In Sierra Leone le adolescenti incinte non possono andare a scuola

Restare in classe insieme alle “normali” compagne, sarebbe disdicevole: "Non si può dare il cattivo esempio”

In Sierra Leone le adolescenti incinte non possono andare a scuola

La notizia è semplice. In Sierra Leone, una regola non scritta, ma estremamente efficace, impedisce alle adolescenti incinte, se in età scolare, di proseguire negli studi. Restare a scuola insieme alle “normali” compagne, sarebbe disdicevole. In Sierra Leone non “si può dare il cattivo esempio”.  Questa è la logica. In Sierra Leone, tuttavia, una donna incinta su tre è ancora adolescente. Questa è una piaga che riguarda tutto il continente africano, insieme alle bambine spose, agli aborti clandestini, alle ragazzine che partoriscono con gravi conseguenze per la loro salute. E allora che si fa in Sierra Leone? Si impedisce alle ragazze di andare a scuola, negandogli l’unico spiraglio di futuro possibile che l’educazione scolastica, anche se scalcagnata, rappresenta e può offrire, perché non devono dare il “cattivo esempio”. 

Non poteva mancare, sull’argomento, una pressione internazionale (quella non la si nega a nessuno), che ha avuto un qualche risultato. Forse, però, non quello sperato. La Sierra Leone, per dare soddisfazione alle proteste e all’indignazione, cosa ha pensato di fare? Il governo di Freetown si è visto costretto ad aprire classi speciali in complessi scolastici appositi per le adolescenti rimaste incinte. Questa sì che è una notizia. Già sei rimasta incinta, già sei discriminata e poi, dopo il danno la beffa, diventi un paria, messa da parte, in una sorta di riserva. Come se essere incinta fosse uno stigma da portare con sdegno.

Ma ciò che sorprende ancora di più (e questo è un notizione) è che lo stesso trattamento non viene riservato ai giovani uomini che quelle poverette hanno messo incinte. E perché mai relegare anche loro in classi separate? Non creano certo scandalo o disturbo alla morale pubblica. Almeno così la pensa l’addetto stampa del ministero della Pubblica amministrazione della Sierra Leone, Brima Turay, che sostiene che è “controproducente isolare i giovani solo perché hanno messo incinta una ragazza. I ragazzi non partoriscono figli, le ragazze sì, è questa la differenza”. Turay, probabilmente, anziché fare l’addetto stampa del ministero, dovrebbe tornare sui banchi di scuola. Ma il governo di Freetown sostiene che il suo programma ha avuto successo, infatti, dicono, almeno 5mila delle 14mila ragazze iscritte a questi corsi speciali sono riuscite a tornare nelle scuole di provenienza una volta partorito. Lo stigma, evidentemente, lo lasciano a casa. Rimane il dato, però, che due terzi di loro restano “perennemente” escluse dal sistema educativo.

“Non è perché queste ragazze sono incinte che la loro educazione deve fermarsi”, ha spiegato il responsabile dell’istruzione per l’Unicef, Wongani Taulo. “Lo abbiamo detto al ministro della Pubblica istruzione: vogliamo che queste ragazze siano educate, non discriminate, ma il governo non lo consente”. Possiamo usare una parola forte per definire questa situazione? Apartheid, che in Africa speravamo archiviata? Certamente che sì.

A livello globale, l’11% di tutti i bambini che vengono messi al mondo hanno una mamma di età compresa tra i 15 e i 19 anni. Nel 95% dei casi, si tratta di bambine e ragazze che vivono nei paesi a medio e basso reddito. Nel 2016 sono stati registrati 21 milioni di gravidanze tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni che vivono nei paesi in via di sviluppo. La stima dice che la metà di questi casi siano gravidanze non volute. La causa principale di morte tra queste ragazze sono le complicanze legate alla gravidanza e al parto. In questa fascia di età si registrano 10,1 decessi ogni 100mila nati vivi. Il picco spetta ai Paesi africani a medio-basso reddito, dove il tasso di mortalità sale al 35,7 per 100mila nati vivi.  Le ragazze - molte baby spose costrette a sposare uomini più grandi di loro – non hanno i mezzi per evitare una gravidanza e non sanno come farlo. In molti paesi, e tra questi quelli africani, mancano programmi di educazione sessuale, i consultori sono difficili da raggiungere, i contraccettivi sono costosi o difficili da reperire. Inoltre all’interno del matrimonio le giovani spose non hanno sufficiente potere contrattuale per rifiutare rapporti sessuali non voluti o spingere il partner ad usare contraccettivi di qualsiasi tipo.

E’ evidente che, in un quadro di questo tipo, la scuola, anche se scalcinata, può avere un ruolo fondamentale per l’educazione delle giovani ragazze che diventeranno le future donne. E in Sierra Leone, invece, si impedisce loro di accedervi. Buona fortuna Africa.



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