Autori del Libro "Germogli di Societa' civile in Cina"

Autori del Libro "Germogli di Societa' civile in Cina"

"Germogli di Societa' Civile in Cina", a cura di Renzo Cavalieri e Ivan Franceschini, Francesco Brioschi Editore, maggio 2010, euro 19,00

Una raccolta di undici contributi di specialisti italiani. Tra gli autori: Simona Grano, Alessandra Lavagnino, Emma Lupano, Marina Miranda, Gianluigi Negro, Silvia Pozzi, Guido Samarani, Floria Sapio, Luigi Tomba, Valeria Zanier.

 

L'immagine di una Cina monolitica e immobile è ancora dominante sui media italiani. La caratteristica dei luoghi comuni è quella di essere banali; ma bisogna distinguere quelli fondati da quelli infondati. Renzo Cavalieri e Ivan Franceschini tentano di smantellare una serie di stereotipi: infondati. Come si legge nell'introduzione "l'idea dominante è quella di una macchina commerciale, una Cina S.p.a. guidata da una cabina di regia centrale unitaria e compatta. Si tratta di una visione obsoleta. La Cina sta cambiando a una velocità straordinaria". Questo volume racconta le trasformazioni della società cinese contemporanea, svelando l'esistenza delle prime forme "embrionali" di pluralismo e di partecipazione alla vita pubblica. In un sistema politico che rimane fortemente autoritario, l'assenza di democrazia non impedisce la crescente tutela di spazi di autonomia. Guido Samarani, all'interno del libro, ricorda che molti studiosi si sono spesso concentrati "sull'anomalia cinese caratterizzata dall'intreccio tra autoritarismo e crescita economica, tra la sostanziale continuità, rispetto al cosiddetto periodo maoista (1949-76), del sistema e della cultura e la forte discontinuità nel campo della politica economico-sociale e della strategia internazionale". Distratti dalla crescita economica della Cina, non ci siamo accorti che la società cinese stava cambiando?

 

Perché avete scelto come titolo per il libro "Germogli di società civile"? Abbiamo spesso sentito parlare di democrazia con "caratteristiche cinesi". La nascita di organizzazioni autonome potrebbe instradare la Cina su un percorso di democratizzazione di stampo occidentale? Si può invece affermare che il modello di sviluppo cinese sta seguendo un percorso unico, impermeabile alle influenze esterne?

 

Cavalieri. In effetti inizialmente avevamo pensato di intitolarlo "Embrioni di democrazia in Cina". Poi, discutendone con gli autori, ci siamo resi conto che già nel titolo dovevamo suggerire uno sforzo di comprensione che andasse al di là dell'equazione stereotipica modernizzazione economica = progresso sociale = democrazia ed evidenziasse invece i fenomeni di crescente pluralismo, partecipazione, autonomia soggettiva, tipici della società cinese contemporanea. In effetti, la cifra più evidente del percorso di sviluppo economico e sociale in atto in Cina è proprio la sua capacità di sfatare alcuni miti radicati nella cultura politica e giuridica occidentale della fine del XX secolo. Però originalità non significa impermeabilità alle influenze esterne; direi piuttosto che quella cinese è stata ed è tuttora una "recezione selettiva" dei modelli occidentali a cui riferirsi. Nel campo del diritto questo fenomeno è particolarmente evidente. 

 

E' corretto parlare di società civile in un paese autoritario?

 

Franceschini. La scelta di servirsi della formula "società civile" per indicare le forme di pluralismo e partecipazione di cui parliamo nel libro è stata molto discussa, non solo tra noi, ma anche tra i nostri lettori. Recentemente sul blog Cineresie (a cura di Franceschini, Negro e Facchin, ndr) ci è stato fatto notare che il ricorso a questo termine denota una certa "pigrizia" ideologica, dovuta al fatto che avremmo preso in prestito un'idea trita e ritrita che difficilmente si adatta al contesto cinese. In realtà, adoperando la formula "società civile", più che ai decenni di successive teorizzazioni che su questo termine sono state costruite in occidente, penso ai corrispondenti cinesi: "minjian shehui" e "gongmin shehui", termini che etimologicamente mi sembrano molto adatti a descrivere l'attivismo e il dinamismo di parte della società cinese di oggi. "Gongmin shehui" – letteralmente "società dei cittadini" – sottolinea l'interesse pubblico (gong) a scapito di quello privato (si), mentre il "minjian" di "minjian shehui" è composto dai due caratteri che indicano rispettivamente il popolo e uno spazio vuoto ed evidenzierebbe l'esistenza di uno spazio sociale autonomo dal potere politico. Se i termini cinesi si rivelano molto più adatti della loro controparte italiana a descrivere queste nuove forme di partecipazione alla base, non si può tuttavia sorvolare sulla problematicità del termine "società civile", così come è venuto connotandosi negli ultimi decenni, in particolare in seguito al crollo dell'Unione Sovietica e alle varie rivoluzioni colorate. Il mondo accademico, da sempre in difficoltà nel definire ed adattare questo termine al contesto cinese, negli anni ha proposto varie distinzioni pensate specificamente per il caso cinese, ad esempio la divisione tra una società civile "ufficiale" e "non ufficiale", ma il dibattito rimane tuttora aperto. In definitiva però posso affermare che, quando parliamo di società civile, cerchiamo di attenerci ad una definizione sociologica, intendendo questo termine più come una sfera associativa intermedia situata tra lo Stato e gli elementi costitutivi della società, che non come una forza sociale in contrapposizione allo Stato risultante in – o parte di – un processo di democratizzazione. In quest'ottica ritengo che si possa tranquillamente parlare di "società civile" anche in un contesto autoritario come quello cinese.

 

Come è cambiato il rapporto tra Stato e società dopo il trauma di Tian 'anmen?

 

Franceschini. La vicenda di Tian'anmen indubbiamente ha rappresentato una ferita profonda nei rapporti tra Stato e società. Basta pensare che negli anni immediatamente precedenti il 1989 stabilire un'organizzazione di base era relativamente semplice e non necessitava di grandi coperture ufficiali. Le conseguenze di questo "lassismo" sono state quelle che sappiamo e dunque negli anni successivi il Partito ha ritenuto opportuno adottare norme molto più restrittive che rimangono in vigore ancora oggi. Sostanzialmente, il sistema di registrazione delle ONG adottato nei primi anni Novanta prevede una "doppia registrazione", con le ONG costrette a trovare un'organizzazione ufficiale o semiufficiale (un'università, il sindacato, la lega delle donne, la federazione dei disabili, etc.) disposta a fare loro da sponsor prima di potersi registrare presso il Ministero degli affari civili (minzhengbu), quello che in ultima istanza è l'organismo competente. Questo di fatto impedisce a molte organizzazioni attive in campi "sensibili" di registrarsi e quindi le pone in una situazione di continua precarietà: la loro esistenza è tollerata, ma rischiano continuamente di scontrarsi con una repressione che, da un punto di vista prettamente giuridico, risulterebbe pienamente giustificata. Questa è l'eredità concreta di Tian'anmen per la società civile cinese. Per il resto non me la sento di pronunciarmi su elementi più soggettivi, come ad esempio il senso di disillusione che molti attivisti cinesi sembrano aver provato in seguito agli eventi di quell'anno. Posso solamente dire che molte delle persone attive in organizzazioni della società civile cinese che ho avuto modo di conoscere sono nate negli anni Ottanta e non hanno avuto modo di sperimentare in prima persona il trauma di quell'anno. Da questo punto di vista, gli avvenimenti di quell'anno, per quanto drammatici, appaiono sempre più lontani.

 

Quindi in Cina esistono ONG indipendenti (a parte le cosiddette GONGO, ONG governative)? E' possibile in alcuni casi per una ONG attiva in campi "sensibili" trovare uno sponsor ufficiale oppure i rischi politici fanno sempre da deterrente al completamento del processo di registrazione?

 

Franceschini. Uno degli aspetti più interessanti della società cinese di oggi è proprio quello delle organizzazioni non governative "di base", quelle che in cinese vengono definite jiceng minjian zuzhi. Poco fa ho descritto in breve quello che viene definito come il sistema della "doppia registrazione", che prevede che ogni ONG si registri contemporaneamente presso un'organizzazione ufficiale disposta a farle da sponsor e il Ministero degli affari civili. Contrariamente alle GONGO, che – come dice il nome – godono di sponsorizzazioni politiche più o meno potenti, le ONG di base non possono far altro che registrarsi come entità commerciali, al pari di una comune azienda. Nessun'agenzia ufficiale infatti si farebbe carico dei rischi e delle responsabilità che una l'affiliazione di una realtà attiva in aree "sensibili" comporterebbe. Questa scelta comporta tutta una serie di conseguenze: da un lato vi sono degli oneri fiscali pari in tutto e per tutto a quelli di un'entità mirata al profitto, dall'altro apre degli spazi di autonomia che sarebbero impensabili nel caso di una stretta supervisione da parte di organismi ufficiali. Questo non significa che queste organizzazioni di base siano in grado di operare in maniera indipendente - di fatto, dobbiamo riconoscere che lo stesso concetto di "indipendenza" nel caso cinese assume un valore del tutto relativo - ma sicuramente permette loro di svolgere attività in aree considerate ancora oggi "sensibili", quali ad esempio il lavoro, la salute, i diritti civili, aspetti che in Cina da sempre sono monopolio dell'ufficialità. Le Ong di base spesso subiscono pesantissime interferenze da parte delle autorità: penso ad esempio al caso della Gongmeng, l'associazione di avvocati weiquan ("per la tutela dei diritti") che nell'estate del 2009 è stata temporaneamente chiusa con il pretesto di irregolarità fiscali; oppure Yirenping, l'organizzazione che si occupa della discriminazione nei confronti dei portatori del virus dell'epatite B che nel luglio dello stesso anno si è vista sequestrare alcune pubblicazioni per uso interno; o ancora Aizhixing, l'ONG pioniera nel campo dell'AIDS che negli ultimi mesi è stata sottoposta ad una serie infinita di intimidazioni e controlli. Non per questo bisogna però fare l'errore di idealizzare tutte le Ong di base in Cina e ignorare i limiti di queste ultime, primo fra tutti la scarsa trasparenza finanziaria.

 

Sempre nell'introduzione, citate un aneddoto. "Durante la presentazione di un libro in una libreria di Pechino a un noto accademico cinese è stato chiesto: «Ma in Cina esiste una società civile?». La risposta è stata: «No, non esiste niente del genere»". La natura autoritaria del sistema politico cinese occulterebbe l'esistenza di forme intermedie di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Voi sostenete che nonostante il controllo autoritario del PCC sulla società, le riforme economiche degli ultimi 30 anni hanno prodotto una società complessa in cui si assiste alla nascita di nuovi spazi autonomi dal potere politico. Ci fate degli esempi?

 

Franceschini. L'esempio più importante in questo senso probabilmente è proprio il fiorire delle "organizzazioni di base". Per dare un'idea della portata di questo fenomeno, possiamo citare alcune cifre: alla fine del 2008 in Cina erano presenti 413.660 ONG, registrate rispettivamente come organizzazioni sociali (shehui tuanti), fondazioni (jijinhui) o unità private non aziendali (minban feiqiye danwei). Allo stesso tempo, specialisti cinesi stimavano in diversi milioni le ONG non registrate, oppure registrate come realtà commerciali. Spostandosi in tutt'altro campo c'è poi tutta la questione legata ai nuovi media, con Internet che va a costituire un nuovo spazio di fondamentale importanza ai fini del dibattito pubblico. Non bisogna però sopravvalutare questa idea di "autonomia", un concetto che, come dicevo poco fa, in Cina assume un connotato del tutto relativo. Non si tratta di realtà antagoniste, né di spazi associativi che sfuggono completamente al controllo da parte di un potere politico che ancora oggi rimane estremamente pervasivo. Più in generale, negli ultimi si è tanto parlato del "ritiro dello Stato" dalla vita pubblica e di un governo che si fa sempre più lontano dalla vita dei cittadini. Pur condividendo per alcuni aspetti questa idea, nel volume dei Germogli si trova anche un bellissimo studio di Luigi Tomba, il quale prendendo in esame le comunità operaie di Shenyang mette in luce come, contrariamente al sentire comune, lo Stato mantenga ancora una presenza molto forte, anche se spesso molto discreta, a tutti i livelli della società.

 

Di recente, il libro di Loretta Napoleoni "Maonomics" ha tentato – non senza sollevare critiche – di presentare una nuova immagine della Cina attraverso un meccanismo di comparazione con il modello occidentale  - a detta dell'autrice - "in declino". Il lettore troverà nel vostro libro una conferma della tesi della Napoleoni? Vi sono punti di convergenza tra l'analisi di un'economista e l'osservazione viscerale dei sinologi?

 

Cavalieri. Nel suo libro, Loretta Napoleoni evidenzia i danni provocati in Occidente – e in Italia in particolare – dalla concentrazione del potere economico-politico-mediatico e dalla sua gestione amorale, predatoria e inefficiente, e per farlo utilizza lo specchio della Cina. Napoleoni non è una sinologa: la sua osservazione della Cina è funzionale a un discorso più ampio e generale. Tuttavia non c'è dubbio che i due libri hanno qualcosa in comune. In entrambi i casi, infatti, si mette in discussione quell'immagine oppressiva e monolitica della Cina onnipresente nei nostri media, che non solo è completamente falsa, ma che a volte sembra volutamente enfatizzata proprio per minimizzare le deficienze – o il "declino"- del nostro stesso sistema.  

 

In che misura la diffusione di internet ha facilitato la comunicazione tra i cittadini e quindi la nascita di spazi autonomi? La controversia tra netizen e autorità cinesi in merito alla Diga Verde (raccontata nel libro da Gianlugi Negro) testimonierebbe la maturità della società civile nel veicolare le nuove esigenze attraverso l'uso della rete; in altri casi, la rete ha fatto da ricettacolo per le manifestazioni più accese del sentimento nazionalista (l'unica valvola di sfogo concessa alla società e quindi facilmente strumentalizzata dall'alto per creare consenso, come sostengono diversi accademici)?

 

Franceschini. Uno degli aspetti più interessanti del web cinese è indubbiamente quello legato alla mobilitazione dei cittadini sulla rete. Inizialmente ero molto ottimista sul ruolo della rete come strumento di attivismo sociale in Cina, un ottimismo che ho cercato di esprimere nel mio primo libro, Cronache dalle fornaci cinesi. Al di là di alcune degenerazioni come il "motore di ricerca di carne umana", nel cosiddetto "popolo della rete" (wangmin) ho sempre visto un grande potenziale per lo sviluppo di nuove forme di partecipazione alla vita pubblica: quante volte negli ultimi anni abbiamo assistito a scelte politiche adottate sulla scia di mobilitazioni dell'opinione pubblica sul web? La storia delle fornaci - con il governo centrale che lanciava una colossale operazione di polizia per stroncare un traffico di esseri umani svelato da una comune cittadina sul web - è solo un esempio, forse il più eclatante di questo meccanismo. Però con il tempo questo mio ottimismo si è a poco a poco stemperato: in fondo è abbastanza evidente come la "forza" del popolo della rete si manifesti solamente in determinate condizioni e spesso abbia come risultato finale il rafforzamento della legittimità delle autorità centrali. Per queste ragioni viene da pensare che in fondo questo "popolo della rete" non sia altro che una tigre di carta, come sosteneva un commento apparso qualche tempo fa su una rivista cinese. In quest'ottica forse potrebbero essere lette anche le manifestazioni nazionaliste che periodicamente si sviluppano sul web cinese.

 

Lo smantellamento delle unità di lavoro statali (danwei) e l'ingresso dei lavoratori nei meccanismi di mercato senza la creazione di una rete previdenziale da parte del governo cinese, ha creato una condizione che alcuni studiosi hanno definito "dispotismo disorganizzato". Ci potete spiegare?

 

Franceschini. "Dispotismo disorganizzato" è un termine creato una decina di anni fa da Ching Kwan Lee, nota sociologa che da tempo si occupa di questioni legate al mondo del lavoro in Cina, per definire il nuovo paradigma delle relazioni industriali nella Cina delle riforme. In sostanza, con questa formula si fa riferimento a due aspetti della riforma del cinese: da un lato la sua sostanziale disorganizzazione, dall'altro la natura largamente dispotica dei nuovi rapporti di lavoro. Per usare le parole della stessa Ching Kwan Lee, con "disorganizzato" si fa riferimento alla mancanza di coordinazione tra le diverse misure di riforma, mentre con "dispotismo" si richiamano la dipendenza istituzionale del lavoro dalla produzione per la propria sussistenza, l'imposizione di metodi coercitivi di controllo della manodopera da parte dei datori di lavoro e l'apprensione collettiva dei lavoratori. A partire dalla seconda metà degli anni Novanta, con la riforma dell'industria statale, decine di milioni di lavoratori si sono trovati senza lavoro o, nel migliore dei casi, con un welfare notevolmente ridotto rispetto al passato. Allo stesso tempo, il ritardo del governo cinese nella creazione di una rete previdenziale universale, la mercificazione dei servizi che originariamente erano forniti dalla danwei (quali le mense, l'assistenza sanitaria, gli asili per i figli e gli alloggi) e la concorrente impossibilità per una fetta consistente della forza lavoro cinese di adattarsi ai meccanismi del mercato, ha posto i lavoratori cinesi in una posizione di debolezza senza precedenti nei confronti dei propri antagonisti. Questa è la base del "dispotismo disorganizzato", un termine che, pur con alcuni distinguo, ritengo sia valido ancora oggi.

 

Franceschini, lei sostiene che la società civile ha assunto un ruolo di primo piano nella tutela dei diritti dei lavoratori, compensando le inefficienze del sindacato ufficiale.  Ma il sindacato, malgrado l'apparente rigidità strutturale, contiene i germogli del rinnovamento…

 

Franceschini. In realtà, da un punto di vista puramente quantitativo, le organizzazioni della società civile cinese giocano un ruolo molto limitato nella tutela dei diritti dei lavoratori. Di fatto, quello del lavoro è uno dei campi più "sensibili" in assoluto in Cina e il sindacato è molto "geloso" del proprio monopolio sul settore per permettere ad altri di sfidare la sua autorità, soprattutto di fronte ad una crisi di rappresentatività come quella che sta attraversando in questo periodo. Eppure non si può sottovalutare il ruolo che queste minuscole organizzazioni hanno nello stimolare il rinnovamento interno al sindacato e, a volte, il perfezionamento delle stesse politiche del governo centrale in campi specifici legati al mondo del lavoro; penso ad esempio al tema della discriminazione. Per quanto riguarda l'evoluzione del sindacato ufficiale, nel volume ho descritto a grandi linee alcune sperimentazioni democratiche a livello aziendale e locale. Sull'onda degli scioperi della scorsa primavera, in queste settimane poi è in discussione una nuova modifica alla Legge sui sindacati del 1992, già emendata nel 2001. Questa è l'occasione buona per valutare la reale disponibilità delle autorità cinesi nei confronti di un sindacato più forte e indipendente, sperando che il tutto non si traduca in una nuova edizione del dibattito già visto nel 2006, quando alcuni articoli favorevoli al sindacato e ai lavoratori contenuti nella prima bozza della Legge sui contratti di lavoro furono stralciati per la forte opposizione delle camere di commercio estere e delle organizzazioni degli imprenditori cinesi. Alcuni primi segnali positivi ci sono già, visto che si parla di rafforzare l'indipendenza dei sindacalisti a livello aziendale trasferendo la responsabilità del loro pagamento dall'azienda stessa al sindacato di livello superiore.

 

Se in politica estera la Cina intende perseguire una "ascesa pacifica" e non aggressiva, molti studiosi cinesi ammettono però che "la Cina cercherà di rimuovere tutto ciò che la ostacola ad affermarsi, da un lato invocando le regole internazionali, dall'altro elaborando nuove leggi che possano essere funzionali ai suoi interessi" (Zhang, X. "China's 'peaceful rise', 'harmonious' foreign relations, and legal confrontation – and lessons from Sino-Japanese dispute over the East China Sea", Foreign Policy Research Institute, E-notes, April 2010). 

 

Cavalieri. Quello dell'aggressive legalism cinese è un tema attuale e importante, ma è anche molto emblematico del modo in cui tendiamo a guardare alla Cina. Abbiamo insistito per vent'anni sulla necessità che la Cina aderisse alle regole, e ora che aderisce ci pare che aderisca un po' troppo. Diciamo che, almeno nel campo del diritto del commercio internazionale, ormai la Cina si dimostra disponibile a ridefinire e negoziare i propri interessi nei consessi globali (WTO in primis), adeguando il diritto interno agli impegni internazionali, ma anche rivedendo il suo tradizionale attaccamento alla nozione di sovranità nazionale. E come tutti gli altri componenti della comunità internazionale tende a tutelare i propri interessi. Naturalmente, poi, il successo e le dimensioni dell'economia cinese comportano l'assunzione di un ruolo scomodo, da protagonista. Diverso è il caso dei consessi più squisitamente politici, dove entrano in gioco valori e interessi più ampi e strategici e dove la Cina è ancora un alfiere della sovranità nazionale e della non interferenza. A mio avviso comunque la domanda più interessante da porci è se, o in che misura, la Cina stia ancora "subendo" passivamente le regole sviluppatesi nell'alveo della western legal tradition, o se non stia piuttosto cominciando a rivestire un ruolo nuovo, più attivo e più consono al proprio peso politico ed economico, intervenendo direttamente sulla genesi e sull'applicazione delle nuove forme di regolazione globale dei rapporti giuridici.

 

Un capitolo intero è dedicato alle criticità e limiti della legalità socialista cinese. E' possibile affermare che le contraddizioni generate dall'adozione di modelli legislativi occidentali si è tradotta in una riconversione del sistema politico cinese? In altre parole, si può intravedere una trasformazione del sistema di potere leninista-maoista (tra le questioni più sensibili, la separazione dei poteri e l'indipendenza della magistratura; la libertà di esercizio delle professioni legali, etc)? E ancora:"l'affermazione del principio di legalità ha rappresentato uno dei fenomeni più innovativi e "politici" della trasformazione della società cinese", si legge all'interno del capitolo. Tuttavia bisogna stare attenti a tradurre "Fazhi" (legalità) come rule of law. E non è solo una questione etimologica…

 

Cavalieri. Trovo incredibile che ancora oggi ci sia chi dice che non c'è stata un'evoluzione politica in Cina, che si parli e si scriva di asimmetria tra riforma economica e politica, di un paese "a due velocità". Mi pare l'ennesima forma del nostro inguaribile eurocentrismo. Negli ultimi dieci-quindici anni tutti i rapporti politici fondamentali – da quello tra i cittadini e le istituzioni a quello tra lo Stato e il Partito comunista, da quello tra Pechino e le periferie a quello tra la Cina e la comunità internazionale – sono radicalmente mutati. E in questo processo il diritto, la legalità socialista, ha giocato un ruolo fondamentale. Oggi i cinesi tendono a leggere la propria collocazione nella società in termini di diritti e di legalità, e questa è una rivoluzione culturale immensa, non soltanto rispetto ai retaggi dell'era maoista, ma anche rispetto alla millenaria tradizione confuciana. Certo ci sono contraddizioni e problemi, c'è un potere giudiziario ancora abbastanza debole, c'è la corruzione, c'è un utilizzo strumentale della legge da parte del potere politico. Tutto vero. Ma vogliamo forse parlare dei problemi che attanagliano il nostro, di sistema giuridico? Dei tempi della giustizia civile? Del declino del potere legislativo a favore di quello esecutivo? Dei centri di detenzione temporanea o del sovraffollamento delle carceri? Non è un caso se oggi le forme di dissidenza più temute dal potere politico sono gli avvocati per la tutela dei diritti (sui quali nel libro c'è un bel saggio di Flora Sapio): sembra paradossale, ma in Cina il diritto può anche diventare eversivo.

 

di Alessandra Spalletta

 

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