CONTRAFFAZIONE, IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

CONTRAFFAZIONE, IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA
Shanghai, 04 ago. - C'è da chiedersi come abbiano preso i vertici di Cupertino la notizia, rimbalzata sui media di tutto il mondo qualche giorno fa, della scoperta a  Kunming, capitale della regione meridionale dello Hunnan, di una serie di Apple Store sul modello di quelli che impazzano nella capitale e a Shanghai, ma totalmente falsi e privi della licenza necessaria.  Sempre in quel di Kunming, i fatti hanno superato l'immaginazione e si è improvvisamente materializzato uno spazio espositivo di 10.000 metri quadrati, in tutto e per tutto una versione locale del megastore Ikea, denominato per l'occasione "Forniture 11", per via dell' assonanza con la pronuncia cinese del gigante svedese. Una beffa, questa, giunta pochi giorni dopo l'inaugurazione del più grande punto vendita Ikea al mondo, sorto nel distretto di Pudong a Shanghai.

 

 

Nulla di nuovo sul fronte. Di storie del genere se ne sono sentite molte e il futuro ce ne riserverà altrettante. Ma sospetto che alla Apple siano ben più preoccupati di fare fronte alle crescenti proteste che alcuni Ngos locali stanno montando contro gli impegni presi in campo sociale e ambientale dall'azienda e mai rispettati, per prestare troppa attenzione a ciò che succede nelle province dell'impero. 

 

Ciònondimeno queste notizie arrivate ad animare un mite inizio d'estate (climaticamente parlando, s'intende) qualche riflessione la sollevano. I casi sono due: o Kunming si è improvvisamente trasformata nella Disneyland (tra l'altro, neanche a farlo apposta, si parla anche di un paio di negozi della catena americana anche loro falsi), o questi episodi vogliono dirci qualcosa.

 

Parlano, a detta di molti esperti, di un'evoluzione importante in atto nelle modalità di contraffazione cinesi. Troppo per parlare di innovazione anche nel falso? Forse, ma è innegabile che dall'imitazione del singolo prodotto si è passati a una pratica falsificatoria totalizzante, una clonazione dell'intera esperienza produttiva dagli esiti sorprendenti. Le conseguenze di fatti come questo sulla retorica riguardante la Cina sono  note. Non fanno, infatti, che aggiungere carne al fuoco nel disegnare una già diffusa immagine di un paese guardone e copione, tralasciando però tutto il resto.

 

La Cina, vale la pena di ricordarlo a gran voce, non è solo questo, piuttosto è anche questo. Per carità, quella della violazione quotidiana del copy right in tutte le forme possibili, è una dimensione che esiste e prospera, ma che rappresenta solo la solita metà del pianeta, quella più visibile ad occhio nudo dalle nostre latitudini.

 

L'innovazione, quella vera intendo, esiste. Questa non si riduce solo all'asse pianificato con perizia da Pechino per lo sviluppo economico del prossimo quinquennio, che ha nella ricerca e sviluppo un pilastro importante, oltre che un'arma di politica internazionale non indifferente nella definizione dei contorni di una cosiddetta "brand China". In termini pratici questo obiettivo, dichiarato lo scorso novembre da Pechino in un documento sulla strategia di sviluppo dei brevetti per il decennio 2011-2020, si sostanzia nel raggiungimento del tetto di due milioni di nuovi brevetti emessi, un record che proietta la Cina nella leadership mondiale dell'innovazione. Le preferenze sono chiaramente dirette ai settori pilastro del dodicesimo piano di sviluppo quinquennale.

 

Via libera quindi a brevetti (che, diciamolo, non sono però sempre sinonimo di innovazione, come sottolineava The Economist di qualche tempo fa) nel campo delle nuove tecnologie, delle telecomunicazioni, nelle energie verdi (solare e eolico in testa) e nel settore automobilistico. Per far ciò, Pechino ha potenziato la macchina burocratica, necessaria al rilascio dei brevetti e ha avviato una vera e propria campagna di promozione degli stessi a suon di incentivi e sconti fiscali. Questo, ovviamente, abbassa il livello delle idee presentate ma ne aumenta il numero e non fa che animare una piazza già concitata. L'ambizione per una volta si spinge anche al di là dei confini della terra di mezzo, e punta anche a raddoppiare i brevetti emanati da tutte le aziende o i privati cinesi all'estero.

 

Detto questo, innovazione è però anche il patrimonio di know how che il paese ha negli ultimi vent'anni passivamente assorbito dall'esterno, e che non è certo andato perso, bensì si è arricchito di risorse proprie ed è stato incanalato in un progetto politico e imprenditoriale che ha le potenzialità per avviare una trasformazione della Cina da produttore ad ideatore e creatore. Certo ci vorrà del tempo e una generazione di imprenditori e di tecnici che guidi la svolta, ma i germogli di questa svolta già si vedono e la consapevolezza della necessità di tale sterzata si sente.

 

Checché se ne pensi in Cina molto si muove, al di là delle imitazioni che, a chi come me non ne paga le conseguenze, una risata la strappano come quella che mi è scappata al clamoroso avvistamento di un negozio con l'insegna di"Corso Como 11", in quel del distretto di Gubei a Shanghai.

 

di Nicoletta Ferro

 

La rubrica "La parola all'esperto" ha un aggiornamento settimanale e ospita gli interventi di professionisti ed esperti italiani e cinesi che si alternano proponendo temi di approfondimento nelle varie aree di competenza, dall'economia alla finanza, dal diritto alla politica internazionale, dalla cultura a costume&società. Paolo Borzatta cura per AgiChina24 la rubrica  di economia

 

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