Cosa pensano (davvero) i cinesi dell'Italia

Spiccato interesse verso il Belpaese, ma i luoghi comuni - da entrambe le parti - sono duri a morire

Cosa pensano (davvero) i cinesi dell'Italia
sergio mattarella 

La visita del presidente Sergio Mattarella in Cina ha evidenziato un forte interesse per l'Italia, che si è concretizzato in una copertura mediatica notevole. Mi trovavo a Pechino la scorsa settimana per uno dei miei periodici viaggi di lavoro in Cina, dove seguo progetti di clienti italiani e cinesi. Appena sceso dall’aereo e fatto l’ingresso in hotel mi sono trovato davanti, per esempio, la prima pagina del China Daily del 23 febbraio, quasi interamente dedicata alla visita. Ho avuto modo poi di vedere un'importante intervista televisiva al presidente; oltre a varie trasmissioni dedicate all’evento e all’Italia. 

Si può affermare senz’altro che l’interesse per la visita e gli accordi firmati è stato più forte in Cina che in Italia, dove la questione del congresso Pd, il problema “esistenziale” dello stadio della Roma, il malore di Virginia Raggi e le sparate intolleranti di Matteo Salvini hanno avuto maggiore copertura durante quei giorni.

L'Italia vista dai cinesi

Quindi, che cosa pensa la Cina dell’Italia? In primis, andrebbe detto che il nostro Paese è conosciuto soprattutto per la sua storia millenaria, per la cultura, per il cibo, per la moda e ovviamente per il calcio. Possono sembrare luoghi comuni ma sono abbastanza vicini alla realtà. 

L'export italiano di macchinari e il mito tedesco duro a morire

Durante una cena con alcuni docenti universitari della University of International Business and Economics (Uibe), la Bocconi cinese, i miei ospiti sono rimasti sorpresi dall’apprendere che la prima categoria merceologica per esportazione del nostro Paese è costituita da tempo da macchinari e meccanica strumentale. Era così 10-15 anni fa, è rimasto così: l’idea che solo il nome 'Germania' sia sinonimo di meccanica e macchinari è dura a morire. 

D’altra parte, la Cina è diventata per la prima volta il più grande mercato di export della Germania, superando gli Usa. Con 180 miliardi di dollari, l’interscambio Germania-Cina è più di tre volte quello italiano. Come investimenti diretti, l’Italia poi è superata da molti altri Paesi europei. In un certo senso, in alcuni settori come quello automobilistico, per esempio, abbiamo ormai perso vari treni. 

La Cina vista dagli italiani

E noi, cosa pensiamo della Cina? Anche qui i luoghi comuni abbondano e le sorprese non mancano. Per esempio, sui social italiani, dove la disinformazione regna suprema, si ritiene ancora che la Cina sia il posto dove ‘schiavi’ producono prodotti per un dollaro al giorno o dove i bambini vengono incatenati alle linee di produzione invece di andare a scuola. 

Abbondano i luoghi comuni ma la realtà è un'altra

Niente di più lontano dalla realtà: la Cina si è dotata di una legislazione sul lavoro avanzata e, sebbene non esistano sindacati autonomi, nel complesso la capacità contrattuale degli operai, come dei colletti bianchi, è aumentata notevolmente. E i bambini vanno a scuola, eccome. Anzi, in media superano gli studenti americani, per esempio nelle materie scientifiche. E i salari e i contributi sono schizzati in alto.

Tant’è che molte aziende straniere negli ultimi anni hanno spostato la produzione altrove, oppure in zone della Cina meno sviluppate (le regioni occidentali per esempio) dove la pressione salariale è contenuta, ma ci sono altri problemi, come le connessioni con i porti principali che si trovano tutti a est o sud (problema cui l’iniziativa 'Belt and Road', di cui parlerò di seguito, sta cercando di ovviare). 

E gli osservatori più attenti sanno già che oltre ad esportare magliette e calzini, la Cina esporta da tempo e con successo anche apparecchiature sofisticate come quelle per le telecomunicazioni, computer avanzati e tecnologia per fare treni veloci.

Cina non solo importatrice di capitali, ma anche esportatrice

Inoltre, mentre sappiamo della Cina importatrice di capitali, abbiamo notizie confuse e frammentate sulla Cina esportatrice di capitali. Sappiamo (forse) che detiene una bella fetta del debito Usa e sappiamo che di recente aziende cinesi hanno comprato la Pirelli e l’Inter (e hanno mire sul Milan), ma questo appunto è solo la punta dell’iceberg.

La Cina infatti è impegnata in uno sforzo di 'esternalizzazione' quasi unico nella sua storia millenaria, durante la quale (tranne una brevissima parentesi) ha guardato soprattutto a se stessa e al proprio interno. Era logico però che, dopo aver aperto le porte agli investimenti esteri, fosse essa stessa a investire altrove.

Sempre più investimenti all'estero. E Pechino cerca di riorientarli

E infatti, altra sorpresa forse per qualcuno poco informato e ossessionato dalle 'delocalizzazioni', gli investimenti cinesi all’estero superano ormai da un paio di anni quelli in entrata. Non solo, dopo alcuni anni di 'irrazionale euforia' (per parafrasare Alan Greenspan) in cui aziende private e statali hanno comprato veramente di tutto all’estero, sembra che – con tutte le difficoltà del caso – il governo cinese stia cercando di riorientare l’export di capitali verso fini più strategici. 

La nuova Via della Seta

La visita del Presidente Mattarella infatti non ha mancato di menzionare il progetto One Belt One Road, adesso ridenominato Belt and Road Initiative, che vuole essere il lascito più importante della presidenza Xi al mondo: una rete di connessioni marittime e via terra che ricalca più o meno la vecchia Via della Seta ma va ben oltre, ed è accompagnata da forti investimenti nei paesi attraversati: dall’Europa dell’Est ai Balcani al Pakistan, alle ex repubbliche sovietiche del centro Asia, fino alla Cina occidentale ovviamente. Ma che interessa anche alcuni Paesi africani, mediorientali e del sud-est asiatico. 

E così, investimenti in una ferrovia in Kenya o nell’alta velocità tra Belgrado e Budapest o nel porto del Pireo o (come sembra sia in corso di discussione) in uno o più porti italiani, ma anche una fabbrica di prodotti tessili in Kazakistan vengono riclassificati come parte della Belt and Road Initiative, con importanti conseguenze anche dal punto di vista dei finanziamenti statali messi a disposizione. 

Obiettivi di Italia ed Europa, pianificazione di lungo periodo e strategie win-win

Con questo progetto, con le sue opportunità ma anche con i rischi che ne derivano, dovremo fare i conti - come Italia ma soprattutto come Unione Europea, che ha mandato esclusivo di negoziare accordi commerciali e di investimenti con partners extra Ue - nei prossimi 10-20 anni. Un orizzonte forse troppo lungo o ampio per le nostre democrazie ossessionate dal consenso a breve e dalla necessità di creare posti di lavoro 'ieri', ma che dovranno imparare di nuovo a fare pianificazione e immaginare cosa vorranno essere non tra 6 o 12 mesi, ma tra 10 o 20 anni e cercare di adottare il più possibile strategie win-win, soprattutto con la Cina, ma anche (visti gli sviluppi) con gli Usa. Sempre tenendo conto di quanto si muove intorno all’Italia e all’Europa e non ignorandolo o cercando di chiuderlo fuori, perché tutti sappiamo che non è possibile.