Quelli che ai barconi per l'Italia nemmeno ci arrivano. Racconti dalle carceri di Tripoli

Yacouba, Guasson e Sekou sono tre cittadini della Costa D'Avorio che hanno provato a fuggire verso l'Italia e l'Europa, ma sono stati bloccati, incarcerati e rimpatriati dopo un lungo periodo

Quelli che ai barconi per l'Italia nemmeno ci arrivano. Racconti dalle carceri di Tripoli

Non ce l’hanno fatta. Il viaggio della speranza verso l’Europa è finito in una prigione di Tripoli. Sono migliaia quelli partiti dalla Costa d’Avorio. Per lo più per trovare una vita migliore. Fuggire da un paese, che a detta loro, non gli dà prospettive, un futuro. Quando lavori e il tuo salario è di 90 euro al mese, quando ti va bene e se il lavoro ce l’hai, anche se hai studiato e magari ti sei diplomato, quando non hai uno straccio di assicurazione sanitaria, perché non te la puoi permettere, che ti dà accesso alle cure di base, quando non riesci a sostenere la tua famiglia, quando il mondo è ormai interconnesso e vedi cosa succede in Europa, spesso è fumo negli occhi, ma lo vedi.

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Perché mai non partire per cercare fortuna, una vita migliore? E loro quel futuro volevano proprio averlo, acchiapparlo e tenerlo stretto. Ma non ce l’hanno fatta. Dall’inizio del 2018 in 2000 sono stati rimpatriati, strappati alle prigioni di Tripoli, grazie alle autorità del loro paese e all’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (Oim). Io ne ho incontrati tre: Yacouba, Guasson e Sekou. Faticano a parlare del loro viaggio verso il nord dell’Africa. Faticano a tenere lo sguardo alto. I ricordi sono troppi vividi per essere dimenticati. Ora sono a Grand Bassam, stanno seguendo un corso di formazione, chi in falegnameria, chi in agricoltura. Tutti, però, con un’idea fissa: “Oggi siamo qui, ma non è detto che non ci si riprovi a ripartire”.

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Essere tornati in patria, per loro, è un’onta. Non osano tornare al villaggio perché si sentono dei falliti, perché la loro gente, le loro famiglie, li hanno aiutati a raccogliere i soldi necessari, vendendo quello che potevano e chiedendo prestiti, convinti che un giorno potessero dire con fierezza: “Loro ce l’hanno fatta”, e così poter aiutare la famiglia.

Quelli che ai barconi per l'Italia nemmeno ci arrivano. Racconti dalle carceri di Tripoli
 (Afp) 
 Migranti, gommone

Yacouba, Guasson e Sekou, non sapevano bene come si sarebbe svolto il viaggio, ma la motivazione era forte, più di ogni altro pericolo che, di sicuro, avrebbero trovato attraversando il Burkina Faso, il Mali, il Niger, l’Algeria. Per arrivare, infine, in Libia. Ogni pochi chilometri un posto di blocco, per passare bisognava pagare, altrimenti “erano botte e violenze – racconta Yacouba – non avevo nemmeno la carta d’identità. Però volevo arrivare in Europa. Un amico ce l'ha fatta. È arrivato in Germania e mi ha convinto a partire. Qui non avevo nulla, nessuna prospettiva. E allora sono partito. Pochi soldi. Si telefonava a casa per averli, ma non bastavano mai. Ti chiedevano sempre di più. Niente soldi? Allora violenze e soprusi, sempre gratuiti”. È stato così anche per Sekou.

Il viaggio di Guasson è stato diverso. “Ad Abidjan mi sono dato da fare – mi racconta – ho lavorato come piastrellista. Ma non era quello che volevo. Mi sono ammazzato di lavoro. Spendevo l’indispensabile. Il resto lo mettevo da parte. Il mio sogno: fare i documenti per il passaporto e comprare un biglietto aereo per la Tunisia. A noi ivoriani non è richiesto il visto”.

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Così Guasson è partito. A Tunisi ci è arrivato. E poi, anche per lui è cominciato l’inferno, l’inferno del deserto libico. Perché lì bisognava arrivare per poter attraversare il Mediterraneo. “Un inferno cominciato a Sabratha – racconta -. Appena arrivato in Libia mi hanno tolto il telefono e il passaporto. Così ho cominciato a capire che le cose non andavano come ci avevano raccontato”. Loro tre non si sono conosciuti in Libia, si sono incontrati in Costa d’Avorio dopo il rimpatrio, ma tutti e tre sono stati in quell’inferno.

“Ci hanno chiuso in un luogo sovraffollato – continua Guasson - l’aria era irrespirabile. Non si poteva uscire, i movimenti erano ridotti. Ad ogni richiesta, qualsiasi, erano botte. I carcerieri usavano i calci dei fucili. I capi del campo era arabi, libici, ma vi era, anche, la manovalanza: nigeriani e guineani. Per lo più picchiavano. Senza ragione. E chiedevano soldi”.  Ma come funzionava se vi avevano rubato i telefoni? “Usavamo i telefoni degli schiavisti – continua Sekou - ci facevano chiamare con i loro cellulari e i soldi arrivano direttamente a loro. E prendevano più di quello che chiedevano. E se non arrivavano in tempo erano botte”. Così per 6 mesi. Poi il sogno sembrava potersi avverare. “Si, un giorno ci hanno portato il biglietto per la partenza”. Come il biglietto? “Noi lo chiamavamo così: il giubbotto salvagente. Il nostro biglietto per un futuro migliore”.

Tutto questo accadeva in un campo di “concentramento” a Sabratha. “Ci hanno diviso in gruppi e dato il salvagente. Eccoci, siamo a un passo dell’attraversata verso l’Europa”. Passare, però, dal sogno all’incubo è stato un passo brevissimo. “È capitato una sera – dice Guasson – e in quel momento abbiamo capito che il nostro sogno non si sarebbe mai realizzato. È successo rapidamente: ci hanno bucato i salvagente e per spaventarci hanno cominciato a sparare in aria e sono spartiti tutti portando via tutto ciò che potevano. Poco dopo è arrivata la polizia. Dei carcerieri nemmeno l’ombra. Solo uno non è riuscito a scappare, si è finto uno di noi e nessuno ha avuto il coraggio di denunciarlo. E così ci hanno portato tutti a Tripoli e rinchiusi in una prigione. Non sapevamo cosa aspettarci. L’unica cosa certa è che si era arrivati al capolinea. Ripiombati in un incubo”.

Dopo mesi di campo di concentramento, Sekou, Guasson e Yacouba, si ritrovano nelle patrie galere libiche. Quattro mesi senza sapere il perché e che fine avrebbero fatto. “In prigione – continua Guasson – siamo stati divisi per nazionalità per facilitare l’intervento delle autorità del paese di provenienza, credo. In ogni caso, noi ivoriani siamo stati gli ultimi a ricevere il supporto delle autorità. E adesso eccoci qua a parlare con te”.

Con il supporto delle autorità ivoriane e con il sostegno dell’Oim sono stati rimpatriati e inseriti in programmi di formazione che durano 8 mesi. Con loro c’è anche una psicologa. Dei dieci che stanno seguendo i corsi a Grand Bassam presso la Comunità Abele, solo tre hanno deciso di raccontare la loro storia. È difficile. La maggioranza vuole dimenticare in fretta. Altri non riescono proprio a superare i traumi subiti. Dei tre che ho incontrato, due vivono il rimpatrio come un fallimento: “Si, è stato un fallimento – dice Sekou – e cosa sarebbe se no?”. Yacouba non è per niente “contento di essere tornato in Costa d’Avorio, perché non è cambiato nulla, sono tornato a essere quello che ero prima. Senza alcuna prospettiva”. Guasson, più che contento è rassegnato: “Visto che il sogno di arrivare in Europa è svanito, tanto vale resta qui”.  Gli altri due, anche se non lo dicono esplicitamente, ritenteranno il viaggio della speranza. Di certo c’è che nessuno dei tre, per ora, tornerà al villaggio d’origine. Perché non ce l’hanno fatta e non saprebbero come raccontare il loro fallimento.

(quarta puntata – segue) 



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