One China, One Europe?

Preoccupa il "dinamismo diplomatico" di Pechino verso i Paesi orientali del Vecchio Continente 

One China, One Europe?
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 Cina Pechino ricchezza benessere - afp

Qualcuno può pensare che il parlamento europeo abbia poca rilevanza, che sia un luogo di perditempo che si occupano di questioni poco importanti per i cittadini europei. Liberissimi di pensarlo, ma senza dimenticare che il Trattato di Lisbona ha cercato seriamente di cambiare le cose.

Tant’è che nel dicembre 2015 il Parlamento Europeo si è permesso, nei suoi pieni poteri ovviamente, di suggerire la linea di politica UE verso la Cina, cioè uno dei partner economici e politici più importanti.

E che cosa ha detto? Tra le varie cose, dopo una ventina di “preso atto” che riepilogano in una paginetta la storia recente delle relazioni UE-Cina e dei vari forum di discussione cooperazione UE-Cina esistenti, ha chiesto ai singoli paesi membri di “parlare con una sola voce verso il governo cinese, specialmente se teniamo conto dell’attuale dinamismo diplomatico cinese”.

Un simile appello è stato poi ripetuto nel settembre di quest'anno da Sigmar Gabriel, ministro degli Esteri tedesco, quando ha chiesto alla Cina di considerare l’Europa come “una” allo stesso modo in cui la UE riconosce solo “una Cina” (appello cui il governo cinese ha risposto picche non accettando in alcun modo un possibile paragone con la situazione di Taiwan).

Il rischio del "fronte alternativo"

A cosa potevano riferirsi il Parlamento Europeo e poi il leader tedesco in questo appello all’unità di fronte al “dinamismo diplomatico cinese”? Forse alle solite schermaglie franco-iberico-tedesco-italiane, ognuno sempre alla ricerca di un "rapporto speciale" con la Cina?

Non tanto: bene o male i paesi dell’Europa occidentale tendono a coordinarsi nell’approccio al Dragone, anche grazie al ruolo di organizzazioni non governative come la Camera di Commercio Europea in Cina, che offre un fronte abbastanza unito ed è utilizzata come veicolo di lobbying delle imprese europee verso il governo cinese. No, si riferiva soprattutto ad un tentativo diretto cinese di creare un “fronte alternativo” andando a toccare gli stati membri dell’Europa centrale e orientale.

Nel 2012 infatti questi, dalla Repubblica Ceca alla Slovenia alla Lituania (insomma tutti quelli entrati con gli allargamenti degli ultimi 15 anni), hanno costituito insieme ad altri stati dei Balcani non ancora in UE un nuovo formato di discussione e collaborazione con la Cina, denominato "16+1".

Non molto strutturato, certo, ma il 16+1 ha comunque tenuto vari “summit” ad altissimo livello ogni anno dal 2012 (l’ultimo si è tenuto il 27 di questo mese a Budapest), ha un suo segretariato formato da quasi tutti i dipartimenti governativi cinesi che contano, da banche cinesi e dalla società che costruisce reti ferroviarie.

La Belt and Road Initiative e il 16+1 sono indissolubilmente legate: il 16+1 trova infatti una delle sue principali ragioni d’essere negli investimenti infrastrutturali ed industriali che fanno parte della strategia BRI per l’Europa e che, come noto, toccano soprattutto l’ Europa dell’Est. L’alta velocità Belgrado-Budapest, realizzata da un consorzio con società cinesi è uno degli esempi piu’ noti. Il potenziale per un indebolimento di un fronte unito europeo nelle trattative sulla Cina, dalle questioni commerciali a quelle legate agli investimenti infrastrutturali in cui Cina e UE seguono logiche diverse, è concreto, soprattutto se si tiene conto che alcuni dei paesi parte del 16+1 sono in disaccordo con la UE su altre tematiche.

La sorte del "16+1"

Non tutto è perduto. In primis, va detto che i flussi commerciali tra gli altri paesi UE e la Cina sorpassano di gran lunga quelli tra la Cina e i paesi parte del 16+1. Anche sugli investimenti diretti reciproci, non ci sono paragoni: il grande flusso di investimenti diretti promesso verso l'Europa dell'Est non si è ancora materializzato e le aziende cinesi trovano ancora molto più interessante fare investimenti greenfield o acquisire controparti in Germania Francia o Italia.

La TAV Belgrado-Budapest poi ha incontrato problemi in quanto il progetto non rispettava le norme europee sugli appalti pubblici (forse risolto ora in quanto proprio durante il summit del 27 il governo ungherese ha annunciato un nuovo appalto pubblico per la porzione dell'opera che tocca il territorio ungherese nel rispetto delle regole UE). Similmente, gli investimenti diretti provenienti già solo dai paesi fondatori UE più Spagna, in Cina superano quelli dei paesi est-europei.

Non è detto quindi che, se le aspettative verranno deluse, Ungheria Polonia e gli altri paesi membri UE nel 16+1 non decidano un giorno di seguire la raccomandazione del Parlamento Europeo.



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