I cinesi sono pionieri del reggae (ma non lo sanno)

Furono loro, in Giamaica, i primi produttori di Bob Marley e Jimmy Cliff

I cinesi sono pionieri del reggae (ma non lo sanno)

Ormai è comune vedere la faccia di Bob Marley nei pub occidentali di Pechino, ma in genere i cinesi che vedono i suoi dreadlocks pensano siano capelli finti. Anche dopo avergli spiegato l'origine dei Rastafari, ti guardano ridendo e poi ripetono “sono finti, lo so”. Quando ti chiedono quale musica preferisci, puoi rispondere pop, elettronica, rock, latino, rap, classica (quest'ultima molto in voga, soprattutto i pezzi alla 'O sole mio o Nessun dorma in mandarino). Puoi dirgli addirittura funky, ed è proprio il funky ciò su cui generalmente ripiego quando vedo nei loro occhietti interrogativi che di “reggae” non v’è traccia. Reggae (雷鬼léiguǐ lett. Spirito/demone del tuono) non è infatti una parola comune nei dizionari del cinese medio, nonostante sia già stata tradotta.

Eppure gli emigrati cinesi, poi acquisiti sino-giamaicani, furono tra i primi produttori di musica reggae e dispensatori di dancehall nell’isola caraibica. "I primi arrivarono in Giamaica nel 1850/60 come manodopera britannica nelle piantagioni di zucchero e continuarono ad emigrare in piccoli gruppi fino agli anni ’40. La gran parte proveniva dal sud (Guangdong e Fujian), e fece nei Caraibi proprio ciò che fecero i cinesi nel resto del mondo: aprì piccole imprese, tentò di arricchirsi e mandare i propri figli in buone scuole. Forse però i dottori mandarini iniziarono ad utilizzare qualche erba autoctona nei loro rimedi tradizionali, perché in Giamaica accadde qualcosa di insolito: la comunità cinese fu coinvolta fin dal principio negli sviluppi di quella “sporca” musica da ghetto che divenne poi il Reggae", (come si legge su Danwei).

Mr. Wong, il precursore

Tra i primi pionieri sino-giamaicani troviamo Thomas Wong, un mercante di Kingston conosciuto come "Tom The Great Sebastien", e Byron Lee con la sua band i Dragonnaires. A Wong si deve la nascita del primo “dancehall sound system” che diede spazio ai primi DJ negli anni ’50, molto prima della nascita dell'hip-hop, i quali dai ritmi soul e blues iniziarono a delineare il sound del Reggae. Mentre grazie all'incontro tra il soul americano e i ritmi caraibici, Lee e i Dragonnaires impressero nuove vibrazioni allo Ska di Kingston, dando voce ad un nuovo genere internazionale. 

Il produttore reggae più prolifico fu invece Leslie Kong, primo a rilasciare i successi di Bob Marley, come “One More Cup of Coffee” e “Judge Not”, ma anche il primo a scoprire Jimmy Cliff, con cui avviò una lunga collaborazione partendo dalla sua piccola gelateria Beverly, la quale era combinata con un negozio di dischi. Nel 1961, a Cliff serviva uno sponsor per registrare il suo pezzo “Dearest Beverly” e stette di fronte alla gelateria Beverly cantando la sua canzone per giorni finché Kong non decise di finanziarlo, ricavando un piccolo studio di registrazione nel piano superiore. Così nacque la casa discografica Beverly e venne lanciato il successo planetario di Jimmy Cliff. Kong produsse anche “Poor me israelite” di Desmond Dekker che fu il primo singolo giamaicano di portata internazionale capace di intaccare la Top ten anglo-americana, vendendo oltre 2 milioni di copie.

La comunità sino-giamaicana con i suoi oltre 22 mila membri è tuttora molto coinvolta a livello musicale. Una delle raccolte più accurate riguardanti la storia del reggae fu infatti realizzata da due sino-giamaicani, Kevin Chang e Wayne Chen e persino il famoso Sean Paul vanta la stessa origine.

I cinesi sono pionieri del reggae (ma non lo sanno)
Foto: Manuel Nauta / NurPhoto 
Jimmy Cliff (AFP) 

La band del Dio Dragone

Peccato che il reggae e i suoi pionieri sino-giamaicani siano pressoché sconosciuti in patria. Dopo quasi 25 anni dalla sua uscita in occidente, solo nel 2007 l’album Legend di Bob Marley iniziò ad essere venduto anche in Cina. Nel 2013, China Daily ha realizzato un articolo sulla star emergente svizzera Junior Tsakha, vincitore del festival reggae europeo svoltosi in Italia, il Rototom Sunsplash 2009, e impegnato a rappresentare la sua nazione al festival cinese “Mars en Folie”. L’articolo è interamente incentrato sull’importanza di abbattere le barriere culturali e sul ruolo che il reggae ricoprirà in Cina.

Oggi il paese pare dunque pronto ad accogliere il genere. Lo dimostrano gruppi come i LongShenDao (龙神道 lett. La via del Dio dragone), la prima reggae band cinese, una rivelazione ormai di fama internazionale, con concerti da San Francisco all’Europa. Il loro primo album “Tai Chi reggae” unisce i 4/4 dei beat reggae in levare a 60/70bpm con le pentatoniche e gli strumenti tradizionali cinesi, professando un messaggio di armonia universale. Già dai nomi da loro scelti come dao (道il taoismo, la via) e TaiChi si intuisce il loro tentativo di unire la cultura cinese ad un genere musicale dai più ritenuto universale, e se c’è una cosa che la cultura rasta e il taoismo condividono è la contemplazione dell’armonia con la natura e ciò che ci circonda. Il loro secondo album è uscito nel 2016, si chiama Freedom e presenta la prima cover di una canzone di Marley, “Get Up Stand Up”.

Tuttavia, la domanda sorge spontanea: il reggae in Cina preserverà la sua forte influenza socio-politica o è solo una questione di ritmo? Alcuni affermano che se c’è una figura che richiama Bob Marley in Cina costui è Cui Jian, a cui ci si appella come il “padre del Rock&Roll cinese”. Cui Jian divenne famoso negli anni ’80, cantando le difficoltà quotidiane della gente comune. Il governo gli impedì di organizzare grandi concerti fino a qualche tempo fa. Lui stesso non accetta il paragone con Marley. “Non fate certi paragoni” disse. “Sono imbarazzato all’idea di essere visto in questo modo. Al massimo potrete dire che noi siamo i suoi eredi. La sua influenza fu un elemento chiave del nostro successo”.

Da una parte è vero che la commercializzazione del reggae in occidente fa si che il suo messaggio originale venga meno, mentre la Cina pare essere invece sempre più aperta a nuovi sviluppi. Dall'altra, guardando a Cui Jian, come può essere ben visto dal governo un messaggio come quello di “get up stand up, stand up for your right” se mai diverrà un ritornello popolare non solo nelle melodie, ma anche nelle coscienze di coloro che verrebbero cambiare le cose?

 

 



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