Prendersi a pallonate per evitare le cannonate

Nell'incontro tra Cina e Corea del Sud (vinto dalal nazionale allenata da Lippi) era in gioco l'orgoglio

Prendersi a pallonate per evitare le cannonate

Non era la classica Italia-Germania o, per arrivare all'estremo, la vittoria dell’Iran sugli Stati Uniti per 2-1 ai Mondiali di Calcio di Francia 1998, ma la partita tra Cina e Corea del Sud di giovedì ha segnato un nuovo, e fino a poche settimane fa inaspettato, capitolo della pericolosa intersezione tra calcio e politica. Il “derby del Thaad” è finito 1-0 per la nazionale allenata da Marcello Lippi: una vittoria che vale i primi tre punti nel girone per la squadra in maglia rossa e la speranza di proseguire nel cammino verso i mondiali di Russia 2018, ma che è molto più importante per l’orgoglio nazionale cinese. 

Prendersi a pallonate per evitare le cannonate

La Cina ha vissuto malissimo la decisione di Seul di procedere all’installazione con l’aiuto degli Stati Uniti dello scudo anti-missile (Terminal High-Altitude Area Defense System, ovvero Thaad): per mesi, per l’esattezza dall’8 luglio scorso, quando Seul sciolse le riserve, Pechino ha dichiarato la propria aperta opposizione al sistema d'arma che deve rendere inoffensivi i missili di Pyongyang. Il Thaad potrebbe intromettersi nei sistemi di sicurezza militari cinesi, fu ed è l’obiezione di Pechino, che ha innescato una serie di ritorsioni commerciali che hanno colpito in poche settimane diversi settori dell’economia sud-coreana. Nella conferenza stampa della vigilia, Lippi ha parlato dell’importanza del match solo sotto il profilo calcistico: i tre punti servono per andare avanti, aveva detto, ma la partita che si giocava fuori dal campo era forse più importante di quella sul rettangolo verde. 

I cinesi boicottano il marchio Lotte

La disputa ha toccato l’apice il 28 febbraio scorso, quando la conglomerata sud-coreana Lotte ha dato il sì definitivo alla concessione del terreno sul quale installare il Thaad al governo sud-coreano. Pechino non ha perdonato e in sole tre settimane il 90% dei supermercati a marchio Lotte in Cina hanno dovuto chiudere per scelta propria o, più spesso, per i boicottaggi dei consumatori e le ispezioni a sorpresa. Poi, a catena, sono stati colpiti anche gli altri settori dell’economia: tratte aeree cancellate, e turisti in crociera che si rifiutano di mettere piede su un’isola della Corea del Sud, Jeju, per senso patriottico, solo per citare i casi più clamorosi. Nell’episodio di settimana scorsa ci fu anche, involontariamente, un po’ di Italia: la nave su cui si trovavano era una Costa Serena.

Tensione alle stelle, scatta l'allarme

Con l’avvicinarsi della partita, erano partiti anche i primi segnali d’allarme. Prima la Federcalcio sud-coreana (Korean Football Association) e successivamente l’Ambasciata sud-coreana a Seul avevano chiesto un aumento della sicurezza per calciatori e tifosi in trasferta, in occasione della partita di Changsha. Da duecento che dovevano essere, ad arrivare in Cina sono stati solo cento tifosi sud-coreani. Allo stadio He Long di Changsha c’erano, in totale 37mila persone. Per evitare incidenti, le forze dell’ordine hanno schierato diecimila agenti. Una tensione simile, a detta degli stessi tifosi cinesi, non si era mai vista in Cina per una partita di calcio.

Neppure pochi mesi fa, quando la nazionale cinese ha perso in casa contro la Siria, da cinque anni in guerra. Al termine della partita i tifosi hanno chiesto le dimissioni dell’allenatore, Gao Hongbo, il predecessore di Lippi, e dei vertici della Chinese Football Association, la Federcalcio cinese.

Questa volta doveva andare tutto liscio, ma il rischio di una sconfitta contro una squadra molto più preparata tecnicamente era dietro l’angolo. E lo smacco sarebbe stato doppio: la fine del sogno mondiale della Cina sarebbe arrivato proprio dalla squadra della nazione oggi più detestata. Tutto si sarebbe amplificato. Invece, è andata bene e anche il sequestro di un peschereccio cinese da parte della Guardia Costiera di Taiwan, annunciato in serata, è passato in secondo piano. Per ora.