Perché la Cina ha tolto il veto alle carni bovine italiane

Per i nostri produttori si apre un mercato enorme: la Cina produce il 10% della carne mondiale, ma non basta. E stanno cambiando i costumi alimentari

Perché la Cina ha tolto il veto alle carni bovine italiane
 (Afp)
 Una mucca in un allevamento piemontese

Negli ultimi anni il settore delle carni bovine italiane ha visto scomparire circa 6000 aziende mentre oggi, dopo 16 anni, vede aprirsi un mercato, quello cinese, in forte crescita e dal valore di oltre 2,5 miliardi di dollari. Un evento capace di arrecare forti ripercussioni sia nel settore della produzione che in quello turistico.

La notizia giunge in seguito all'incontro svoltosi ieri sera a Pechino, nella Residenza di Stato di Diaoyutai, alla presenza dei Ministri degli Esteri Wang Yi e Angelino Alfano. Fondamentali sono stati anche i controlli e le verifiche svolte a settembre dal Ministero dell'Agricoltura in collaborazione con l'agenzia AQSIQ. L'operazione segna un importante traguardo per il mercato delle carni nostrano, che dopo aver visto aprirsi le porte cinesi ai prodotti di origine suina nel 2016, si prepara ora a rilanciare l'export bovino. Parte dell'accordo riguarda anche l'esportazione di cibo per animali domestici (pet food), che ha portato all'apertura di sei stabilimenti in Cina.

Quando è stato inserito il veto

Il veto fu inserito nel 2001 in seguito allo scandalo riguardante i capi colpiti dal virus di Schmallenberg o da BSE (Encefalopatia spongiforme bovina, più comunemente definita “morbo della mucca pazza”), una malattia quest'ultima che in un solo anno portò ad una riduzione dei consumi di carne bovina in Europa del 25%, agevolando l'export americano in Cina fino al 2003, anno in cui il veto colpì anche gli Stati Uniti.

Di recente, tuttavia, diversi motivi hanno portato i cinesi a cambiare opinione sull'argomento. Non sono bastati i progressi scientifici nei trattamenti che già nel 2012 registravano un calo del 346,5% delle infezioni rispetto al 2001. A giocare un ruolo fondamentale sono stati infatti gli accordi di partenariato strategico tra i due paesi e le relative dinamiche di mercato.

A livello strategico, si parla del Piano di Azione bilaterale 2017-20, il quale lega Italia e Cina in alcuni settori quali: energia, infrastrutture, trasporti, sanità, tecnologia, agricoltura e finanza. Settori chiave per l'ambizioso progetto mandarino della Nuova Via della Seta, che andrà a consolidare maggiormente i collegamenti e gli scambi nella regione euro-asiatica. «Sulla via della Seta dobbiamo muoverci insieme», sono state infatti le parole di Wang Yi.

La Cina produce il 10% della carne bovina mondiale, ma non basta

A livello commerciale invece, la Cina rappresenta il 10% della produzione globale di carne bovina, al terzo posto dopo Stati Uniti e Brasile. Tuttavia, l'aumento della produzione che negli ultimi 26 anni ha visto una crescita da 1,2 a oltre 7 milioni di tonnellate, non è riuscito a tenere il passo con l'aumento del reddito e l'uscita dalla povertà di 800 milioni di persone dal 1978, una popolazione pari a quella di UE e USA messe insieme. A fine 2016 infatti, il consumo di carne bovina annuo pro-capita in Cina era di soli 7kg a persona, 13kg in meno dell'Italia, paese Europeo in cui si consuma meno carne.

Secondo il report di PR Newswire, prima del 2010 i bassi prezzi e la scarsa qualità della carne bovina cinese privilegiavano le esportazioni sulle importazioni. Tuttavia, l'aumento della domanda interna ha portato ad una crescita dei prezzi, la quale non essendo corrisposta da un aumento della qualità rispetto agli standard internazionali, ha visto crescere rapidamente le importazioni che tra il 2015-16 sono incrementate del 22,4%.

L'occidentalizzazione delle abitudini alimentari

Hanno giocato un ruolo fondamentale anche l'occidentalizzazione delle abitudini alimentari e gli scandali che hanno colpito il mercato della carne cinese, di cui ricordiamo: i suini dopati a clenbuterolo; la carne di ratto spacciata come agnello o pecora; pollo e manzo scaduti nei McDonald, Kfc e Pizza Hut o i 480 milioni di dollari di carni surgelate vecchie 40 anni. Simili scandali hanno colpito anche il mercato del latte e delle uova. È quindi opinione diffusa in Cina che diversi prodotti agricoli siano più sicuri se d'importazione. Proporre prodotti di questo tipo è infatti oggi anche una questione di status per i più benestanti.

La domanda di prodotti agricoli italiani in Cina cresce a vista d'occhio registrando un aumento del 92% negli ultimi mesi. Un boom che nel 2018 può valere per l'export italiano oltre 410milioni di euro. Ora la stessa crescita che ha portato vini, cioccolati e prodotti da forno nostrani ad essere i prodotti di punta del Made in Italy in Cina, potrebbe colpire anche il mercato bovino, qualora si rivelasse competitivo tra i produttori occidentali.

Un fatto che abbinandosi all'aumento del turismo cinese in Italia porterà inevitabilmente ad una crescita del settore eno-gastronomico. Come riportato dal Food Travel Monitor 2016, ben il 69% dei turisti cinesi ricerca un'esperienza culinaria nei suoi viaggi, contro solo il 21% degli intervistati italiani. I turisti cinesi nell'ultimo anno nel mondo sono stati 135 milioni, più di due volte la popolazione del Bel Paese, muovendo circa €261 miliardi e con una crescita di presenze annua del 18% solo in Italia.  



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it