allestì a palazzo una mostra-mercato facendo travestire consiglieri e alte cariche da venditori e acquirenti. Collezionista appassionato di oggetti d'arte e curiosità, nutrì una forte predilezione per straniere e stranieri, soprattutto mongoli, uiguri e forse anche qualche portoghese fra i primi nuovi arrivati. Compagni intimi gli fornivano proprie donne ed ebbe per anni favorita una concubina uigura multilingue. Era dedito all'alcol e si tramanda morisse per le complicazioni da una poco dignitosa caduta in acqua mentre pescava.

Insomma, tutt'altro che un sovrano. Sarebbe da approfondire se fossero motivate da mire nobili e patriottiche le rivolte di alcuni discendenti di suoi rami collaterali: del principe di Anhua nel 1510 e  del principe di Ning dal 1519 se non prima. A sedare quest'ultima intervenne l'energico statista e filosofo Wang Yangming (Wang Shouren,1472-1529), esperto militare, che per qualche tempo servì il governo, ma ne fu presto allontanato per ricevere il posteriore rimprovero di avere con la sua filosofia lasciato troppo spazio alla  perspicacia “intuitiva” del giovane sovrano.

Restio a incontri ufficiali, Zhengde non sembra avesse abboccamenti con l'ambasceria portoghese inviata da Manuel I. I Ming avevano avuta anticipata notizia dell'arrivo dei nuovi Folanji (Franchi) nel 1511 dal sultano di Malacca loro tributario che chiedeva inutilmente aiuto all'occupazione armata dei  portoghesi di Afonso de Albuquerque. Nel 1513 avvistavano una prima nave portoghese antistante le proprie coste, e non sappiamo se fosse la stessa nave di Jorge Álvares che l'anno dopo lasciava incisa a Tunmen (Ta¬mão), nel delta dello Xijiang, una pietra con lo stemma reale del Portogallo.

Nel 1516, fra i tanti italiani al seguito degli iberici, Raffaele Perestrello era incaricato di  intavolare trattati¬ve di apertura commerciale con le autorità Ming. A dispetto del loro rifiuto, l'Estado da India  predisponeva da Goa l'invio di un'ambasceria guidata da Tomé Pirés, l'autore della famosa Suma Oriental, che arrivava a Canton nel 1517. I preparativi messi in atto da un altro italiano, Giovanni da Empoli (1483-1517), erano lasciati a metà con la sua morte all'arrivo in Cina. Dopo una lunga sosta a Canton, Pirés con la sua delegazione procedeva alla volta dell'imperatore in quel momento in viaggio per Nanchino, ma incomprensibilmente il corteo dell'ambasceria era a un certo punto fermato, e Pirés coi suoi, ricondotto a Canton, si vedeva messo agli arresti.

Non sappiamo se e in che misura c'entrasse Zhengde che moriva nel 1521 o se la piega degli avvenimenti fosse dovuta solo a disposizioni delle autorità locali messe in allarme dalle  notizie da Malacca e altrove sull'aggressività e i tanti disordini provocati dai nuovi visitatori sulle coste e le vicine isole cinesi. Avevano forse fatto traboccare il vaso le gravi malversazioni compiute da una flotta portoghese sopraggiunta a Canton nel 1519-20 e la denuncia di cannibalismo a carico di alcuni portoghesi che nell'isola di Linting avevano comprato un certo numero di bambini cinesi da trafficanti locali. Provveduto a chiudere il porto ai portoghesi, a un loro tentativo di approdo le navi furono attaccate con gravi perdite.  

Decisi a forzare il bando e al corrente dell'imprigionamento dell'ambasceria di Pirés e altri, i portoghesi tornavano a forzare il porto, ma ottenevano solo che i connazionali momentaneamen¬te a Canton fossero uccisi o espulsi, mentre Pirés moriva forse in carcere nel 1523 o 1524 o nel 1540 rimesso in libertà ma impedito di lasciare la Cina.
 
Gli insuccessi e le perdite dissuadevano i portoghesi dal procedere con le armi, tanto più che i mercanti cominciavano a frequentare con profitto i porti di Ningbo e Chuanzhou e soprattutto le coste del Quangdong. Nel 1544 si stabilivano a Xiamen (Amoy), e un graduale miglioramento dei rapporti seguiva ai favori di cui i Portoghesi si rendevano benemeriti. I Ming, stupiti delle armi da fuoco di cui erano equipaggiati e facevano uso, ancor più si stupivano della larga disponibilità a poterle comprare; alcuni apprezzavano increduli la mano che davano loro contro la pirateria arrembando per proprio conto le navi dei pirati delle Laowan, ribattezzate dai portoghesi le “isole dei Ladroni” (di cui faceva parte la futura Hong Kong degli Inglesi).
 
Intanto, a Pechino, nell'apparente disinteresse della corte per gli Europei e quando succedeva a Canton, trascorreva il regno del successore di Zhengde che, morto senza eredi, era passato a un nipote di Hongzhi, il  quattordicenne Zhu Houcong (1507-1567), salito al trono col nome di Jiajing (1521-1567. Non era stata un'elezione facile e unanime, e coloro che l'avevano osteggiata la pagavano con pene crudeli e e spietate che solo inauguravano la norma di quel regno. Fu solo col ritardo di molti anni che le sue concubine si organizzavano nel 1542 per strangolarlo. Sopravvissuto, il dopo moltiplicò le morti atroci di chi gli stava vicino.

Assente in continuità dal governo, restio a relazioni diplomatiche e affari politici, Jiajing lasciò tutto in mano alla più criminosa corruzione. Assorbito da pratiche fisiologiche e alchemiche a conseguimento dell'immortalità, cominciò a dilapidare fortune nell'incetta in lungo e in largo di droghe ed elisir di vita, nel patrocinio del taoismo, la costruzione di templi e monasteri taoisti, la convocazione a corte di maghi ed esorcisti. Finì i suoi giorni nel 1567 per assunzioni di mercurio.

Un quarto di secolo rovinoso per la dinastia e l'impero. Solo le complicità e gli interessi di coloro che gli dedicavano attenta custodia spiega la durata del suo regno: il secondo più lungo della dinastia. 

Il 1542 restò una data cruciale per la Cina anche perché in quell'anno Altan Khan (1507-1582) capeggiò i mongoli in ripetuti attacchi alle frontiere, mentre si faceva sempre più aspra la lotta impari che la marina Ming conduceva contro  la reviviscenza di una pirateria cinese e internazionale (giapponese compresa) che metteva a sacco migliaia di chilometri di coste fra le complicità dei maggiorenti e burocrazie locali. Davano intanto una mano agli uni e alle altre gli Europei, sempre più conosciuti ora come  Nanmanren (“barbari, selvaggi del Sud”), i Nanbanjin dei giapponesi. 

Intanto erano arrivate anche all'Europa le prime notizie che i portoghesi  avevano raggiunto l'Asia orientale. Dei nostri, già nel 1514, il citato Giovanni da Empoli aveva anticipato in una lettera al padre che gli abitanti della Cina: Hanno rii grandissimi, che vanno per la terra drento; che, per la notizia n'abbiamo avuto da loro, sono d'una banda e altra di detti rii, città e castelli bellissimi. Navigano per un rio tre mesi di navigazione, insino che arrivano alla città principale […] onde sta il re de' Cini, che si chiama il Gran Cane di Gattaio. Confina con la terra; che se si discuopre et tutto, sarà cosa grandissima.

La lettera già precisava la corrispondenza della Cina col Catai poliano confermata quasi un secolo dopo dal gesuita Matteo Ricci, ma le notizie raccolte non avevano ancora messo da Empoli al corrente che il sovrano dei “Cini” non era più il Gran Khan della dinastia mongola degli Yüan (1279-1368).

In una successiva lettera da Cochin del 15 novembre 1515 sempre da Empoli confermava la “scoperta” portoghese della Cina e ne faceva un peana: [i Portoghesi] hanno discoperto la Cina […], la quale è la maggior ricchezza che sia nel mondo […]. La terra abbonda di tutta la seta bianca fina […]. Viene di là cose stupende…
 
I portoghesi, all'arrivo in Asia, avevano avuto obiettivi per i quali la Cina esorbitava dai loro precipui interessi della prima ora e cioè della ricerca di “spezie e cristiani” come qualcuno aveva propalato a gran voce. La Cina non forniva spezie, ma i portoghesi avevano già nel 1511 raggiunto le Molucche, le “Isole delle Spezie” per antonomasia, e constatavano subito che in Cina avrebbero potuto venderne a iosa: le sole spezie aprivano loro un inesauribile mercato a cominciare da quello della «seta bianca fine» delle parole di da Empoli.

All'indomani dei primi scambi commerciali, Andrea Corsali scriveva da Cochin il 6 gennaio del 1515 a Giuliano de' Medici che, sebbene i Cinesi non li avessero lasciati scendere a terra perché dicono così essere costume, che forestieri non entrino nelle loro abitazioni, venderono le lor mercanzie con gran profitto e tanto dicono essere d'utilità in condurre spezierie alla Cina come a Portogallo, per essere paese freddo e costumarle molto. Nella stessa lettera Corsali usava belle espressioni sui cinesi e aggiungeva che anche per i cristiani da ritrovarvi, sembrava vi fossero possibilità:  sono molto industriosi e di nostra qualità […]. Vestono a costume nostro, e calzano con scarpe e calzamenti come noi. Credo che siano gentili, avenga che molti dicono che tengano la nostra fede, o parte di essi.

Insomma, erano sì inavvicinabili (come si diceva fossero stati un tempo i Seri di buona memoria), ma era un popolo civile: non andavano nudi o a piedi scalzi come tanti altri in Asia e potevano essere cristiani o almeno esistervi cristiani fra loro.     

Ci si può chiedere se fossero già state orecchiate le tradizioni leggendarie di San Tomaso o Bartolomeo in Cina di cui il gesuita Francesco Saverio avrebbe parlato a distanza di qualche decennio o era già stata rammemorata la presenza dei nestoriani nella Cina poliana...

 

13 OTTOBRE 2015 

 

*Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.

 

*Nella foto l'imperatore Hongzhi che regnò dal 1487 al 1505.

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