Armando Fumagalli Professore ordinario di Semiotica e Direttore del Master in Scrittura e Produzione per la Fiction e il Cinema presso l'Università Cattolica di Milano -   Airaldo Piva General Manager di HG Europe.

Armando Fumagalli Professore ordinario di Semiotica e Direttore del Master in Scrittura e Produzione per la Fiction e il Cinema presso l'Università Cattolica di Milano  -   Airaldo Piva General Manager di HG Europe.
Roma, 29 dic. -  Dal 23 al 31 ottobre si è svolto il seminario "Shanghai e Hengdian: incontro con il cinema cinese" organizzato dall'ALMED – Alta Scuola in Media Comunicazione e Spettacolo – dell'Università del Sacro Cuore in collaborazione con Hengdian Group Europe. AgiChina24 ha chiesto ai promotori dell'evento di illustrare questa collaborazione italo-cinese e ha raccolto le loro opinioni sull'attuale industria cinematografica della Cina.

"Gli italiani vanno a studiare cinema in Cina grazie a HG Europe e Università Cattolica". Come è nato questo progetto?

AF: Il progetto nasce grazie all'iniziativa dell'università Cattolica di Milano con cui da anni portiamo avanti delle attività di formazione nel settore della scrittura di cinema – grazie a cui molti nostri ex allievi sono oggi sceneggiatori o produttori – e grazie all'intuito del dott. Airaldo Piva e della filiale europea di Hengdian Group. Da qui è nata la volontà di avviare attività di coproduzione tra Italia e Cina.

AP: All'inizio dell'anno io e il prof. Fumagalli, abbiamo avuto l'idea di portare gli studenti della scuola di master a Hengdian per visitare i nostri Studios che con più di 320 ettari di superficie si classificano tra i più grandi del mondo. Lo scopo era quello di poter fornire a questi studenti e giovani professionisti non solo l'occasione di visitare la Cina, ma soprattutto quella di poter toccare con mano quella che è l'industria cinematografica cinese, un mondo a sé con cui non è così semplice entrare a contatto. Ed essendo questo anche un'opportunità per noi per promuovere il nostro gruppo abbiamo deciso di sostenere parte delle spese. Da lì il progetto si è andato sviluppando sempre di più. Poiché collaboro spesso con il governo dello Zhejiang, nel corso di una cena ho illustrato il progetto ad alcuni dirigenti della provincia i quali mi hanno immediatamente proposto di visitare l'Università dello Zhejiang a Hangzhou dove c'è un'ottima facoltà di "Media and Communication". La stessa cosa si è ripetuta con l'università di Shanghai dove Ni Zhen, che oltre a essere un mio amico è anche lo sceneggiatore di Lanterne Rosse e docente all'università di Pechino e di Shanghai,  mi ha proposto di contattare il rettore dell'università.

Da queste idee è nato quindi un primo seminario "Incontro con il cinema cinese". Come si è svolto?

AF: Il seminario, che si è svolto dal 23 ottobre al 31 ottobre, è stato diviso in due momenti: lezioni e 'gita' agli studios. Le lezioni che si sono tenute nelle due università hanno visto la partecipazione oltre che di Ni Zheng, anche della regista Xiao Luxue che insegna alla Beijing Accademy. Dopo le lezioni abbiamo visitato gli Studios di Hengdian e devo dire che, nonostante avessi già visitato gli Universal Studios, mi hanno lasciato a bocca aperta. Sono spazi enormi in cui sono stati ricostruiti interi 'pezzi di Cina' ancora in mostra, come ad esempio la Città Proibita  di Zhang Yimou. Sono Studios poco conosciuti all'estero perché lavorando tanto in patria non hanno bisogno di promozione. Forse nei prossimi anni qualcosa cambierà.

Un bilancio positivo, dunque.

AF: Bilancio più che positivo. Credo che da questo primo viaggio partirà qualche esperienza di coproduzione, sia per quanto riguarda produzioni future che importazione di progetti già fatti. Ci sono concretamente contatti in corso.

AP: Concordo, il bilancio è più che positivo. Sono molto soddisfatto

Nel comunicato stampa si legge che il seminario farà da volano a ulteriori iniziative di partenariato tra Cina e Italia. Potete anticiparci qualcosa?

AP: Ci sono stati i contatti con le due Università  (soprattutto quella dello Zhejiang) ed entrambe hanno manifestato l'interesse e l'intenzione di approfondire i rapporti e dar inizio a una collaborazione sistematica con la Cattolica. La nostra visita ha sicuramente gettato le basi per una collaborazione futura. Per mia esperienza posso dire che in genere sono sempre le università cinesi a essere più interessate a creare un interscambio con le università europee, mentre noi siamo più restii, forse più timidi pensando che sia più complesso di quello che è in realtà.

AF: Oltre a alla cooperazione interuniversitaria aggiungo che alcuni degli studenti verranno direttamente coinvolti in alcuni progetti, mentre altri si sono fatti loro stessi promotori di nuovi lavori. Inoltre da qualche tempo si parla di coproduzione per una fiction su Matteo Ricci. Vedremo.

Cosa piace del cinema italiano ai cinesi?

AP: I cinesi, come tutti gli stranieri, sono rimasti legati ai vecchi nomi: Fellini, Mastroianni, Sophia Loren, il cinema degli anni 50 e 60. E forse questo è un segno che negli ultimi 20-30 anni il cinema italiano non è riuscito a creare prodotti internazionali o che comunque incontrassero il gusto internazionale.

AF: E' vero, il cinema italiano contemporaneo non è molto conosciuto all'estero, ma abbiamo avuto comunque la percezione che l'Italia in genere piaccia davvero molto.

Per anni nell'immaginario della maggior parte degli occidentali il cinema cinese è stato sinonimo di Jackie Chan. Poi sono arrivati Zhang Yimou e Chen Kaige che con tematiche diverse e un taglio nuovo hanno raccolto consensi sia in patria che all'estero. Come cambia oggi il cinema cinese?

AF: Il cinema cinese ha tante sfaccettature. Il lavoro che della regista Xiao Luxue abbiamo visto è la storia molto delicata di un padre che ha un figlio autistico. Ricorda un po' Rain Man. Ma i cinesi si stanno muovendo anche verso altri generi, dalla commedia ai film epici, dal drammatico allo storico. Mano a mano che l'industria si amplia, aumentano anche i generi.

AP: Non sono un esperto di cinema cinese come può esserlo il prof. Fumagalli, ma lo seguo molto e ho notato una certa analogia tra il nostro cinema e quello cinese per quanto riguarda i valori. Ni Zhen raccontava che c'è un forte spirito di rinnovamento nel cinema cinese di oggi e che in questa innovazione sono le donne a far da padrone. Sono più intraprendenti e pronte a imboccare nuove strade. Xiao Luxue ha girato il suo film Ocean Heaven con un budget molto ridotto. E il risultato è molto buono. Gli uomini sono più conosciuti, ma le donne sono le maggiori portatrici di idee nuove e rivoluzionarie.

Il cinema cinese, secondo voi, continuerà a conservare quelle caratteristiche che lo contraddistinguono o cercherà di modellarsi sullo stile hollywoodiano?

AF: Io penso che eleganza e raffinatezza continueranno a essere preservate. Bisogna vedere cosa si intende per hollywoodiano: se ci si riferisce alle strutture forti narrative è probabile che anche la Cina le assorbirà perché sono strutture che funzionano un po' ovunque. Il cinema è fatto anche di questi elementi fissi: io stesso raccomando ai miei studenti di non credere a chi dice che il film nasce da zero. "Ladri di biciclette", considerato da tutti il caposcuola del neorealismo italiano, segue il modello a tre atti che la regista Susa Cecchi D'Amico aveva appreso da un libricino d'istruzioni che suo padre le aveva riportato da Hollywood. Quindi penso che anche il cinema cinese si impadronirà delle strutture forti soggiacenti come quelle che caratterizzano il cinema hollywoodiano. Non vedo invece grandi cambiamenti a breve termine per quanto riguarda i contenuti e lo stile. La sensibilità culturale non cambia dall'oggi al domani.

AP: Io spero che i cinesi manterranno la loro originalità altrimenti sarebbe una partita persa in partenza. Gli  americani sono ineguagliabili e le caratteristiche tipiche dei film cinesi sono non solo il loro tratto distintivo, ma anche il loro punto di forza. Dal mio punto di vista il cinema cinese si sta evolvendo, è in atto un processo di modernizzazione, ma la mia impressione è che i valori della loro cultura resteranno un elemento fisso, vivo e presente delle storie. E penso che continueranno a esserlo ancora a lungo.

La Cina ci ha abituati a ritmi di crescita molto veloci. Ad una prima osservazione, si potrebbe dire che "se Pechino decide di investire in qualcosa, in poco tempo arriverà ad affiancare i tradizionali competitor del settore". Sulla base dell'impegno mostrato nei confronti del cinema dalla Cina, possiamo immaginare una simile ascesa anche nell'industria cinematografica?

AF: Probabilmente crescerà. Bisognerà però aspettare per costatarne il ritmo.

AP: Il prodotto americano non è solo destinato agli Usa, ma a tutto il mondo e i ritorni sono notevoli. I film cinesi sono invece destinati a un pubblico cinese o asiatico e per questo motivo non penso che potranno mai sfidare gli Stati Uniti. Ad ogni modo il mercato cinese conta 1 miliardo e 300 milioni di utenti senza considerare gli espatriati, e riuscire a incontrare il loro favore è già un grande successo.

Bollywood, Chinawood o Hollywood? Dove spedireste un giovane che sogna di lavorare nel cinema?

AF: Dipende a che livello è il giovane. Ovviamente l'industria hollywoodiana del cinema è molto difficile da penetrare sia per problemi di visto che per protezionismo. Andare a Hollywood può essere molto interessante per imparare, però se uno non ha ancora idea di come funzionano le cose in Italia potrebbe essere fuorviante. L'india produce moltissimo, ma per il mercato interno; funziona ma esporta poco. Infine in Cina c'è il problema della barriera linguistica, ma l'esperienza può essere molto formativa. Se l'idea di partenza è quella di fare un'esperienza all'estero e poi tornare a casa con un bagaglio culturale e professionale arricchito, se si ha la possibilità sicuramente si deve andare a Hollywood.

AP: Io sono di parte, ma sia per un discorso di esperienza personale che professionale non avrei dubbi: sceglierei la Cina, che oggi sta diventando il centro delle idee. Negli ultimi anni ho notato un certo dinamismo, una creatività che fino a poco tempo fa non c'era. Pechino, Shanghai o Hangzhou rappresentano davvero secondo me, opportunità di crescita preziose per un giovane che forse altrove non troverebbe.

Di Sonia Montrella