Storia di Moussa, che per un momento aveva pensato di arruolarsi nell'Isis

Seconda puntata del nostro viaggio in Costa D'Avorio. A Moussa sono bastati 45 euro, l’incontro con la Comunità Abele, una delle tante ong bistrattate dalle nostre parti, per dimenticare l’Isis, la guerra santa e il “viaggio della speranza” verso l’Europa

Storia di Moussa, che per un momento aveva pensato di arruolarsi nell'Isis

Per salvare un giovane dall’Isis bastano 45 euro. Messa così sembra una barzelletta, ma questa è la storia di Moussa Bakoyoko, 34 anni, originario della città di Man, nel centro-ovest della Costa d’Avorio. Un uomo, che ho incontrato a Grand Bassam, antica capitale coloniale del Paese, dove vive e lavora. Moussa ci ha pensato davvero ad arruolarsi nell’Isis. Ci ha pensato quanto ha perso tutto. Il padre, la madre. Ed è rimasto solo, primo di numerosi fratelli, e incapace di mantenere la famiglia. Per lui questo ha sempre rappresentato un’onta. Le ha provate tutte. Prima nella capitale economica Abidjan. Uno zio lo ha aiutato a cercare un istituto per la formazione professionale, ma troppo cari. Poi il ritorno a Man, dove ha lavorato in una caffetteria prima e poi in una fabbrica di succhi di frutta. Ma questa ha chiuso e lui è tornato sulla strada. Senza riuscire a provvedere alla sua famiglia, ai fratelli e alle sorelle. Il passo verso la droga è stato breve.

“Ad Abidjan – mi racconta Moussa – ho cominciato a frequentare personaggi dubbi, gente chi si ingegnava mettendo in atto truffe su internet. Guadagnavano. Frequentandoli ho imparato. Guadagni facili che, però, svanivano come erano arrivati. Qui ho conosciuto una ragazza svizzera. Dalle truffe su internet sono passato a quelle fatte di persona. A quella povera ragazza ho raccontato una marea di balle, pur di estorcerle del denaro. Ogni giorno una menzogna nuova. Sono arrivato, perfino ad inventarmi malattie, tutte immaginarie. Poi, però, mi sono ammalato davvero”.

E il dramma di Mossa si aggrava. Per curarsi ha bisogno di soldi, non ne ha. Le porte degli ospedali gli vengono sbattute in faccia: “Se non hai soldi niente cure”. Da questa triste verità non si scappa. Poi un po’ di fortuna. Un ex sindaco di Grand Bassam gli paga le cure. Moussa sembra respirare. Decide, per questo, di tornare nella sua città natale. Ma la fortuna non lo assiste nemmeno un po’. Perde la madre. Ora è lui il punto di riferimento della sua famiglia. Ne sente la responsabilità. Tutto il peso. Ed è davvero un peso insopportabile. Ci riprova con le truffe, ma stavolta non funziona come un tempo. Ed ecco l’idea: arruolarsi nell’Isis, non certo per convinzioni religiose, ma solo per denaro. Ci sa fare con i computer, sa che in giro, nel paese, e in quelli della regione, ci sono dei reclutatori.

“Ho cercato in rete – mi racconta Moussa – un reclutatore dell’Isis. Ho rischiato, perché anche qui certi siti sono monitorati dalle autorità. Sono arrivato a un passo dall’essere denunciato. Però, quando non riesci a vivere, tanto vale rischiare il tutto per tutto. Quando non hai nulla sei disposto a tutto”. La sua fortuna è stata non aver trovato nessuno, ma è stato anche frenato da una possibile denuncia. “Se l’avessi trovato – continua l’aspirante jiadista – sarei partito. Sapevo che ti pagavano, avrei potuto fare qualcosa per la mia famiglia. A spingermi era fare qualcosa per la famiglia, nessuna convinzione religiosa. Nulla di tutto questo. Semplicemente: quando raggiungi il fondo sei disposto a tutto”.

Parla sottovoce, Moussa, quasi avesse paura. Però, ne sono convinto, non racconta tutto. Per esempio che nella città di Man ci sono stati campi di addestramento dell’islam radicale, attività residuali, ma dove rimane l’influenza salafita, soprattutto straniera. Una città che può essere terreno fertile per il proselitismo e per la propaganda della jihad.

Sfumata la “pista” del reclutamento, a Moussa non rimaneva altro che progettare il “viaggio della salvezza”. “Mi avevano detto che per partire per Libia, bastavano 500 euro. Per me un’enormità. Ho cercato di capire e organizzare il viaggio. Uno dei miei fratelli ha fatto la stessa scelta. Dopo anni, senza sue notizie siamo riusciti a sapere che in Italia, poi, ci era arrivato”. Ma Moussa non è certo un cuor di leone. “Questa volta a fermarmi è stato il fatto che per arrivare in Europa bisognava attraversare il mare. Sono andato sulla spiaggia di Grand Bassam. Ho guardato l’Oceano. E ho detto no, il mare mi fa paura. Non sapevo più che fare. In città, a volte, frequentavo il Carrefour Jeunesse. Un luogo d’incontro e aiuto per i giovani della città”. Il centro, gestito dalla Comunità Abele, ong italiana che lavora a Grand Bassam soprattutto con i ragazzi e i giovani a rischio, è un luogo di aiuto, dove poter affrontare dai piccoli ai grandi problemi. Un luogo, soprattutto, dove i ragazzi si sentono a casa, accolti per quello che sono, aiutati nella ricerca di un riscatto.

A Moussa è venuta l’idea di scrivere una lettera ai responsabili del centro. Una lettera dove ha raccontato la sua storia. Dove ha chiesto un aiuto. I responsabili l’hanno incontrato, hanno capito che era sincero. “A loro – dice Moussa – ho spiegato che avevo bisogno di un aiuto. Avevo un’idea: mettermi nel commercio di uova fresche. Ma non avevo soldi, anche se non avevo bisogno di molto. Quel poco per iniziare e poi me la sarei cavata da solo”.

Così Moussa riceve i suoi 30 mila franchi cfa (circa 45 euro). Il primo suo cliente è stata la Comunità Abele. L’attività ha cominciato a funzionare. “Con la vendita delle uova – racconta Moussa – sono riuscito a vivere. Insomma le cose hanno cominciato a girare. Vendendo uova ho conosciuto delle persone che mi hanno proposto la vendita delle sigarette. Con il commercio delle uova sono riuscito, non solo a vivere, ma a metter da parte i soldi per frequentare il corso per la patente, comprare un motorino usato. Il commercio delle uova l’ho passato a mia sorella”. Ora Moussa lavora in una società di distribuzione di tabacco e sigarette.

“Le cose funzionano – conclude Moussa - tanto che sto pensando di far crescere l’attività. Mi piacerebbe mettere dei chioschi in strada per la vendita delle sigarette. Per questo sto cercando dei ragazzi disposti a lavorare per me”. Da imprenditore di se stesso a datore di lavoro. A Moussa sono bastati 45 euro, l’incontro con la Comunità Abele, una delle tante ong bistrattate dalle nostre parti, per dimenticare l’Isis, la guerra santa e il “viaggio della speranza” verso l’Europa.

(seconda puntata – segue)

Leggi la prima puntata: Costa d'Avorio, un paese in crescita, fragile e ambizioso



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