2010: UN ANNO DI ANNIVERSARI CHIAVE

2010: UN ANNO DI ANNIVERSARI CHIAVE

Torino, 2 apr.- Nel suo ottimo The genesis of Chinese communist foreign policy, Michael Hunt inizia l'analisi della politica estera cinese sottolineando a chiare lettere come la storia sia, per Pechino, un elemento centrale e costitutivo di ogni riflessione sulla collocazione della Cina nel mondo. Il 2009, ad esempio, è stato vissuto con grande intensità simbolica nella Repubblica Popolare, che ha celebrato in pompa magna i 60 anni dalla sua fondazione. Fuori dalla narrativa ufficiale, ma non dal dibattito ufficioso, il 2009 ha anche stimolato riflessioni sulla repressione in Tibet di cinquanta e vent'anni prima, oltre che, naturalmente, sul massacro di Tienanmen del 4 giugno 1989.
Al contrario, l'Italia tende a essere un allievo indisciplinato per una maestra - la Storia - che, in generale, ha sempre pochi studenti. Le polemiche che hanno accompagnato sin dall'inizio i lavori per la celebrazione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia non sono che l'ultimo e più macroscopico esempio di una tendenza consolidata. Una tendenza - è questo il punto - che nel 2010 rischia di depotenziare un'opportunità importante di approfondimento dei rapporti tra Italia e Cina. Quest'anno, infatti, ricorrono al contempo i quarant'anni dal riconoscimento diplomatico bilaterale della Repubblica Italiana e della Repubblica Popolare Cinese e i quattrocento anni dalla morte del padre gesuita Matteo Ricci, figura tanto ignorata nel suo Paese d'origine (anche se non nella sua regione, le Marche), quanto conosciuta e stimata in Cina.
Carismatico uomo di lettere e scienza, Ricci rappresentò un insuperato ponte culturale tra Cina ed Europa, traducendo trattati fondamentali della scienza occidentale come gli Elementi di Euclide, componendo il grande mappamondo in cinese e, in generale, svolgendo la propria opera di evangelizzazione secondo un difficile ma fecondo processo di inculturazione. Anticipando di secoli una metodologia della mediazione culturale oggi assai in voga, Ricci rimane un esempio pratico di quella "fantasia" citata da Vico che consente di riflettere "sui molti differenti fini a cui gli uomini possono aspirare restando pienamente razionali, pienamente uomini e capaci di comprendersi tra loro". Un insegnamento da non sottovalutare in un mondo reso più piccolo dalla globalizzazione e che vede il ritorno in una posizione di rilievo globale di grandi culture non occidentali come quelle indiana e cinese.
Il recupero della memoria relativa ai legami che avvicinano da secoli Italia e Cina, però, non dovrebbe limitarsi a grandi figure di un passato ormai remoto. Il Risorgimento, ad esempio, è una fase storica di fama mondiale, già fonte di ispirazione anche per i cinesi nei lunghi anni di disgregazione nazionale, prima dell'avvento della Repubblica Popolare nel 1949. In un certo senso, a contrario, anche il fascismo fu portatore di istanze assai influenti in Cina: negli anni '70 vi fu un ampio dibattito sulla effettiva trasformazione in senso fascista del Kuomintang di Chang Kai-shek (a partire dalle "Camicie Azzurre"), mentre il Partito Comunista delineava la propria identità anche in opposizione al fascismo (pur mutuandone talune vocazioni modernizzatrici). Persino la ridottissima esperienza coloniale italiana in terra cinese, limitata alla Concessione di Tianjin (1901 - 1943), è oggi oggetto di un tentativo di recupero architettonico che punta a ridefinire l'identità di spazi urbani in una Cina che vuole puntare su un innalzamento della qualità della vita nelle sue città.
Quest'ultimo dato ci presenta il secondo aspetto cruciale del recupero della memoria storica condivisa tra Italia e Cina: per usare una metafora chimica, se la soluzione è una maggiore conoscenza reciproca tra i due popoli, il precipitato è costituito da concrete opportunità di business. E ciò non vale solo per gli architetti e urbanisti italiani che hanno contribuito ai lavori nella zona della Concessione italiana di Tianjin - l'antica Piazza Regina Elena -. Se l'Italia vuole cogliere l'opportunità che si presenta ai suoi prodotti parallelamente all'emergere di un ceto medio cinese sempre più numeroso, occorre che si incentivi una rapida maturazione nel consumatore cinese, che superi la concezione del brand come status symbol e conduca alla ricerca dell'effettiva qualità del prodotto. E' la consapevolezza diffusa della qualità della vita all'italiana che dà propulsione ai beni Made in Italy. E se è vero che l'Italia di oggi è il frutto della sua storia millenaria, allora la celebrazione di anniversari importanti come quelli del 2010 può essere di incoraggiamento a conoscerla - e a farla conoscere - un poco meglio.

 

di Giovanni Andornino

 


Giovanni Andornino è docente di Relazioni Internazionali dell'Asia Orientale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino e la Facoltà di Scienze Linguistiche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore; è Vice Presidente di T.wai, il Torino World Affairs Institute.Dal 2009 Visiting Professor presso la School of Media and Cross Cultural Communication, Zhejiang University Hangzhou (PRC), Giovanni è Fellow della Transatlantic Academy del German Marshall Fund of the United States per il 2010.Giovanni è General Editor del portale TheChinaCompanion (www.thechinacompanion.eu), specializzato in politica, relazioni internazionali ed economia politica della Cina contemporanea. Dal 2007 coordina TOChina, l'unità di lavoro sulla Cina attiva presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino (www.to-asia.it/china).
 
La rubrica "La parola all'esperto" ha un aggiornamento settimanale e ospita gli interventi di professionisti ed esperti italiani e cinesi che si alternano proponendo temi di approfondimento nelle varie aree di competenza, dall'economia alla finanza, dal diritto alla politica internazionale, dalla cultura a costume&società. Giovanni Andornino cura per AgiChina24 la rubrica di politica internazionale.