Docente del Center for China-US Cooperation dell'Università di Denver e redattore del Journal of Contemporany China

Docente del Center for China-US Cooperation dell'Università di Denver e redattore del Journal of Contemporany China

di Sonia Montrella e di Alessandra Spalletta

 

Roma, 22 feb. - La visita di Xi Jinping negli Stati Uniti non ha portato a nessun accordo, ma nello stesso tempo, non ha fatto emergere particolari frizioni. Come mai?

 

Uno dei motivi per cui non è stato raggiunto un accordo è che Xi Jinping non è ancora il presidente della Repubblica popolare cinese e, dunque, non è nella posizione di prendere delle decisioni. La sua visita ha avuto perlopiù lo scopo di farsi conoscere a Washington, attraverso uno scambio di vedute su una serie di questioni piuttosto impellenti. Il suo viaggio non aveva l'obiettivo di portare a casa dei risultati politici, tanto che Xi Jinping ha parlato a lungo di consenso. Il vice presidente ha raccontato molto di sé, una chiara volontà di voler essere percepito dagli americani come un uomo tra gli uomini, un amico, e non come un leader politico. Le questioni politiche sono importanti, ma lo è ancor di più  - in questo preciso momento - istaurare un rapporto con gli americani.

 

Parliamo dell'impatto della visita di Xi negli Usa. E' piaciuto agli americani colui, che con tutta probabilità, sarà chiamato a governare la Cina il prossimo anno?

 

Penso che gli americani guardino Xi Jinping da un duplice prospettiva. Xi è carismatico, ha una personalità spiccata e, al contrario di Hu Jintao che è molto serio, è più facile parlare con lui. Faccio un esempio: Xi ha preso parte alla cena a casa del vice presidente statunitense Joe Biden e nel corso della serata i due hanno avuto un colloquio privato nello studio di Biden.  Hu Jintao non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Le persone hanno l'impressione di avere di fronte qualcuno con cui poter parlare senza grosse difficoltà.  Dall'altro lato, invece, Xi Jinping si è mostrato molto fermo su quelle che Pechino chiama "questioni di particolare interesse" quali il Tibet e Taiwan, e di cui ha parlato durante la visita. In un certo senso mi ha sorpreso che abbia toccato l'argomento Taiwan perché da due anni a questa parte i rapporti tra Pechino e Taipei sono più distesi. Taiwan non rappresenta un problema così grande.  


La futura presidenza di Xi Jinping ha già iniziato ad alimentare aspettative. Con Xi al potere a suo avviso come potrebbe cambiare la politica cinese?

 

Xi è molto sicuro di sé, anche grazie al suo background – è un "principino" - e alle esperienze – ex capo del Pcc a Shanghai -, ed è molto nazionalista. Potrebbe discostarsi dai suoi predecessori su molti temi importanti - alcuni dei quali ho già citato -  sebbene non si tratterebbe di negoziazioni semplici, almeno agli occhi degli occidentali. E' figlio della Rivoluzione culturale, e sa bene quello che vuole. Se si va d'accordo con lui tutto andrà bene, ma se ci si ritrova contro di lui, allora le cose potrebbero mettersi male.

 

Ha avuto l'occasione di conoscerlo di persona nei giorni scorsi?

 

Certo. E' successo a Washington durante un pranzo. Ha parlato di questioni personali e di fiducia in un contesto molto informale. Sembrava che stesse chiacchierando con un vecchio amico.

 

Durante l'incontro con il vice-presidente cinese,lei  si sentiva più cinese o più americano?

 

L'ho presa come gli americani, ossia come un'occasione per costruire un ponte tra i due paesi. Da un lato mi piace il carattere pragmatico della nuova leadership, dall'altro mi preoccupa la svolta assertiva della Cina in politica estera. Il paese è sempre più forte, e se gli Usa non sono in grado di sfoderare un adeguato contrappeso, si potrebbe innescare un vero e proprio uragano cinese che rischia di travolgere il piano su cui i due governi dovrebbero lavorare per perseguire obiettivi comuni. A svantaggio di entrambi.
 

 

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