Il documentario che racconta l'incredibile numero di monumenti copiati nel mondo

Intervista a Benoit Felici, giovane regista franco-italiano e del suo ultimo film, The Real Thing (2018), un vero viaggio attorno al mondo del copycat. A partire dalla Cina

Il documentario che racconta l'incredibile numero di monumenti copiati nel mondo

La torre Eiffel, monumento icona di Parigi, oggi si erge fiera a Tianducheng, nella costa orientale della Cina. Il doppelgänger, ossia il duplicato posto in un luogo in un tempo altro, ha sempre stuzzicato la fantasia di scrittori, psicanalisti e registi. Rispondere alla paradossale domanda, è più vera, reale, la Venezia originale infestata dai turisti? O una Venezia a diecimila chilometri di distanza, con le gondole e i cittadini cinesi che ne attraversano le calli?

Ridefinire se stessi e i luoghi vissuti dagli abitanti è stato uno dei punti di partenza di Benoit Felici, giovane regista franco-italiano e del suo ultimo film: The Real Thing (2018), un vero viaggio attorno al mondo:

“Se guardiamo un po' più da lontano in Cina il film parla più dell'aspetto economico-sociale di questi copycat, del fatto che c'è un'industria che li costruisce da qualche parte. In Africa è più legato ad una volontà politica, di affermazione e di potere, in India ho voluto porre l'accento su chi si opera in maniera artigianale, per un motivo diverso. Ma non mi andava di raccontare gli altri paesi al mondo, senza fare un punto su noi occidentali ed Europei. Per riequilibrare tutta questa dimensione, ho voluto parlare delle nostre città più famose come Parigi, Roma, Venezia o Londra, soprattutto i centri storici sono diventati delle zone adatte ai turisti per fare le fotografie. C'è un meccanismo intorno a questi luoghi simbolici per cui si trasformano nell'immagine di loro stessi, nel senso che l'originale stesso sta diventando oramai qualcosa di finto, e ciò che è copiato e finto, invece può diventare originale, perché vissuto.”

Coprodotto da Artline Films, con Arte, The Real Thing è stato selezionato ad Hot Docs 2018, il regista - Benoit Felici - in questa intervista, analizza il perché della sua originale prospettiva sul mondo delle copie.

Il documentario che racconta l'incredibile numero di monumenti copiati nel mondo

D. In The Real Thing ha analizzato diversi monumenti storici “trapiantati” in altri paesi (Cina, India, Africa) ed empatizzato con le persone che vivono questi monumenti. Come ha selezionato i monumenti nel mondo? Ha trovato delle differenze a seconda del continente analizzato?

R. Ho realizzato una lunga ricerca. Su internet ovviamente e contattando degli esperti, ricercatori universitari, in Germania e negli Stati Uniti. Li ho selezionati secondo due criteri. Il primo è che fossero dei luoghi vissuti nel quotidiano e non solo dei parchi di divertimento. Delle Las Vegas. Il secondo è che dovevano essere delle repliche più o meno fedeli di luoghi e solo non uno stile architettonico. Ho trovato molte differenze perché i luoghi sono vissuti diversamente secondo la cultura locale.

D. La Cina è considerata da molti la patria del copycat. Nel suo film, la prospettiva che ha portato avanti non punta il dito contro il mondo delle copie, anzi, sembrerebbe arrivare alla conclusione che non c'è nulla di vero o falso (e di copiato) purché tutto sia vissuto e trasformato tramite l'esperienza umana. Cosa pensa di questa considerazione?

R. Sono d’accordo. Non è solo la Cina che tende a copiare. E' un fenomeno generale. Tutto il mondo sembra tendere verso l'uniformità. Una standardizzazione in cui l’immagine detiene un ruolo fondamentale. Perciò quello che ho trovato interessante era osservare, vedere come queste copie venivano trasformate dalle persone che ci vivono o ci lavorano e come la copia può proporre e produrre una storia diversa dall'originale.

D. Com'è nata la collaborazione con i testimoni del suo film? 

R. Cerco sempre di raccontare i luoghi con le persone che ci vivono. C'è Christie, la madre di famiglia cinese che vive nella Parigi di Tianducheng, ho voluto filmarla perché lei sta ricostruendo la sua vita in una finta Parigi, cercando di mettere su un asilo nido e di far crescere i suoi bambini. C'è Xiaowei, il fotografo al Tower Bridge londinese di Suzhou in Cina e rappresenta il sogno che non si è mai realizzato. Nel caso dell'Africa ho scelto il prete polacco perché mi interessava la doppia dimensione, non solo perché è bianco e polacco e vive in Costa D'Avorio, ma perché possiede delle forti similitudini con la basilica che lo ospita. Come la basilica in apparenza collide con il mondo circostante, ma in qualche modo il tempo ha fatto sì che appartenesse sia al paesaggio che alla comunità. Riguardo l'India invece volevo qualcuno che ha lavorato con le proprie mani alla copia del monumento. Ho capito poi che dovevo includere anche dei personaggi che dessero un asset al film, ad esempio Bianca Bosker rappresenta per me la turista americana spinta dalla curiosità, che cerca di dare delle risposte a delle domande che si è posta anni prima.


D. In The Real Thing, sebbene si assista a scene molto surreali, tutto sembra estremamente naturale. Come è riuscito a mediare tra questi due poli?

R. Era proprio la cosa sulla quale ho più lavorato. Questi luoghi, questi simulacri sono veri, concreti ma rimandano ad un desiderio di altrove, di lontano, a qualcosa che esiste anche nell'immaginario delle persone che ci vivono. Perciò ho cercato di bilanciare quest’aspetto surreale dei copycat, come un sogno verosimile. Filmando ad esempio le persone che giocano a carte, o che ballano, con la tour Eiffel che si accende con dei colori psichedelici. Anche al livello sonoro, ho sempre preso i suoni dal quotidiano, veri quindi, ma aggiungendo altre traccie sonore per dare una sensazione di sogno.

D. Sebbene molti dei luoghi da lei analizzati siano vivi e utilizzati dalle persone, molti altri luoghi simili (specialmente in Cina) sono abbandonati o non utilizzati. A suo vedere qual è la motivazione che ha prodotto uno sviluppo di alcune zone “copycat” e perché invece altre sono state dimenticate?

R. Le motivazioni sono tante. Alcuni argomenti li analizza Bianca Bosker nel film (autrice de: Original Copies: Architectural Mimicry in Contemporary China). I copycat sono anche dovuti alle società edili che vogliono diversificare la proposta abitativa.

D. Ha trovato nella sua ricerca luoghi in occidente che assolvono alla stessa funzione di quelli da lei analizzati in India, Africa e Cina? Può approfondire il suo riferimento all'utilizzo di architetture straniere nell'Esposizione Universale a Parigi dello scorso secolo?

R. L'epoca dei copycat in Europa risale alla fine dell'ottocento inizio novecento quando la volontà di scoprire il mondo era data anche dall'impossibilità o dalla difficoltà di intraprendere un viaggio. Un altro aspetto riguarda le esposizioni universali del periodo coloniale, in cui si utilizzavano i copycat per far conoscere i territori, le architetture e i modi di vita degli abitanti delle colonie, o dei paesi ancora non colonizzati. L'intento, in questo caso, era anche politico, in quanto così si giustificavano le spese e i contributi versati per la politica coloniale. Non ho voluto inserire però questo aspetto perché il film sarebbe andato in una direzione molto complessa storicamente. Non ho voluto aprire un capitolo che poi sarebbe stato difficile chiudere, è stata una scelta più narrativa che altro.

D. Ha voluto lavorare anche con la VR, cosa aggiunge al suo progetto e com'è stata come esperienza in generale? Dove potremmo vedere in Italia il film e la versione VR?

R. La Vr è un esperienza immersiva in questi luoghi a 360 gradi. É un secondo film.

D. Queste città o architetture sono reali perché esistono concretamente e sono vissute. Ma sono anche virtuali perché rimandano ad un altrove. A Parigi in Francia o Londra in Inghilterra, ecc.

R. Si è in Francia a Parigi realmente, fisicamente, ma virtualmente si arriva in un altrove, in Cina attraverso il visore per la realtà virtuale. L’idea era quindi di lavorare sul gioco di specchi tra qui e attraverso questo medium. In Italia vedremo, ancora non so, forse ci sarà un evento sulla realtà virtuale.

D. Benoit, ci racconti da cosa nasce il suo interesse e studio per l'architettura. Fin dai suoi primi lavori è stato un tema importante della sua ricerca. Come si sta trasformando negli anni?

R. Ho fatto alcuni film che hanno a che vedere con l’architettura, come 'Unfinished Italy'. Uso l’architettura perché è un ottimo contenitore di storie. Racconta qualcosa delle persone ma anche del mondo in qui viviamo. Quando c'è una sua storia personale, spesso utilizzo e giro l’architettura circostante o gli oggetti per metaforizzare quello che ci racconta, come materia visiva che ci mostra qualcosa. In 'Unfinished Italy' erano le opere incompiute. Nel caso di 'The real Thing' sono i sogni e i desideri delle persone.

 



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