Direttore editoriale e curatore di European Foreign Policy Scorecard 2012, presentato il 7 marzo dall'ufficio romano di ECFR in collaborazione con l'Ambasciata della Repubblica di Polonia e il sostegno della Compagnia di San Paolo.

Direttore editoriale e curatore di European Foreign Policy Scorecard 2012, presentato il 7 marzo dall'ufficio romano di ECFR in collaborazione con l'Ambasciata della Repubblica di Polonia e il sostegno della Compagnia di San Paolo.

di Alessandra Spalletta

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Roma, 17 mar. - Il "malessere" dell'Europa e' ormai pienamente visibile, anche nella sua proiezione internazionale. Il Vecchio Continente perde peso nel mondo, non è più protagonista nella risoluzione dei conflitti, ed è addirittura percepito come un problema. E' quanto emerge dalla seconda edizione dell'European Foreign Policy Scorecard, valutazione della performance della politica estera dell'UE e dei 27 stati membri, che è stato presentato a Roma il 7 marzo dall'Ufficio di Roma dello European Council on Foreign Relations in collaborazione con l'Ambasciata della Repubblica di Polonia e il gentile sostegno di Compagnia di San Paolo. Scorecard 2012 analizza l'impatto della crisi dell'euro, la primavera araba, la leadership tedesca in Europa. La crisi economico-finanziaria, si legge, ha notevolmente indebolito il soft power dell'Europa. Nella scorsa edizione dello "Scorecard", veniva delineata un'Europa distratta dalla crisi economica; "quest'anno la ritroviamo indebolita dalla stessa, anche sul fronte della politica estera". La Germania, 'guida' in numerose aree d'azione, è anche annoverata tra chi 'blocca' in relazione a molti temi, inclusa la Libia. L'Italia si attesta in una posizione di 'mezza classifica'. Pur non trascinando i partner verso una politica comune europea, nel 2011, scrive il rapporto, ha dimostrato in più circostanze la preferenza per una visione europea.

 

LE RELAZIONI CON LA CINA


E' una chiara asimmetria quella che divide Europa e Cina. "L'Europa patisce uno svantaggio strutturale nei confronti della Cina", si legge nel rapporto.  L'Europa è frammentata in diversi attori che spesso sono in disaccordo tra di loro – i paesi membri, la Commissione europea, il Parlamento europeo, la Banca centrale europea, il più recente EFSF -, mentre la Cina agisce in modo unitario, sfoderando un potente assolo "in grado di mobilitare banche, fondi sovrani, masse di denaro e diplomazia per raggiungere obiettivi di politica estera". L'Europa a confronto appare come un'orchestra scombinata, incapace di esprimere una politica europea coordinata nei confronti di una Cina sempre più forte, che bypassa Bruxelles e continua a preferire il dialogo con i singoli paesi dell'Eurozona, seguendo la bussola degli affari.

 

A nulla sono valsi i suggerimenti contenuti nello Scorecard 2011 e nell'inquisitorio paper "Scramble for Europe": la crisi ha accelerato il dissolvimento delle intenzioni di un maggiore coordinamento che gli europei l'anno scorso iniziavano a elaborare nelle loro coscienze. "La crisi europea si è trasformata in un'opportunità per la Cina", tuona il rapporto. La Cina scarta di fatto l'opzione soccorso, e anziché investire nei fondi di salvataggio europei, punta alle infrastrutture e preferisce utilizzare le immense riserve di denaro per comprare le nostre aziende. Questo è un fatto. 

 

Come si comporta quindi l'Europa con la Cina? Il rapporto si spinge ad assegnare un punteggio – innestato su un'analisi articolata – a dodici tematiche raggruppate in tre macrocategorie: liberalizzazione del commercio (con un punteggio di C+ rispetto a un B- assegnato nel 2010); diritti umani e governance (D+ rispetto a un C- dell'anno scorso); cooperazione regionale e globale (B- rispetto a un C--+ della precedente edizione).

 

Una disamina del successo e del fallimento delle relazioni tra l'Unione europea e il paese asiatico che si è candidato – volente o nolente - a spostare l'asse degli equilibri geopolitici da Occidente e Oriente. Eccole, le dodici coordinate individuate da Ecfr: dal dialogo bilaterale alla reciprocità nelle opportunità di investimento da parte delle aziende europee in Cina  e quindi alla protezione della proprietà intellettuale; dalle dispute commerciali e alle restrizioni sulle materia prime - terre rare in primis – alla cooperazione sulla crisi dell'euro; dalla capacità dell'Europa di influire sui temi delicati quali lo stato di diritto e i diritti umani in Cina, le posizioni della Cina sul dossier iraniano, sulla crisi libica e quella siriana e sulla politica cinese in Africa; dalla partecipazione cinese agli organismi internazionali e i temi di global governante all'impegno cinese sul cambiamento climatico.

 

AgiChina24 ha intervistato Hans Kundnani, direttore editoriale e curatore di "European Foreign Policy Scorecard", rientrato da un recente viaggio in Cina. Nell'intervista di Alessandra Spalletta, Kundnaniu ci racconta la visione 'germano-centrica' che la Cina avrebbe sviluppato nei confronti dell'Europa azzoppata dalla crisi.

 

 

INTERVISTA A HANS KUNDNANI

 

 

E' appena rientrato da Pechino. Impressioni?

 

Con il mio collega Jonas Parello-Plesner stiamo realizzando una nuova ricerca sull'evoluzione dei rapporti tra Cina e Germania e le conseguenze per l'Europa (il rapporto verrà pubblicato tra aprile e maggio). Non solo il rapporto con la Germania assume oggi per la Cina un'importanza strategica, ma i cinesi assumono nei confronti della crisi europea una posizione molto simile a quella tedesca. I funzionari del partito e i think tank legati al governo che abbiamo incontrato, intravedono chiari parallelismi tra la loro situazione e quella dei tedeschi.

 

Qualche settimana fa si è "finalmente"  tenuto il summit Cina-Ue. Il summit era stato convocato per la fine di ottobre, ma era stato rinviato "a causa degli imminenti vertici del Consiglio Europeo e dei capi di Stato dell'Eurozona". I cinesi come guardano alla crisi europea?

 

La cancellazione del summit nell'ottobre scorso avviene più o meno nello stesso momento in cui i rapporti diplomatici tra Germania e Cina attraversano una ventata di dinamismo: trenta ministri cinesi arrivano da Pechino per rinverdire le consultazioni diplomatiche tra i due Paesi.  La miscela di questi due elementi – la cancellazione del summit quasi in contemporanea con la visita a Berlino dei 13 ministri cinesi – ci suggerisce che la Germania ha rimpiazzato l'Europa come interlocutore privilegiato della Cina.


La visita del cancelliere tedesco Angela Merkel in Cina va quindi vista nell'ottica di un 'gioco di ruoli' tra Germania e Unione europea?

 

E' stato interessante notare come la visita di Angela Merkel si sia collocata in mezzo tra il summit europeo di fine gennaio e il summit Cina-Ue. La visita del cancelliere è risultato più importante del summit Cina-Ue perché la Merkel è arrivata a Pechino per illustrare ai cinesi l'esito del summit europeo. Merkel parlava in rappresentanza dell'Europa. I cinesi non hanno nascosto il loro stupore nell'apprendere che di summit europeo fosse venuta a parlare Angela Merkel, e non – come ci si sarebbe aspettato – , il presidente Herman Van Rompuy.

 

La Cina lo ha ribadito più volte: Pechino non vuole salvare l'Europa. Contribuire alla soluzione della crisi del debito sovrano, forse, ma attraverso il FMI.  La possibilità di una partecipazione cinese al fondo di salvataggio europeo resta per ora una dichiarazione d'intenti. E' ormai chiaro a tutti che l'interesse cinese è rivolto alle aziende e alle infrastrutture, comprare quote del debito è giudicato un investimento azzardato. Nei circoli cinesi che ha frequentato nei giorni scorsi, si parla ancora di un possibile soccorso della Cina ai paesi dell'Eurozona? E in che termini?

 

La posizione della Cina nei confronti della crisi europea del debito sovrano è nota: la Cina ha un chiaro interesse nell'aiutare i paesi dell'Eurozona, ma gli europei devono anzitutto risolvere la crisi per conto proprio. "Faremo il possibile", è una sorta di mantra recitato all'unisono a ogni occasione. I cinesi sono investitori cauti, non hanno intenzione di comprare asset che possono rivelarsi un investimento problematico. Questo atteggiamento  spiega molto bene come mai siano cosi scettici rispetto all'acquisto di titoli di stato o all'investimento nel fondo di salvataggio europeo. I cinesi che ho incontrato non me lo hanno detto esplicitamente, ma la sensazione che ho avuto è che potrebbero essere interessati a comprare il debito tedesco. In altre parole, La Cina potrebbe decidere di aiutare l'Europa attraverso la Germania.

 

Quindi i cinesi pensano che solo la Germania sia in grado di mettere lo stucco alle crepe europee?

 

E' possibile, e si tratta di un'opzione che calzerebbe a pennello con il rapporto speciale che lega sempre di più Germania e Cina.  Un funzionario con cui ho parlato ha usato una metafora efficace. "L'Europa è la famiglia, la Germania è il fratello maggiore: quando il fratello maggiore si assume la responsabilità, c'è armonia in famiglia. Quando la responsabilità viene meno, si ottiene l'effetto contrario, e il risultato è il caos". Germania forte, Francia debole..

 

L'Italia?

 

L'Italia non è stata mai menzionata. Come del resto la stessa Inghilterra sembra essere esclusa dal loro pensieri. Sembra che i cinesi abbiano rispetto solo per la Germania.

 

C'è una consapevolezza diffusa a livello europeo che ogni possibile azione di salvataggio da parte della Cina possa dividere l'Europa?

 

Anche per colpa della crisi, l'Europa non ha saputo esprimere una politica estera coesa nei confronti della Cina – il cosiddetto "approccio strategico" che Ecfr invoca da tempo -. Dal punto di vista cinese, la Francia appare come la potenza che più della Germania pretende l'adozione di una politica coordinata a livello europeo. Evidentemente, questo modo di vedere da parte della Cina potrebbe giustificarsi – a mio avviso – per il fatto che la risposta tedesca alla crisi è stata forte, laddove la Francia si è trasformata agli occhi dei cinesi in un'altra Potenza a cui tendere frettolosamente la mano.  Ma i cinesi non la pensano in questo modo, al contrario: il fatto che la Francia abbia chiesto il supporto cinesi in modo diretto, è in realtà motivo di imbarazzo.
Ancora. Il direttore del Fondo europeo di stabilità finanziaria Klaus Regling si è recato di persona in Cina per chiedere l'intervento di Pechino prima che vi fosse un accordo tra gli europei. Ho avuto la sensazione che gli stessi cinesi siano divisi tra chi ritiene che per la Cina sia meglio un'Europa unita, e chi vuole invece che l'Europa persegua una politica centralizzata. La Cina ci ha ormai abituati alla sua visione multipolare del mondo: il paese ha bisogno un'Europa forte in contrasto con la supremazia degli Stati Uniti. E' semplicistico, quindi, affermare che la Cina possa scorgere un vantaggio in un'Europa divisa. Dov'è la soluzione? A me sembra che la soluzione per i cinesi nel lungo periodo sia quello di lavorare a stretto contatto con la Germania.

 

In un mondo che di fatto si regge ancora sull'equilibrio di potere tra Cina e Usa, ma con una Cina determinata a porre le basi di un mondo progressivamente multipolare in cui il dollaro non costituisca più l'unica moneta di riferimento - quale potrebbe essere il ruolo dell'Europa? I cinesi cosa vogliono che l'Europa faccia?

 

La Cina – ripeto - vuole un mondo multipolare. La Cina vorrebbe, quindi, un'Europa indipendente dagli Stati Uniti. Una buona ragione per la quale la Cina è sospettosa nei confronti del Regno Unito è che Londra è vicina a Washington. La Francia è un in certo senso imprevedibile. La Germania, invece, sui vari dossier internazionali incandescenti, sembra pronta a rompere con gli Stati Uniti, se necessario.  Ed è questo che vuole la Cina: un partner strategico che sia economicamente interdipendente. Quando discuto con gli interlocutori cinesi circa il tipo di partnership strategica che hanno in mente, nella loro visione si tratta di un rapporto tra partner ad armi pari e foriero di benefici reciproci. Il rapporto che la Cina sta sviluppando con la Germania li aiuta a incamminarsi nella prossima fase del loro sviluppo economico.

 

La crisi europea per la Cina è fonte di preoccupazione o un'opportunità?

 

Credo entrambe le cose. La Cina ovviamente non vuole che l'Europa collassi, l'economia cinese è ancora fortemente basate sulle esportazioni. L'interesse cinese coincide con quello tedesco: la Germania non vuole che l'Europa collassi, sarebbe un disastro per l'export. Al tempo stesso, però, la Germania limita le operazioni di salvataggio, non vede di buon occhio l'emergere di una transfer union. E' curioso come gli interessi dei due paesi siano allineati.

 

L'assertività della Cina in politica estera spaventa l'Europa? Sulla crisi siriana abbiamo visto una Cina tornare ad abbracciare i principi di non ingerenza…

 

La Cina non ha più fiducia nell'Occidente. Dopo la Libia, il veto della Cina alle sanzioni delle Nazioni Uniti sulla Siria si spiega così: i cinesi pensano che noi occidentali abbiamo esagerato, abbiamo sfruttato la risoluzione per perseguire i nostri interessi.

 

Un'analisi non del tutto sbagliata…

 

Dipende dai punti di vista. Sulla Siria, è vero, la Cina è tornata ai principi di non ingerenza negli affari interni. Quello siriano, quindi, potrebbe configurare un caso diverso. E' nel 2010 che la Cina è diventata più assertiva in politica estera. L'assertività della Cina non ha allarmato solo l'Europa, ma in primis i paesi asiatici, per non parlare degli Stati Uniti che stanno riaffermando la presenza militare nel Pacifico.

 

Lei crede nella superiorità del "modello Cina"?


Qui la questione condivisa da tutti è per quanto tempo l'attuale modello di sviluppo possa durare.

 

E' un modello destinato a collassare?

 

Questa domanda va al di là delle mia aree di competenza. Gli stessi analisti cinesi esprimono posizioni differenti e fanno fatica a trovare un punto d'accordo. La Cina studia attentamente i vari modelli di collasso, dal crollo dell'Unione Sovietica alla primavera araba, che rappresenta un modello di collasso completamente diverso rispetto a quello sovietivo. Al momento il governo cinese sembra perfettamente in grado di manovrare l'attuale situazione economica, ridurre il tasso di inflazione, decelerare la crescita, attraverso il continuo intervento dello Stato nell'economia. Quanto questo possa durare, nessuno può saperlo. 

 

Cosa può imparare l'Europa dalla Cina?

 

Proprio non vedo cosa l'Europa possa imparare dalla Cina. Non sono sicuro che sia una buona idea per l'Europa copiare pezzi del modello cinese. Mi sembra che la Cina voglia piuttosto imparare ancora molto da noi, in particolare dalla Germania: e mi riferisco all'economia sociale di mercato, che vedono ben connessa con il  socialismo con caratteristiche cinesi.  La Germania offre alla Cina, ad esempio, un modello di mercato del lavoro a cui guardare nel momento in cui il gigante asiatico entra a pieno titolo nella prossima fase dello sviluppo economico.

 

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