Dietro l'attentato Gallmann una faida politica, altro che pastori

L'attacco in un momento delicato in cui si sommano gli effetti della siccità e la campagna elettorale

Dietro l'attentato Gallmann una faida politica, altro che pastori

Più che faide tra pastori, dietro il tentativo di omicidio di Kuki Gallmann, sembra anche esserci una faida politica. Il tutto avviene in un clima pre elettorale, l’8 agosto in Kenya si vota per le presidenziali, quanto mai teso e intriso di episodi di violenza, tanto da obbligare il governo di Nairobi ad adottare misure estreme per arrestare questi episodi di violenza.

L'attacco del 23 aprile

L’attentato alla vita della Gallmann, 23 aprile scorso, è l’ultimo di una lunga serie di attacchi avvenuti negli ultimi anni, nei quali le infrastrutture per sostenere materialmente e finanziariamente l’ambizioso progetto di conservazione ambientale e di sostegno alle comunità locali, voluto dalla scrittrice italiana, ma ormai keniana a tutti gli effetti, nell’area di Ol Ari Nyiro nella Great Rift Valley, sono state distrutte. Kuki Gallmann, uscita dall’ospedale dove è stata curata per le ferite, in una lettera inviata all’Agi, ha voluto rassicurare tutti: “Le ferite subite nella sparatoria, guariranno, spero, col tempo: la memoria mai. Vorrei, però, rassicurare che il mio spirito e la mia determinazione a continuare la lotta in cui credo rimangono intatti e persino rinvigoriti da questa ennesima prova”. Gli attacchi, le minacce e gli incendi dolosi si sono susseguiti negli anni, da quando, scrive la Gallmann, “ho deciso di dedicare l’oasi di Ol Ari Nyiro esclusivamente alla conservazione ambientale, impegnandomi attivamente e in prima linea nella lotta contro il bracconaggio, contro il commercio illegale di specie protette e di avorio, contro i potenti cartelli che finanziano e organizzano queste devastanti attività illegali”.

Picco di siccità e campagna elettorale

L’ultimo episodio, quello che ha attentato alla vita della Gallmann, è arrivato in un momento delicato per il Kenya: coincide con il picco di una grave siccità, coincide con il periodo pre elettorale che in Kenya assume connotazioni ancora più delicate e impattanti, tanto da rendere legittimi tutti i mezzi per assicurare il consenso delle comunità locali e la vittoria nei seggi elettorali. In particolare nel Paese è in corso una profondissima trasformazione sociale, con ricche e potenti elite urbane che colpiscono l’integrità del tessuto delle comunità locali, che vengono via via espropriate delle proprie tradizioni e pratiche pastorizie. Comunità che vengono trasformate in proletariato rurale al servizio e al soldo dei potenti locali. La siccità, proprio per questo abbandono progressivo delle tradizioni, ha trovato impreparate le comunità locali che, tuttavia, nei decenni erano riuscite ad adattarsi ai cicli siccitosi. Ma, soprattutto, queste comunità sono finite nelle mani di voraci e ricchissimi politici e “tycoons” urbani che comprano le loro terre e le loro mandrie come investimento e, spesso, come mezzo di riciclaggio del denaro frutto della corruzione. La siccità diventa, così, una fantastica opportunità, una comoda narrativa, una storia politically correct, per nascondere le vere crisi.

Nuovo 'proletariato rurale'

Con i pastori sempre meno pastori e le comunità sempre meno comunità, il nuovo “proletariato rurale” – sempre più numeroso e povero, fatto sempre più di giovani – può essere, ed è, facilmente arruolabile e ben armato, per badare alle mandrie altrui, da difendere a tutti i costi. Ma non solo. Giovani per costruire vere e proprie milizie da usare, anche, durante le lezioni, quando fosse necessario. Siamo di fronte a un sistema mafioso, governato dai politici locali, che assoldato milizie di giovani, tra i poveri sbandati, per poter acquisire terre e riciclare il loro denaro. E i cambiamenti climatici amplificano queste crisi e aiutano a fornire una narrativa emergenziale fantastica. La siccità, dunque, è stata un espediente convincente per rendere “ammissibili” attacchi alle “conservancies”, che non hanno come scopo primario la conservazione animale in se stessa, ma della biodiversità e dell’integrità di questi delicati ecosistemi che, proprio per la loro natura di “zone protette”, hanno salvato migliaia di persone dalla fame.

Kenyatta, "non infiammare il clima"

Il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, ha voluto cogliere l’occasione  per “avvertire i politici della zona di non infiammare il clima politico attraverso una retorica sconsiderata. I politici che incoraggiano le invasioni di proprietà private o gli attacchi contro gli individui possono prevedere forti azioni deterrenti, nei termini di quanto consentito dalla legge”. E il suo principale avversario alle presidenziali dell’8 agosto, Raila Odinga, ha voluto sottolineare che Kuki, “come altri proprietari di terre sottoposti a brutalità a Laikipia, è parte integrante della nazione keniana, indipendentemente dalle sue origini. Ha contribuito enormemente alla crescita del nostro Paese in generale e del Kenya settentrionale in particolare”. A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

I nodi da affrontare

Il Kenya dovrà presto affrontare questi nodi sociali, economici ed etnici. E ciò che è accaduto alla Gallmann ha avuto il merito, se di merito si può parlare, di far luce su queste miserie profonde, che, altrimenti, sarebbero state messe, abilmente, a tacere.  E la Gallmann conclude la sua lettera così: “Anche la nostra iniziativa annuale di dialogo e sostegno alla pace e alla convivenza pacifica tra tribù locali, ‘Laikipia Highland Games/Sports for Peace’, dedicata a mio figlio Emanuele, continuerà. E quando sarà possibile, ricominceremo a ricostruire”. Buona fortuna, di cuore.