La Memoria Storica

Risorgimento

Il Risorgimento fu il periodo della storia d'Italia durante il quale la nazione italiana - stanziata a sud dello spartiacque alpino e occupante tutta la penisola italiana e le isole di Sardegna, Sicilia e gli arcipelaghi minori - conseguì la propria unità nazionale.
Il termine richiama l'idea di una resurrezione della nazione italiana attraverso la conquista dell'unità nazionale per lungo tempo perduta. Tuttavia, per quanto questa visione idealizzata del periodo sia, da talune interpretazioni moderne, riveduta in un concetto più ampio della situazione italiana ed internazionale e la stessa unificazione venga vista a volte più come un processo di espansione del regno di Sardegna che come un processo collettivo, il termine è ormai accettato ed ha assunto valenza storica per questo periodo della storia d'Italia.

Il problema della datazione

La datazione convenzionale sui limiti cronologici del Risorgimento risente evidentemente dell'interpretazione storiografica riguardo a tale periodo e perciò non esiste accordo fra gli storici sulla sua determinazione temporale, formale ed ideale.
Esiste inoltre un collegamento tra un "Risorgimento letterario" e uno politico per il quale si scrisse di Risorgimento italiano in senso esclusivamente culturale fin dalla fine del XVIII secolo.

La prima estensione dell'ideale letterario a fatto politico e sociale della rinascita dell'Italia si ebbe con Vittorio Alfieri (1749-1803), non a caso definito da Walter Maturi il «primo intellettuale uomo libero del Risorgimento», vero e proprio storico dell'età risorgimentale, che diede inizio a quel filone letterario e politico risorgimentale che si sviluppò nei primi decenni del XIX secolo. La datazione più accreditata è quella 1815-1870, anche se i pareri sono difformi. Come fenomeno politico il Risorgimento viene invece compreso da taluni storici fra il proclama di Rimini (1815) e la presa di Roma da parte dell'esercito italiano (1870), da altri, fra i primi moti costituzionali del 1820-1821 e la proclamazione del Regno d'Italia (1861) e/o il termine della Terza Guerra d'Indipendenza (1866), da altri ancora, in senso lato, fra l'età riformista (seconda metà del XVIII secolo) e/o napoleonica (1796-1815) e il riscatto delle terre irredente dell'Italia nord-orientale (Trentino e Venezia Giulia) a seguito della Prima guerra mondiale. Anche la Resistenza italiana (1943-1945) è stata talvolta ricollegata idealmente al Risorgimento.

Premesse

Il Risorgimento italiano trae origine idealmente da diverse tradizioni storiche. In epoca romana l'Italia, unita politicamente, fu privilegiata da Augusto e dai suoi successori che costruirono una fitta rete stradale e abbellirono le città dotandole di numerose strutture pubbliche (evergetismo augusteo).

Tuttavia, il carattere imperiale delle conquiste effettuate da Roma e dai socii italici, finirono per snaturare il carattere nazionale che la penisola stava acquisendo sul finire del I secolo a.C.

L'Italia fu la parte più privilegiata dell'impero: tutti i suoi abitanti liberi venivano considerati cittadini romani, venendo esentati della tassa diretta, eccetto la nuova tassa sulle eredità creata per finanziare i bisogni militari (pensione dei veterani).

In seguito l'unità non venne meno col regno degli Ostrogoti, che fu la prima di tante occasioni mancate nel Medioevo per affermare anche in Italia il processo di formazione di una coscienza nazionale come in altri paesi europei, ma si ruppe, dopo l'intervento diretto dell'imperatore d'Oriente Giustiniano I e alla susseguente guerra gotica (535-553), cui fece seguito l'invasione longobarda e la conseguente spartizione della penisola.

I Longobardi tendevano a rimanere separati e considerarsi superiori sotto il profilo politico e militare alle popolazioni italiche, che un tempo avevano conquistato il mondo sotto le aquile romane, ma con gli anni finirono sempre più per fondersi con la componente latina, e tentarono anch'essi, sull'esempio romano e ostrogoto, di unificare la penisola e dare una base nazionale al loro regno. Anche tale tentativo venne frustrato dall'intervento dei Franchi, richiamati da papa Adriano I per proteggere i possedimenti temporali della Chiesa.

Sempre più però il Regnum Langobardorum si identificava come Regno d'Italia e gli stessi ultimi re longobardi non si consideravano più solo re dei longobardi, ma d'Italia. Questo dimostra come i vincitori volenti o nolenti si fossero gradualmente romanizzati e fusi con i vinti. Nell'ultimo secolo del proprio dominio, i re longobardi consideravano propri sudditi tutti gli abitanti dell'Italia non bizantina. I Franchi, che, come si è già accennato, si sostituirono ai Longobardi (seconda metà dell'VIII secolo), tentarono di ricostituire, con Carlo Magno l'Impero, che prese corpo definitivamente un secolo e mezzo più tardi, con un sovrano germanico, Ottone I di Sassonia. Il Regno d'Italia era legato a questo grande organismo statuale da vincoli di vassallaggio, dai quali vanamente cercò di sottrarsi. Il più celebre fra tali tentativi di affrancamento è sicuramente quello di Arduino d'Ivrea, personaggio considerato, a ragione o a torto, antesignano dei patrioti risorgimentali ottocenteschi. Costui, attorno all'anno 1000, condusse, sostenuto dalla nobiltà laica del nord Italia, alcune campagne militari per liberare l'Italia dalla tutela germanica.

Con la formazione dei comuni e delle signorie, si imposero gli interessi locali in un'Italia divisa in Stati, spesso in lotta fra di loro. In quegli stessi secoli la grandezza passata era però ancora viva nei poeti e nei letterati, che cantarono lodi all'Italia e si rammaricarono della sua situazione. Il sentimento di comune appartenenza nazionale presso gli intellettuali del tempo non venne meno, sopraffatto dagli interessi locali, anzi, è proprio in questo periodo in cui iniziò a plasmarsi una lingua nazionale italiana, primo ideale elemento di una coscienza nazionale. Anche grazie a tali intellettuali, come Dante, Petrarca, Boccaccio ed altri, i quali ebbero scambi culturali senza tener conto dei confini regionali e locali, la lingua italiana dotta si sviluppò rapidamente, riuscendo a mantenersi e a evolversi nei secoli successivi anche nelle più difficili temperie politiche pur rimanendo patrimonio di una classe colta elitaria.

Già in Machiavelli e Guicciardini si dibatteva nel XVI secolo, il problema della perdita dell'indipendenza politica dell'Italia, convertitasi prima in un campo di battaglia fra Francia e Spagna e poi caduta sotto la dominazione di quest'ultima. Pur con programmi diversi, il primo fautore di uno stato accentrato, l'altro di uno federale, concordavano che tutto era avvenuto a causa dell'individualismo e della mancanza di senso dello stato tipica delle varie popolazioni italiane.
Tuttavia non fu che con l'arrivo delle truppe napoleoniche nella penisola che si cominciò a diffondere presso strati sempre più ampi di popolazione un sentimento nazionale italiano, fino ad allora percepito da una ristretta cerchia di intellettuali, aristocratici e borghesi illuminati. Il primo accenno che dava testimonianza di una iniziale presa di coscienza popolare si può rintracciare nel Proclama di Rimini, anche se rimasto del tutto inascoltato, in cui Gioacchino Murat, il 30 marzo 1815, durante la guerra austro-napoletana, rivolse un interessato appello a tutti gli italiani affinché si unissero per salvare il regno posto sotto la sua sovranità, unico garante della loro indipendenza nazionale contro un occupante straniero.

Le idee e gli uomini

Le idee liberali, le speranze suscitate dall'illuminismo e i valori della Rivoluzione francese furono portate in Italia da Napoleone sulla punta delle baionette dell'Armée d'Italie. Rovesciati gli stati preesistenti, i francesi, deludendo le speranze dei patrioti "giacobini" italiani, si erano stabilmente insediati nella Pianura Padana, creando repubbliche su modello francese (Repubblica Cispadana), rivoluzionando la vita del tempo, portando sì idee nuove, ma facendone anche ricadere il costo sulla economia locale. Era nato così un crogiolo di aspettative e di ideali, alcuni incompatibili tra loro: vi erano in campo quelli romantico-nazionalisti, repubblicani, socialisti o anticlericali, liberali, i monarchici filo Savoia o papalini, laici e clericali, vi era l'ambizione espansionista di Casa Savoia tendente a raggiungere l'unità della Pianura Padana, vi era il bisogno di liberarsi dal dominio austriaco nel Regno del Lombardo-Veneto, unitamente al generale desiderio di migliorare la situazione socio-economica approfittando delle opportunità offerte dalla rivoluzione tecnico-industriale, superando al contempo la frammentazione della penisola laddove sussistevano stati in parte liberali, che spinsero i vari rivoluzionari della penisola a elaborare e a sviluppare un'idea di patria più ampia e ad auspicare la nascita di uno stato nazionale analogamente a quanto avvenuto in altre realtà europee come Francia, Spagna e Gran Bretagna.

Le personalità di spicco in questo processo furono molte tra cui: Giuseppe Mazzini, figura eminente del movimento liberale repubblicano italiano ed europeo; Giuseppe Garibaldi, repubblicano e di simpatie socialiste, per molti un eroico ed efficace combattente per la libertà in Europa ed in Sud America; Camillo Benso conte di Cavour, statista in grado di muoversi sulla scena europea per ottenere sostegni, anche finanziari, all'espansione del Regno di Sardegna; Vittorio Emanuele II di Savoia, abile a concretizzare il contesto favorevole con la costituzione del Regno d'Italia.

Vi furono gli unitaristi repubblicani e federalisti radicali contrari alla monarchia come Nicolò Tommaseo e Carlo Cattaneo; vi furono cattolici come Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini che auspicavano una confederazione di stati italiani sotto la presidenza del Papa o della stessa dinastia sabauda; vi furono docenti ed economisti come Giacinto Albini e Pietro Lacava, divulgatori di ideali mazziniani soprattutto nel meridione.

Le rivoluzioni

Dopo il Congresso di Vienna, l'influenza francese nella vita politica italiana lasciò i suoi segni attraverso la circolazione delle idee e la diffusione di gazzette letterarie; fiorirono infatti salotti borghesi che, sotto il pretesto letterario, crearono veri e propri club di tipo anglosassone, che si prestarono a coprire società segrete; in tale quadro gli esuli italiani, come Antonio Panizzi, s'impegnavano a stabilire contatti con le potenze straniere interessate a risolvere il problema italiano.

In tale panorama patriottico rivoluzionario, una delle prime associazioni segrete fu quella dei Carbonari. Nel 1814 questa società segreta organizzò dei moti rivoluzionari a Napoli, che culminarono con la presa della città nel 1820, poi persa ad opera dell'Austria, intervenuta con la Santa Alleanza - una sorta di polizia internazionale tra Austria, Prussia e Russia - per tutelare i propri interessi egemonici in nome dei principi dell'ordine internazionale e dell'equilibrio. Occorre però dire che il primo reale moto carbonaro avrebbe dovuto effettuarsi a Macerata, nello stato pontificio, nella notte tra il 24 e il 25 giugno 1817. Ma la polizia, informata dei preparativi, soffocò l'azione sul nascere. I moti costituenti degli anni 1820-1821, pur avendo tutti come finalità la progressiva liberalizzazione dei regimi assolutistici che soffocavano le libertà d'Italia e degli italiani in quegli anni, assunsero tuttavia connotazioni diverse da stato a stato e da città a città. Mentre a Napoli i rivoltosi ebbero come unica finalità la promulgazione della costituzione, a Torino l'insurrezione accolse tensioni e inquietudini anti-austriache, già manifestatesi in quella città, nel gennaio 1821, dai moti studenteschi soffocati nel sangue dalla stessa polizia sabauda. Per tale ragione questi ultimi moti videro come protagonista uno degli uomini simbolo del nostro Risorgimento come Santorre di Santarosa. Anche a Milano partecipò ai moti una componente patriottica e antiaustriaca guidata dal conte Federico Confalonieri, instradato, subito dopo il fallimento dell'insurrezione, nel carcere dello Spielberg, dove era già presente da alcuni mesi l'amico Silvio Pellico.

A partire dai primi anni trenta dell'Ottocento si impose come figura di primo piano Giuseppe Mazzini. Nato a Genova nel 1805, divenne membro della Carboneria nel 1830. La propria attività di ideologo e organizzatore lo costrinse a lasciare l'Italia nel 1831 per fuggire a Marsiglia, dove fondò la Giovine Italia, un movimento che raccoglieva le spinte patriottiche per la costituzione di uno stato unitario, da inserire in una più ampia prospettiva federale europea.

La condivisione del programma mazziniano portò Giuseppe Garibaldi, nato a Nizza nel 1807, a partecipare ai moti rivoluzionari in Piemonte del 1834, per il fallimento dei quali fu condannato a morte dal governo Savoiardo e costretto a fuggire in Sud America, dove partecipò ai moti rivoluzionari in Brasile ed Uruguay.

Le rivolte fallirono per la mancanza di coordinamento tra i congiurati e per l'assenza e indifferenza delle masse ai moti.

Il biennio delle riforme

Nel cosiddetto biennio delle riforme (1846-1848), a seguito del fallimento dei moti rivoluzionari mazziniani, prendono vigore progetti politici di liberali moderati, tra cui spiccano Massimo d'Azeglio, Vincenzo Gioberti e Balbo con "le speranze d'Italia" i quali, sentendo soprattutto la necessità di un mercato unitario come premessa essenziale per un competitivo sviluppo economico italiano, avanzano programmi riformisti per una futura unità italiana nella forma accentrata o federativa. Nasce così il movimento neoguelfo che riscuote successo presso l'opinione pubblica in coincidenza con l'elezione di papa Pio IX, ritenuto erroneamente un "liberale".

Guerre di indipendenza e spedizione dei Mille

Gli anni 1847-1848 vedono lo sviluppo di vari movimenti rivoluzionari e furono segnati dalla decisione da parte del Regno di Sardegna di farsi promotore dell'unità italiana. Primo passo in tal senso fu la Prima Guerra d'Indipendenza, anti austriaca, scoppiata in occasione della rivolta delle Cinque giornate di Milano (1848). Tale guerra, condotta e persa da Carlo Alberto, si concluse con un sostanziale ritorno allo statu quo ante.

Nei dieci anni successivi alla sconfitta riprese vigore il movimento repubblicano mazziniano, favorito anche dal fallimento del programma federalista neoguelfo; i mazziniani promossero una serie d'insurrezioni, tutte fallite. Quelle che più impressionarono l'opinione pubblica italiana ed europea fu l'episodio dei martiri di Belfiore (1852), e la disastrosa spedizione di Sapri (1857), condotta all'insegna del credo mazziniano per il quale ciò che contava era più che il successo il "dare l'esempio" e conclusasi con la morte di Carlo Pisacane e dei suoi compagni, massacrati dai contadini. Fortemente impressionò la borghesia italiana anche la rivolta milanese del 6 febbraio 1853 che condotta con metodo mazziniano, fidando cioè in una spontanea partecipazione popolare e addirittura nell'ammutinamento dei soldati ungheresi dell'esercito austriaco, fallì miseramente nel sangue. Oltre che l'impreparazione e la superficiale organizzazione dei rivoltosi, operai d'ispirazione politica socialista, furono proprio i mazziniani, notoriamente in contrasto ideologico con Marx, a contribuire al fallimento non facendo loro pervenire le armi promesse e mantenendosi passivi al momento dell'insorgere della rivolta. Un pugno di uomini armati di pugnali e coltelli andarono così consapevolmente incontro al disastro in nome dei loro ideali patriottici e socialisti.
Nel biennio 1859-1860, ci fu una nuova fase, decisiva per il processo d'unificazione italiano. Fu caratterizzata dall'alleanza tra la Francia di Napoleone III (anche se negli accordi di Plombieres non si prevedeva la completa unità italiana) e il Regno di Sardegna, decisiva per la vittoria nella Seconda Guerra d'Indipendenza contro l'Austria-Ungheria. Alla vittoria seguirono subito le annessioni al regno sabaudo di Toscana, Emilia e Romagna, che si erano nel frattempo liberate. Un primo abbozzo di stato italiano era ormai nato.

Ulteriore passo verso l'unità fu la Spedizione dei Mille garibaldina. Quest'ultima era formata da poco più di mille volontari provenienti in massima parte dalle regioni settentrionali e centrali d'Italia, appartenenti sia ai ceti medi che a quelli artigiani e operai; fu l'unica impresa risorgimentale a godere, almeno nella sua fase iniziale, di un deciso appoggio delle masse contadine siciliane, all'epoca in rivolta contro il governo borbonico e fiduciose nelle promesse di riscatto fatte loro da Garibaldi.

Mentre Garibaldi avanzava da sud, le truppe sarde si recavano nello Stato della Chiesa e si scontravano con l'esercito pontificio nelle Marche, a Castelfidardo, dove ebbero la vittoria che portò poi all'annessione di Marche ed Umbria. Solo dopo la battaglia di Castelfidardo si poté pensare alla proclamazione del Regno d'Italia, in quanto era ormai possibile unire geograficamente le regioni meridionali liberate da Garibaldi con le regioni del nord e del centro confluite nel Regno di Sardegna in seguito alla Seconda Guerra d'Indipendenza e alle conseguenti annessioni.

Infatti, dopo alcuni tentennamenti e sotto la pressione di Cavour e dell'imminente annessione di Marche ed Umbria alla monarchia sabauda, Garibaldi, pur di idee repubblicane, accettò l'unione dell'ex Regno delle Due Sicilie al futuro stato unificato italiano, che già si profilava all'epoca sotto l'egida di Casa Savoia. Tale unione fu formalizzata mediante il referendum del 21 ottobre 1860.

La proclamazione del Regno d'Italia si ebbe il 17 marzo 1861. Il nuovo regno manterrà lo Statuto albertino, la costituzione concessa da Carlo Alberto nel 1848 e che rimarrà ininterrottamente in vigore sino al 1946.

Molti e gravi furono i problemi che il nuovo stato dovette affrontare; anzitutto mancavano ancora all'unità il Veneto, il Friuli, la Venezia Giulia, il Trentino - Alto Adige e il Lazio; poi c'era la questione della capitale, che era Torino, in quanto sede della monarchia sabauda, ma che già dalla prima riunione del parlamento si auspicò fosse Roma, ancora nelle mani del papa. Inoltre il giovane regno dovette affrontare il problema del cosiddetto "brigantaggio meridionale".

La storiografia risorgimentale riprese la definizione di brigantaggio usata dallo stesso governo del Regno d'Italia per mascherare agli occhi degli stati europei le gravi difficoltà della avvenuta unità; una più attenta storiografia ha rivelato come in effetti più che di brigantaggio si trattasse di una vera e propria guerra civile (1861-1865) nata nel Sud Italia dopo l'annessione al Regno d'Italia, in seguito all'invio delle truppe dell'esercito. Che non si trattasse di un fenomeno di semplice criminalità è dimostrato proprio dal fatto che si ritenne necessario l'intervento dell'esercito regio e l'emanazione di leggi speciali (la legge Pica 1863), che applicavano la legge marziale nei territori del Mezzogiorno italiano.

La ricerca storica più recente ha contribuito a mettere in luce gli aspetti politici che motivarono la resistenza delle popolazioni meridionali e le conseguenze della sua repressione - prima tra tutte la nascita della Questione meridionale - superando definitivamente il modello che ha tentato per decenni di liquidare l'insorgenza meridionale come fenomeno esclusivamente banditesco.

L'unificazione fece un ulteriore passo in avanti con la Terza Guerra d'Indipendenza contro l'Austria-Ungheria, scoppiata in seguito alla partecipazione dell'Italia alla Guerra austro-prussiana del 1866. La Terza Guerra d'Indipendenza portò all'annessione del Veneto e del Friuli. Dopo questa data rimanevano ancora fuori dal Regno il Lazio, il Trentino - Alto Adige e la Venezia Giulia, la cui annessione era necessaria per completare il processo di unificazione.

Dalla presa di Roma al riscatto delle terre irredente

Seppure alla proclamazione del Regno d'Italia fosse stata indicata Roma come capitale morale del nuovo stato, la città rimaneva la sede dello Stato Pontificio. Alcune terre papali (la Romagna) erano già state annesse con i plebisciti seguiti alla Seconda Guerra d'Indipendenza; altre (Marche ed Umbria) erano state perse dal papa in seguito alla Battaglia di Castelfidardo, ma lo Stato della Chiesa, ridotto al solo Lazio, rimaneva sotto la protezione delle truppe francesi che continueranno a difenderlo dai due tentativi falliti di Garibaldi (giornata dell'Aspromonte e battaglia di Mentana), con la connivenza del governo italiano di Urbano Rattazzi. Solo dopo la sconfitta e cattura di Napoleone III a Sedan nella guerra franco-prussiana, le truppe italiane con Bersaglieri e Carabinieri in testa, il 20 settembre 1870 entrarono dalla breccia di Porta Pia nella capitale.

Dopo il plebiscito del 2 ottobre 1870 che sancì l'annessione di Roma al Regno d'Italia, nel giugno del 1871 la capitale d'Italia, già trasferita - in ottemperanza alla Convenzione di settembre (1864) - da Torino a Firenze, divenne definitivamente Roma.
La Chiesa romana di Papa Pio IX, che si considerava prigioniero del nuovo stato italiano, reagì scomunicando Vittorio Emanuele II, ritenendo inoltre non opportuno (non expedit), e poi esplicitamente proibendo che i cattolici partecipassero attivamente alla vita politica italiana, da cui si autoesclusero per circa mezzo secolo con gravi conseguenze per la futura storia d'Italia.

Il Trentino-Alto Adige, la Venezia Giulia, l'Istria, la città di Zara (costituita come exclave italiana sulla costa dalmata), l'isola di Lagosta e l'arcipelago di Pelagosa entreranno a far parte del Regno d'Italia con la vittoria nella Prima guerra mondiale (1915-1918), dagli irredentisti italiani sentita come la Quarta guerra d'indipendenza. La città quarnerina di Fiume, dopo molte vicende (vedi Reggenza Italiana del Carnaro), fu unita all'Italia nel 1924.

Interpretazioni storiografiche

L'assenza delle masse contadine al movimento unitario risorgimentale

Un filone di critica storiografica, elaborando le analisi che fece Antonio Gramsci nei suoi quaderni del carcere, che partì dalle considerazioni del meridionalista Gaetano Salvemini sulla non soluzione della questione contadina legata alla non soluzione della questione meridionale, ha sottolineato una interpretazione che sostiene come nel Risorgimento italiano fosse stata assai limitata la partecipazione della masse popolari, soprattutto contadine, agli eventi che hanno caratterizzato l'unità nazionale italiana e come il Risorgimento possa essere considerato come una rivoluzione mancata.

«Quanto alla partecipazione contadina delle masse subalterne alle vicende della unificazione essa continuò ad essere assai modesta».

Lo storico Franco della Peruta in Democrazia e socialismo nel Risorgimento (Editori Riuniti, Roma 1973) constata come di fatto il problema dell'assenza delle masse contadine al movimento risorgimentale si poneva sin dall'indomani dei moti del '48 alla coscienza degli stessi contemporanei di quegli avvenimenti.

Fin dal 1849, contrariamente a quanto sosteneva Mazzini che cioè la questione sociale dovesse essere risolta solo dopo aver affrontato il problema dell'unità nazionale, un mazziniano, rimasto anonimo, scriveva sulla mazziniana "Italia del popolo": «la politica di classe adottata dal governo provvisorio milanese [...] causò la sopravvenuta freddezza dei contadini di Lombardia verso la guerra nazionale».

Lo stesso Carlo Pisacane nel 1851 ne "La guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49" nell'Appendice ribadiva l'idea della necessità di una vasta partecipazione contadina al progetto unitario e che si dovesse «far comprendere ai contadini che è loro interesse cambiare la vanga col fucile» ma questo non sarebbe mai avvevuto poiché, come disse Ferrari, «non vale parlare di Repubblica se il popolo sovrano muore di fame».

Così Carlo Cattaneo scriveva: «Si può rimproverare agli amici della libertà [...] di non aver chiamato il popolo dei sobborghi e delle campagne alla pratica delle armi».

Le cinque giornate di Milano (18 - 22 marzo 1848)

Uno degli avvenimenti che vengono abitualmente indicati da una parte della storiografia come un esempio della partecipazione popolare al fenomeno risorgimentale è quello della rivolta milanese del 1848. Non si può negare che in effetti i cittadini milanesi combatterono in massa gli austriaci innalzando il vessillo tricolore ed addirittura, quando già Carlo Alberto aveva firmato la resa con gli austriaci e si disponeva ad abbandonare Milano, avevano incendiato le loro case vicine alle mura per difendere meglio la città dal ritorno delle truppe di Radetzky Un esempio questo di grande dedizione patriottica alla causa nazionale. C'è però da considerare che si trattava dei patrioti cittadini milanesi e non del "popolo" dei contadini che viveva nella campagna milanese, al di fuori della città. Ci furono sì episodi di partecipazione contadina alla lotta antiaustriaca ma su costrizioni operate dai parroci e dai proprietari terrieri: ma quanto queste manifestazioni "patriottiche" fossero così poco autonome e coscienti lo si vide quando, ritiratisi i piemontesi al di là del Ticino si alzò nelle campagne il grido di " Abbasso i signori, abbasso i cittadini, viva Radetzky ".Vanno inoltre ricordate le Dieci Giornate di Brescia, dove gli insorti resistettero contro gli austriaci cinque giorni in più rispetto alla città di Milano.

E del resto perché mai i contadini avrebbero voluto cacciare gli austriaci quando proprio il governo di Vienna li aveva sempre favoriti con una buona amministrazione e con sgravi fiscali? Gli austriaci infatti avevano compreso che i loro nemici erano i borghesi liberali italiani che volevano svincolarsi della loro oppressiva tutela e formare quel mercato unitario italiano che sottintendeva i proclamati ideali patriottici: proprio per questi motivi il governo austriaco si accattivava i favori delle masse contadine, giungendo al punto di minacciare contro i liberali latifondisti una riforma agraria a vantaggio dei contadini.

Il contrasto città-campagna

L'indifferenza dei contadini se non l'ostilità nei confronti di tutto ciò che riguardava la città e i "signori" risaliva come sosteneva Antonio Gramsci (cfr. A.Gramsci, "Il Risorgimento", Torino 1966) ed in epoca più recente gli storici Emilio Sereni (cfr. E.Sereni, "Il capitalismo nelle campagne (1860-1900)", Torino 1955) e Giorgio Candeloro al periodo della formazione dei Comuni italiani quando dopo aver attirato i contadini in città ("l'aria delle città rende liberi") affrancandoli ed usandoli come operai per le manifatture sottoposero la campagna alla città con un regime vincolistico dei prezzi dei prodotti agricoli.

Quando si dovranno schierare i contadini lo faranno il più delle volte con i nemici della città che li opprime e sfrutta.

Il nuovo corso del Risorgimento

La prima guerra di indipendenza, la guerra della concordia nazionale che sembrava realizzare il progetto neoguelfo era cosa molto diversa per gli stessi soldati contadini piemontesi che dovevano combatterla. Vincenzo Gioberti e Angelo Brofferio sentirono perciò la necessità di doverli motivare al valore risorgimentale della guerra ma " le mille imprecazioni dei nostri soldati li fecero desistere dalla loro impresa. [Brofferio] si fece accompagnare in vettura da tre ufficiali per paura che per strada lo ammazzassero. A Gioberti toccò la stessa sorte e un soldato fini per tirargli addosso un torsolo di cavolo " (in Giacomo Brachet Contol, "La formazione di Francesco Faà di Bruno" citato da F.Pappalardo, "il mito di Garibaldi" Roma 2002, pag.94).

Il fallimento nel '49 del programma moderato e di quello democratico con la caduta delle repubbliche mazziniane di Roma e Firenze fece perdere gran parte del suo sentimento romantico e popolare al nostro Risorgimento. L'iniziativa passò nelle mani della monarchia sabauda e del conte di Cavour. L'Italia si sarebbe fatta non per virtù di popolo, poco più di un'astrazione nel pensiero mazziniano, ma con la diplomazia, con l'aiuto militare della Francia, con le poco gloriose annessioni.

La partecipazione effettiva delle masse subalterne al processo unitario continuò ad essere assai modesta. I moderati che avevano visto sventolare le bandiere rosse sulle barricate del '48 e i democratici che ricordavano l'esito infausto della spedizione di Pisacane si accomunavano: " Da destra e da sinistra, mille sospetti e diverse ragioni di diffidenza si addensano contro le masse lontane ed estranee dei subalterni. Che cosa cela il loro silenzio? A che cosa può portare l'attivazione? Non val meglio lasciarle alla loro inerzia secolare? ". (M.Isnenghi, "L'unità italiana" in AA.VV., "Tesi, antitesi, romanticismo-futurismo", Messina-Firenze, 1974).

La spedizione dei Mille

La spedizione dei Mille fu la grande occasione: trasformare il Risorgimento da un movimento d'elite a un grande movimento popolare ; occasione in vero persa da quei giovani che pure con entusiasmo " Avevano lasciato i loro studi, i loro agi... per venire in questa lontana isola…a ritrovarvi i ricordi del passato greco e romano... ma niente comprendevano, né cercavano di capire, della realtà di questi, come subito li chiamarono "arabi. " (R. Del Carria, Proletari senza rivoluzione. Storia delle classi subalterne italiane dal 1860 al 1950, 2 voll., Milano, 1970).

In effetti Garibaldi aveva promesso, dopo aver assunto la guida dell'isola per ordine di Vittorio Emanuele II, di abolire le tasse che gravavano sull'isola quali la tassa sul macinato e del dazio d'entrata sui cereali, l'abolizione degli affitti e dei canoni per le terre demaniali e di voler procedere ad una riforma del latifondo. Queste promesse non attirarono, almeno inizialmente, un numero consistente di siciliani, ma il primo scontro, la battaglia di Calatafimi, ebbe comunque esito positivo per i Mille contro le più numerose e meglio addestrate truppe borboniche.

Da questo momento inizia la guerra separata dei contadini ancora condotta in nome di Garibaldi e della libertà. Invadono i demani comunali, i feudi dei baroni latifondisti, bruciano gli archivi dove sono custoditi i titoli del loro servaggio. Ma "I movimenti di insurrezione dei contadini contro i baroni furono spietatamente schiacciati e fu creata la Guardia Nazionale anticontadina; è tipica la spedizione repressiva di Nino Bixio, il braccio destro del Generale, nella regione del catanese dove le insurrezioni furono più violente" (A.Gramsci, "Il Risorgimento", Torino 1966).

Eppure i piemontesi sono venuti per portare ai loro fratelli siciliani "libertà e scuole" dice il giovane garibaldino G.C. Abba al frate Carmelo. Ma ribatte il frate questo forse andrà bene ai piemontesi perché "la libertà non è pane, e la scuola nemmeno". I "picciotti" vorrebbero, dice padre Carmelo, "Una guerra non contro i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppressori, grandi e piccoli, che non sono solo a Corte, ma in ogni città, in ogni villa... allora verrei [con voi]. Se io fossi Garibaldi, non mi troverei a quest'ora quasi ancora con voi soli." (G.C. Abba, "Da Quarto al Volturno. Notarelle di uno dei Mille", Bologna 1952).

Sospetto di colonizzazione

Varie fonti storiografiche vedono nel processo di unificazione progettato dal governo sabaudo un pretesto di colonizzazione per fini economici del Regno delle Due Sicilie, attaccato militarmente, con l'appoggio indiretto del primo ministro britannico Palmerston, senza aver emesso una dichiarazione di guerra.

A quel tempo l'economia del Regno di Sardegna attraversava un periodo di recessione dovuta alle fallite guerre espansionistiche fino a quel momento sostenute e alla crisi della produzione del grano abbattutasi sull'intera penisola nel 1853. Fu in questa occasione che lo stesso Cavour ricevette pesanti accuse di avere esportato quantitativi di frumento per interessi personali anziché distribuire gli scarsi raccolti al popolo piemontese.

Francesco Nitti nella sua opera Scienza delle Finanze sostiene che il regno duosiciliano possedeva un patrimonio di 443 milioni di lire oro (il più alto tra tutti gli stati preunitari) mentre il Regno di Sardegna amministrato da Cavour ne aveva solo 27 milioni. Lo stato borbonico vantava anche diversi primati tra cui la costruzione della prima ferrovia nella penisola, della prima illuminazione a gas e del primo telegrafo elettrico.

Nel 1859 la Sicilia aveva un bilancio commerciale attivo di 35 milioni, mentre il Piemonte non arrivava a 7 milioni, sebbene l'economia sabauda fosse più dinamica e moderna rispetto a quella prevalentemente latifondista del mezzogiorno.

Dall'iniziativa di Cavour, anche il governo inglese avrebbe cercato di trarre profitto , interessato com'era ad impossessarsi interamente delle miniere di zolfo siciliano, di proprietà del Regno borbonico dal 1816 e gestite in regime di monopolio dagli stessi inglesi.

I rapporti economici infatti tra Borboni e inglesi avevano cominciato a deteriorarsi fin dal 1838, quando Ferdinando II, non reputò più conveniente il rapporto commerciale con gli inglesi che acquistavano lo zolfo a costi bassi per poi rivenderlo a prezzi molto alti. Il re, avendo eliminato la tassa sul macinato, per compensare le mancate entrate nelle casse del regno decise quindi di affidare la gestione delle miniere di zolfo ad una ditta francese, la Taix Aycard di Marsiglia, che offrì il doppio della cifra rispetto agli inglesi. Tutto ciò provocò una dura opposizione della Gran Bretagna che minacciò addirittura il sequestro delle navi siciliane.

Per questi motivi di natura economica nel 1856, quattro anni prima della Spedizione dei Mille, Cavour e il conte di Clarendon, ministro degli esteri inglese, avrebbero avuto contatti per organizzare rivolte antiborboniche nelle Due Sicilie.
Sempre in questo periodo, Cavour si sarebbe servito della stampa a fini di manipolazione mediatica, corrompendo l’agenzia Stefani ed altre testate giornalistiche. Il primo ministro sabaudo avrebbe imposto propagande antiborboniche per accattivarsi le simpatie del popolo meridionale. A sostegno di questo avvenimento vi è la testimonianza di una lettera che Cavour indirizzò a Guglielmo Stefani, proprietario dell'omonima agenzia, ove viene scritto: «La ringrazio dell’offerta dei suoi utili servizi, dei quali sappia che io tengo conto e memoria».

Sempre secondo Nitti, al termine del processo di unificazione, il patrimonio dell'ormai caduto regno duosiciliano costituì una solida base per il rilancio economico delle regioni settentrionali in maggiori difficoltà come Lombardia, Piemonte e Liguria.
Particolarmente duro fu poi il trattamento riservato ai circa 20000 militari al servizio del sovrano borbonico e del papa che erano stati fatti prigionieri: questi furono deportati nel forte di Fenestrelle, dove la gran parte di loro morì per la fame, gli stenti e le malattie.

Il grande assente

Nella seconda guerra d'indipendenza (1859) " i soldati dell'esercito sardo, quasi esclusivamente contadini e popolani... non erano ancora ben persuasi che il Piemonte fosse in Italia, tant'è vero che ai volontari provenienti dalle altre regioni d'Italia rivolgevano la domanda: "Vieni dall'Italia?" (G.Arnaldi, "L'Italia e i suoi invasori", Bari, 2003 pag.179). Lo stesso Cavour si scandalizzava che i volontari arruolati a Torino provenienti dal Regno delle due Sicilie fossero appena 20 (G. Di Fiore, "I vinti del Risorgimento", Torino, 2004 pag.264).

Il popolo fu il grande assente del Risorgimento: " ...la mobilitazione patriottica ha investito frazioni dell'aristocrazia illuminata, consistenti fasce di ceto medio, in particolare intellettuali, gruppi di artigiani, non gli operai del resto rari in un'Italia in buona parte preindustriale, e tanto meno contadini – la maggioranza della "Nazione" – murati nell'indifferenza e nel rancore sedimentati da secoli di estraneità e di separazioni tra le classi " (M.Isnenghi, op, cit). Mentre le elites fanno la storia, dibattendo progetti su cui concordano solo per l'unità e l'indipendenza politica, ma per il resto dividendosi tra regime monarchico o repubblicano, stato unitario o federativo, metodi diplomatici o rivoluzionari, milioni di contadini rimangono nella non storia. Anzi entreranno nella storia proprio battendosi contro l'unità ormai raggiunta: è il fenomeno del cosiddetto brigantaggio meridionale che " ...può considerarsi pressoché l'unica manifestazione reale, per estensione geografica, partecipazione numerica e durata di presenza attiva delle masse subalterne negli anni del Risorgimento ".

Il Risorgimento popolare come giustificazione ideologica

Già all'indomani dell'unità la classe dirigente presenta ciò che era accaduto come il risultato di una spinta nazionale di popolo e questo si vuole che sia insegnato nelle scuole del Regno: cosicché varie generazioni di italiani hanno imparato il Risorgimento come avrebbe dovuto essere invece che com'è stato. In realtà non si tratta semplicemente di una mistificazione di stato ma del tentativo, sentito come essenziale, di costruire a posteriori una base storica comune a un popolo sino allora assente. Gli intellettuali cercano ora un collegamento con le classi subalterne tentando di persuaderle che l'unità italiana è stata il frutto della volontà del popolo guidato dalle "elites" risorgimentali e creando il mito di una coscienza nazionale italiana esistita nei secoli passati e ora finalmente realizzatasi.

Il "popolarismo" risorgimentale

Il popolo assente dalla storia che si faceva era invece ben presente nella storia che si scriveva. Si può dire che il Risorgimento sia nato in tipografia. Giornali quotidiani, manifesti, volantini, non fanno che appellarsi al popolo. Non solo scrittori ma l'avvocato, lo studente, il professore chiamano il popolo ad attivarsi e a condividere gli ideali nazionali. Ma il popolo, nelle aree più depresse della penisola, ove il sistema scolastico non era sviluppato, nella maggioranza non sa leggere. E quando trova incollati su i muri i proclami e gli appelli ha bisogno della mediazione di intellettuali, il farmacista, il prete che gli tradurrà il messaggio a suo modo.

Non si tratta poi semplicemente di ignoranza e analfabetismo che fanno sì che la classe dirigente alla fine parli a se stessa, ma anche il fatto che la circolazione delle idee è ancora difficile nell'Italia divisa dell'Ottocento priva quasi di strutture di comunicazione e dove le polizie sono state addestrate a impedire che tra le masse e gli intellettuali si realizzi il contagio politico.

Ed infine, ultimo grande ostacolo alla comunicazione tra intellettuali e popolo, è la non coincidenza di codice tra coloro che porgono il messaggio e quelli che lo ricevono: " Libertà! Indipendenza!, reclamano entusiasti gli insorti e i volontari delle varie correnti risorgimentali. "Polenta! Polenta! ribattono cocciuti e sordi i contadini descritti dal Nievo nelle "Confessioni d'un italiano" (M.Isnenghi, op.cit.).

Il Risorgimento come moto nazional-popolare

Una storiografia sviluppatasi già all'indomani della raggiunta unità d'Italia con gli storici N.Bianchi e C.Tivaroni volle presentare il movimento risorgimentale come il perfetto risultato realizzatosi quasi in modo provvidenziale tramite l'incontro tra democratici, il popolo, e moderati, i politici liberali, avvenuto con la mediazione della monarchia sabauda.

In contrasto con questa visione provvidenzialistica già l'Oriani nel 1892 con Croce mettevano in rilievo come in effetti l'unità d'Italia si era raggiunta con una conquista regia risultato di un compromesso tra una monarchia sabauda troppo debole per unificare il paese da sola e un movimento democratico, altrettanto debole per poter fare una rivoluzione popolare cosicché l'Italia postunitaria difettava ora nelle sue strutture democratiche e non avrebbe mai potuto assolvere al ruolo che pretendeva di grande potenza europea.

Gli storici del periodo fascista come Gioacchino Volpe (1927) ripresero invece la teoria postrisorgimentale che giudicava come positiva la visione di un Risorgimento come risultato di una guerra dinastica poiché questa era stata la necessaria premessa dell'avvento del fascismo che, dopo la felice conclusione della "quarta guerra d'indipendenza", la prima guerra mondiale, aveva realizzato i già delineati destini del popolo italiano che il movimento fascista aveva fatto protagonista di quella rivoluzione popolare prima fallita.

L'Omodeo (1926) riprendeva in parte la visione del Risorgimento come il risultato di una positiva e feconda azione messa in atto da una minoranza liberale che era stata però sopraffatta dall'avvento del fascismo. Tesi questa condivisa in parte da Croce (1928) che giudicava positivamente il periodo della politica liberale che aveva portato all'unità nazionale e che aveva governato saggiamente nel periodo postunitario fino a quando non si era manifestata quella "malattia morale" del fascismo, destinata comunque ad essere sanata dal liberalismo.