Autore di "Italia e Cina, 60 anni tra passato e futuro", uscito in questi giorni per i tipi de L'Asino d'oro

Autore di "Italia e Cina, 60 anni tra passato e futuro", uscito in questi giorni per i tipi de L'Asino d'oro
Il professor Mario Filippo Pini  è l'autore di "Italia e Cina, 60 anni tra passato e futuro", uscito in questi giorni per i tipi de L'Asino d'oro. Il libro, a metà strada tra il saggio storico e una raccolta di memorie, propone un interessante viaggio nei rapporti italo-cinesi da Marco Polo ai nostri giorni. L'autore, con alle spalle una lunga carriera diplomatica in Estremo Oriente, ha il piacevole pregio di raccontare la Storia attraverso le storie dei protagonisti - noti e meno noti - dando voce a personaggi ed episodi apparentemente "minori" che tuttavia contribuiscono in maniera significativa ad avvicinare il lettore alla storia, semi sconosciuta, dell'Italia e degli italiani in Cina, in particolare nel Novecento.

Il 2011 è un anno particolare per i rapporti tra Italia e Cina. Nel novembre scorso sono ricorsi i 40 anni dal riconoscimento ufficiale della Rpc da parte dell'Italia e questo è anche l'Anno della cultura cinese nel nostro Paese. A differenza di altri testi pubblicati in questo periodo, il suo sembra nascere da un genuino desiderio di raccontare la Storia come Lei l'ha vissuta. A questo proposito, pertanto, volevo chiederle qual è stata la genesi del libro.

Per tanti anni ho desiderato raccontare qualcosa sulla Cina, non specificamente sui rapporti tra Italia e la Cina, ma qualcosa sulla Cina di per sé. Un desiderio che nasce, nel mio caso, dal fatto che, prima di entrare in carriera avevo fatto Studi Orientali negli Stati uniti, e  più che fare il diplomatico avrei amato fare il sinologo. Fin dai lontani tempi dell'università, sognavo di redigere una sorta di meravigliosa opera sulla Cina che tutti avrebbero consultato negli anni a venire. Purtroppo, per una serie di ragioni, non l'ho mai fatto. Quando con la pensione mi sono liberato dalle pastoie della vita diplomatica, ho cominciato con molto ritardo a fare quello che volevo fare da tanti anni: scrivere su questioni cinesi. Proprio in quel momento, per coincidenza, dato che tenevo un corso a La Sapienza sui rapporti tra Italia e Cina, il prof. Federico Masini mi chiese perché non mettessi per iscritto quello che illustravo a lezione, una sorta di "scaletta" di quello che stavo insegnando. Confesso quindi che la vera idea del libro non è mia, ma di Masini, e risale a 5 anni fa. A febbraio del 2006 ero andato in pensione e mi ero messo a fare ricerca sui rapporti tra l'Italia e la Cina. Federico Masini è stato la "pietra focaia", e confesso che solo in quel momento mi sono reso conto che con l'esperienza accumulata e il tipo di vita che avevo fatto, cui andavano ad aggiungersi gli studi, era più probabile che riuscissi a fare qualcosa di serio più nel campo dei rapporti italo-cinesi che nel campo unicamente cinese.

Nella sua opera affronta la questione dei rapporti italo-cinesi portando avanti l'analisi di tre contesti diversi: i rapporti tra l'Italia e la Cina (prima nazionalista e poi popolare); i rapporti tra Pci e Pcc e infine i rapporti tra Italia e Taiwan. In ogni caso, l'immagine dell'Italia e la sua capacità di interagire con il Regno di Mezzo ne escono sconfitte, nonostante Lei sottolinei più volte che l'atteggiamento dello Stato italiano e del Pci siano da inserirsi in un contesto più generale. A parte le problematiche oggettive, dovute ai legami con gli Usa da una parte e con l'ex Unione Sovietica dall'altra, cosa è mancato davvero all'Italia per intraprendere un dialogo costruttivo con la Cina?

Forse, senza rendermene conto, nel mio libro ho istintivamente dato un po' sfogo alle mie frustrazioni. Come diplomatico e come italiano, dal 1971 al 2006 ho continuamente avuto a che fare con il comportamento degli italiani in Cina o, meglio, con l'interagire tra italiani e cinesi. Naturalmente ho visto cose molto belle, uomini e donne molto capaci, ma ho vissuto anche  frustrazioni. Le stesse che forse hanno vissuto un po' tutti i diplomatici di ogni Paese alle prese con i propri politici e tanti altri personaggi. Non è stato di proposito che messo in luce certe caratteristiche che, tra le altre cose, non sono soltanto italiane. Certo è che un uomo politico, per fare una carriera, deve necessariamente conoscere molto bene il proprio Paese mentre non è necessario che conosca altrettanto bene gli altri Paesi del mondo. Quando si proietta all'estero, quindi, non è che dia sempre un'immagine di sensibilità, di capacità di adattamento. Mi spiego. In tanti film americani vediamo scene in cui il senatore di turno arriva in Afghanistan, o in Vietnam o altrove, e che si esprime senza dimostrare mai di comprendere realmente la situazione locale. Come italiano, ho avvertito molto questa sensazione per quello che riguarda il nostro Paese. Certi difetti, che sono di tutti ma tipicamente nostri, mi hanno sempre un po' dato noia: il nostro familismo, il nostro provincialismo, la nostra visione del mondo un po' da "rana nel pozzo". Forse ho mostrato una punta di acidità nei confronti del Partito comunista italiano, ma questa acidità non è diretta contro le nostre sinistre. Non ho affiliazioni né di sinistra né di destra, ma forse certi provincialismi che mi hanno affaticato tutta la vita, specialmente quando ero giovane, sono istintivamente fuoriusciti dalla mia penna.

Questo testo ha la capacità di fornire un quadro più che mai dettagliato e comprensivo dei rapporti tra l'Italia e la Cina. Le va riconosciuto il merito, come sottolinea anche il prof. Masini nell'Introduzione, di aver saputo "umanizzare" la Storia e i suoi protagonisti attraverso piccoli dettagli, ricordando anche molti italiani di cui si è persa memoria, come Sandro Sandri. Curiosamente, inoltre, alcuni dei protagonisti inconsapevoli sono i bambini. C'è il processo a Mario Crema, la cui figlia di 4 anni prese a calci una bambinaia, i figli di Mussolini, i cui destini – per ragioni diverse – si intrecciarono con la Cina. Ci sono i figli "del Comintern" educati a Ivanovo, e infine la storia del figlio di Antonio Riva, condannato a morte, quest'ultimo, con l'accusa di aver complottato contro la sicurezza dello Stato.

Non mi ero accorto che spesso i protagonisti sono i bambini. Quello relativo alla figlia di Crema mi sembrava un aneddoto grazioso e siccome sono molto affezionato a Crema, e me ne aveva parlato più di una volta in passato, mi è venuto voglia di inserirlo nel libro. Ho voluto citare il figlio di Riva, che ora è un uomo maturo, perché la sua storia mi sembra molto toccante. Racconto dei figli del Partito, invece, per un'altra ragione: istintivamente, nei 5 anni in cui ho lavorato a questo libro, sono andato a cercare tanti fili che ormai si stavano perdendo nel tempo. Credo sia una reazione tipica di una persona non più tanto giovane, che avverte come tante cose del passato, belle o brutte, spariscano come quando si tira un sasso in acqua. Mentre a trent'anni questa cosa non fa assolutamente impressione, quando si è anziani l'idea che tanti episodi svaniscano nel nulla provoca melanconia. Probabilmente questo processo ineluttabile si collega ai propri limiti umani, alla propria mortalità. Sono andato quindi a rintracciare questi fili, tentando di riannodarli finché non me n'è capitato qualcuno tra le dita. Leggendo la biografia di Mao Zedong redatta da Ross Terrill, per esempio, una frase mi ha colpito in particolar modo: quando era in URSS il figlio maggiore di Mao era compagno di stanza di un figlio di Longo. Da lì è partita una ricerca che mi ha portato a conoscere alcuni di questi "figli famosi". Sono così riuscito a fare un piccolo quadro degli italiani ad Ivanovo. Provi a immaginare di essere figlio di comunisti italiani, con i genitori in prigione, o al confino in Italia, o a lottare in Spagna o altrove. O ancora che suo padre stia facendo la Rivoluzione in Cina e lei sia in collegio in URSS, alle prese con una lingua nuova, un sistema di vita sovietico, con la gentilezza che gli slavi sanno usare con i giovani, ma accompagnata da sistemi molto duri e molto diversi. A mio parere tutto ciò lascia una profonda impronta su un essere umano e le storie di questi giovani mi hanno molto colpito.

E' interessante il particolare del riconoscimento della Rpc, per il quale il Canada ci suggerì un escamotage, vale a dire l'utilizzo della parola cinese "zhuyi". Se non sbaglio, anche Lei ha avuto un ruolo in questo episodio.

Se lei ricorda il mio ruolo è perché in un precedente saggio su Mondo Cinese ho raccontato di      due diplomatici che avevano studiato cinese (uno era Mario Crema e l'altro ero io) e dove parlo più diffusamente di questo particolare. La faccenda del "zhuyi" è molto semplice: fu una scelta canadese, alla vigilia dell'ottobre del 1970 (data del riconoscimento canadese della Rpc). Ricordo che quell'anno, dopo Ferragosto, al Ministero degli Esteri all'Ufficio Asia della direzione generale Affari politici, c'era un'atmosfera di stallo: i negoziati non andavano avanti. I cinesi nel comunicato congiunto del riconoscimento volevano inserire la questione di Taiwan e noi no. Loro non mollavano su Taiwan e noi, con Emilio Colombo Presidente del Consiglio e Moro agli Esteri, non mollavamo a nostra volta. Io ero appena entrato nel Ministero degli Esteri per andare in Cina, se non sfondavamo sul quel negoziato, ero spacciato. Tutto a un tratto, all'inizio di ottobre, arriva la notizia che i canadesi si sono messi d'accordo con la famosa formula in cui, in riferimento a Taiwan nel comunicato congiunto, utilizzavano la parola "zhuyi", "prendere nota" della posizione cinese. C'erano due soli italiani che all'epoca sapevano il cinese al Ministero degli Esteri oltre e meglio di me: Crema e Bertuccioli. Bertuccioli era ambasciatore  in Corea e Crema mi pare fosse a Tokyo. Il giovane Mario Filippo Pini andò dai suoi superiori e disse: "per me zhuyi è più forte della parola italiana "prendere nota". I miei superiori presero sul serio la mia osservazione, e la passarono ai nostri negoziatori a Parigi, i quali a loro volta la passarono ai cinesi in maniera sbagliata. I cinesi capirono che noi pensavamo che nella formula ci fosse "prendere nota e prestare attenzione", o qualcosa del genere, e risposero seccamente che non era così. Il mio piccolo tentativo di grande sinologo finì quindi nel nulla e, comunque, si trattava soltanto di una sfumatura. In quel momento io ero solo un giovane diplomatico in servizio all'Ufficio Asia, direzione generale Affari politici. Con la mia posizione, avevo accesso alle carte. Nel nostro ufficio non c'erano misteri, eravamo solo in tre. Quello che feci in quel momento fu semplicemente il tentativo di far capire ai miei superiori che il cinese lo sapevo. E lo feci in buona fede, perché a mio avviso il termine "prendere nota" era un po' slavato rispetto all'accezione più forte della parola cinese.

Negli ultimi tempi, la Cina– forte anche dei suoi successi economici – ha cambiato atteggiamento nei confronti del mondo esterno, con un diverso approccio a quella che viene definita "public diplomaci". Di recente, ad esempio il vice premier della Rpc,  Li Keqiang si è premurato di scrivere tre editoriali in una sola settimana nel corso di un tour in Europa, che sono apparsi su testate diverse (El Pais  in Spagna, Financial Times in Inghilterra e Süddeutsche Zeitung in Germania) e che miravano a dare un'immagine rassicurante della Cina e delle intenzioni cinesi in Europa. Alla luce della sua lunga esperienza come diplomatico, potrebbe darci una sua opinione?

Mi pare che ci siano dei cicli ricorrenti. Negli ultimi dieci anni c'è sempre stata una tensione tra la Cina che vuole dare un'immagina rassicurante di sé e la Cina che, forse a volte senza volerlo, offre un'immagina più aggressiva, più propositiva e più forte. In alcuni momenti si vede maggiormente una faccia, altre volte l'altra. A mio avviso la faccia rassicurante mostrata di recente non è né più vera né più nuova di quella più propositiva e aggressiva, dipende da dove parte l'affermazione e dal preciso contesto storico-politico del momento. La Cina è un grande paese e ormai occupa molto spazio da tutti i punti di vista per tutti. Per dirlo con un simpatico detto: dormire con un elefante non è facile ed è difficile dividere il comodamente con lui il copriletto…. Rispetto all'ultima parte del mio libro, in cui emerge l'accostamento con la Cina attuale e l'atteggiamento benevolo e allo stesso tempo arrogante o distaccato nei confronti dei "barbari", posso dire che avendo avuto a che ho avuto a che fare con i cinesi per una cinquantina d'anni, i complessi di superiorità da quelle parti abbondano. Secondo me questi sentimenti stanno uscendo sempre di più in questa era, in cui il pendolo è tornato dalla parte della Cina.

Citando un testo della classicità cinese, Ciò che il Maestro non disse, posso chiederLe di cosa non parla in questo libro? Spesso, per esempio, cita l'irreperibilità di alcune fonti o la misteriosa scomparsa di alcuni documenti.

Quando all'inizio del 2006 ho cominciato a guardare le carte del nostro ministero, mi ha attratto il periodo dall'ottobre del '49 all'estate del 1950: esisteva una sorta di finestra aperta alla Rpc prima della guerra di Corea, della quale sembrava che stessero approfittando tanti Paesi, come gli Stati Uniti, per conoscere la Cina comunista. Poi le cose andarono come andarono: ci fu la Corea, la Guerra Fredda e Stalin, che avrebbe fatto di tutto per sciupare qualsiasi amoroso intento fra Occidente e Cina. Tra le varie carte, il fascicolo più importante, intitolato "Riconoscimento della RPC, 1950" non si trovava più. Ho notato che anche Andrea Campana, che ha scritto su Italia Cina sul periodo 1950-1970, negli anni Novanta consultando carte del Ministero Esteri, non aveva consultato quel faldone, quindi è probabile che detto faldone fosse andato perso già 10-15  anni prima che io cominciassi a scriverne. Ci sono due possibilità che spiegherebbero questa mancanza: o è stato consultato nel 1970 (al momento del nostro riconoscimento della Rpc) ed è stato poi riposto male, oppure, siccome quel faldone dimostra chiaramente che il ministero degli Esteri si espose molto a favore del riconoscimento della Rpc agli inizi, già nella seconda metà del 1950 sia stato nascosto per non rischiare che venisse a conoscenza dei comunisti i quali  si lamentavano costantemente del nostro governo debole e servo degli americani. Nel libro, inoltre, mentre fino ai fatti di Tian'anmen cerco di seguire il filo degli eventi e nomino persone, dopo – specialmente per i primi 10 anni di questo secolo – ho scelto di non nominare né ditte né personaggi politici o diplomatici. L'ho fatto perché più ci avviciniamo ai giorni nostri, meno diventa importante scrivere un libro che risulterebbe come un sorta di elenco di fatti di noisa consultazione. Proprio per evitarlo, ho cercato di cogliere quello che a mio avviso sembrava più importante. La stesura dell'ultimo capitolo è quella che mi ha richiesto più tempo. Riguarda proprio l'ultimo decennio e mi è sembrato più importante, piuttosto che ripercorrere fatti recenti, cercare di capire quali sono gli spazi che il nostro Paese può avere al giorno d'oggi nei confronti di una grande realtà come la Cina.

di Miriam Castorina

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