ARRIGO SADUN, DIRETTORE ESECUTIVO DELL’FMI PER L’ITALIA. CRISI, IL PEGGIO SEMBRA PASSATO

ARRIGO SADUN, DIRETTORE  ESECUTIVO DELL’FMI PER L’ITALIA.  CRISI, IL PEGGIO SEMBRA PASSATO

(di Gianluca Maurizi)

Governo, Fondo monetario internazionale e commissione europea concordano nel prevedere un calo del Pil italiano attorno al 4% quest’anno. Minor condivisione c’e’ sulle stime per il 2010 che secondo l’Fmi sara’ ancora negativo. Alcuni indicatori stanno pero’ lentamente migliorando. Il peggio e’ alle spalle?

In realta’ anche il Fondo prevede che la ripresa dell’economia italiana avverra’ nel corso del 2010; il dato negativo si riferisce alla media di tutto l’anno, mentre  il profilo congiunturale indica chiaramente un graduale miglioramento. Per quanto riguarda la sua domanda, direi che il peggio sembra essere passato, nel senso che l’intensita’ della crisi si sta attenuando e questo suggerisce che il punto di svolta non dovrebbe essere lontano. 

Gli analisti si stanno esercitando nelle stime sui tempi e i modi della ripresa. E’ possibile indicare quando arrivera’ e, in caso affermativo, la sua intensita’?

La crisi ha due componenti; i problemi dei mercati finanziari e la recessione economica. Ovviamente, i due fenomeni si sovrappongono, alimentandosi a vicenda, ma  e’ bene analizzarli separatamente per delineare possibili scenari. La fase acuta della crisi finanziaria  e’ scoppiata con il caso Lehman che ha rischiato di travolgere il sistema finanziario internazionale; tale fase si e’ conclusa lo scorso ottobre quando i leader politici dei principali paesi avanzati hanno deciso di intervenire, garantendo la solvibilita’ dei propri sistemi finanziari con una serie di misure ( iniezione di liquidita’,  garanzie su potenziali perdite, ricapitalizzazioni degli istituti finanziari, etc.) e con una strategia coordinata a livello internazionale. Evitato il collasso del sistema finanziario, e’ iniziata la fase di graduale normalizzazione dei mercati,  il cui completamento richiede la soluzione al problema degli “ toxic assets” e la ricapitalizzazione delle banche. Questa fase e’ ancora in atto, ma il processo sembra ben avviato.
L’evoluzione della congiuntura economica invece segue altri tempi. Alla fine dell’anno scorso e nei primi mesi di quest’anno l’economia globale ha subito un crollo della domanda interna e del commercio internazionale; la contrazione continua ma con una minore intensita’. Le misure anticrisi introdotte e gli effetti automatici degli stabilizzatori sociali forniscono un supporto alla domanda e il clima di fiducia degli agenti economici e’ migliorato di recente. Negli Stati Uniti la Federal Reserve prevede che  l’economia si stabilizzera’ entro la fine dell’anno; la ripresa in Europa, e dunque anche in Italia, non dovrebbe essere troppo lontana. Una volta avviata, credo che la ripresa avra’ un andamento assai diverso dalle esperienze  precedenti. A parte qualche fenomeno di “rimbalzo tecnico”,  il recupero dei livelli produttivi e la crescita nel medio-periodo dovrebbero avvenire a ritmi  molto piu’ lenti, perche’ la ripresa sara’  frenata dalla debolezza  del settore immobiliare e dal deleveraging finanziario. Inoltre, le politiche monetarie e fiscali  dovranno  necessariamente diventare piu’ restrittive. 

In che condizioni e’ l’Italia nel panorama internazionale? Il Governo ha messo in campo tutti gli strumenti necessari o si puo’ fare di piu’ per stimolare l’economia?

La crisi ha smentito molte delle valutazioni poco lusinghiere che si facevano sulla capacita’ di resistenza della nostra economia. In effetti, il sistema finanziario italiano si e’ rivelato bel solido e molto meno esposto alle turbolenze dei mercati finanziari di altri paesi avanzati. Anche l’economia reale  - pur non potendo sottrarsi agli effetti della crisi globale -  ha retto meglio di altri paesi che negli anni precedenti avevano beneficiato di alti tassi di crescita. Adesso e’ chiaro che quella crescita era in parte il frutto della bolla immobiliare e di  un eccessivo “leverage” finanziario.
 La performance economica dell’Italia e’ in linea con la media della zona euro: la Francia fa un po’ meglio di noi  (al costo di un maggior sforzo fiscale ), ma noi andiamo meglio della Germania. Le analisi del Fondo indicano che l’effetto complessivo dello stimolo fiscale in Italia e’ comparabile a quello delle altre economie continentali; da noi il ruolo degli ammortizzatori sociali e’ relativamente piu’ accentuato. D’altra parte, considerando il livello del debito pubblico, si tratta di una strategia obbligata.
Saggiamente, il governo ha introdotto misure discrezionali ben mirate e temporanee che non impattano sulle prospettive di consolidamento fiscale di medio periodo. Le decisioni di accelerare gli investimenti pubblici per infrastrutture aiutano a contrastare la crisi senza ulteriori aggravi di bilancio.

La crisi economica non sara’ indolore per i conti pubblici italiani. Il debito e’ destinato a tornare sui livelli record degli anni ’90. C’e’ un reale rischio Paese sui mercati?

Mi sembra assolutamente fuori luogo parlare di un rischio Paese per l’Italia.
E’ inevitabile che il debito pubblico sia destinato ad aumentare per effetto della crisi; ma l’incremento atteso per il debito dell’Italia e’ notevolmente inferiore di altri paesi avanzati quali il Giappone, il cui debito dovrebbe arrivare ad oltre il 220%, oppure gli Stati Uniti per cui si prevede un debito vicino al 100% nei prossimi anni. I mercati finanziari sono perfettamente in grado di distinguere tra gli effetti naturali della crisi ed eventuali politiche fiscali espansioniste e stanno premiando la gestione molto prudente dell’Italia in materia di conti pubblici.

Gli effetti della crisi saranno pesanti anche sul mercato del lavoro. I disoccupati torneranno a crescere dopo anni di calo. Le politiche del Governo sono adeguate per affrontare il problema o e’ necessario rivedere qualcosa sul fronte degli ammortizzatori?

Gli effetti immediati della crisi sono contrastati dagli ammortizzatori sociali  - che nel nostro paese sono particolarmente reattivi – e da misure fiscali ben mirate come quelle gia’ adottate dal governo. Il problema della riforma della rete di protezione sociale va invece impostato in un’ottica piu’ vasta. Come in altri paesi avanzati, la tendenza e’ quella di passare da un sistema orientato alla protezione del posto di lavoro ad uno di garanzia del reddito. Cio’ significa piu’ flessibilita’ ma anche maggior copertura sociale. 

La struttura della spesa pubblica italiana resta squilibrata e molti osservatori insistono sulla necessita’ di intervenire sulle pensioni. Altri affermano che un intervento del genere non e’ possibile in tempo di crisi, quando la gente ha bisogno di certezze e non di shock. Lei cosa pensa?

Una delle vittime della crisi e’ la fiducia; le famiglie hanno reagito alla crisi riducendo le spese ed aumentando il risparmio anche quando il reddito disponibile e’ aumentato. La stessa cosa avviene tra gli imprenditori, per non parlare dell’atteggiamento molto prudenziale delle controparti bancarie. In un’economia di mercato le aspettative degli agenti economici sono fondamentali; senza fiducia non c’e’ crescita. Qualunque misura che aumenta l’incertezza non facilita il superamento della crisi. 

Ci sono comunque riforme imprescindibili di cui il Paese non puo’ fare a meno per recuperare competitivita’ e capacita’ di crescita?

E’ assolutamente vero !  Il problema fondamentale del Paese e’ quello di una bassa produttivita’ e quindi un basso potenziale di crescita. Sono molti gli elementi che concorrono a ridurre la produttivita’, compresa la specializzazione in settori tradizionali a basso valore aggiunto e poche risorse dedicate a R & D. Ritengo pero’ che il fattore chiave sia la mancanza di concorrenza. L’economia italiana e’ ingessata e fragmentata in innumerevoli entita’ sub-optimali che sopravvivono ma ad un livello di produttivita’ molto basso; rimuovere questi ostacoli significa riallocare i fattori produttivi in attivita’ e liberare le potenzialita’ del sistema.

Le banche italiane si sono dimostrate abbastanza resistenti alla crisi: hanno scricchiolato ma nessuno e’ fallito. Di chi il merito?

Numerosi fattori concorrono alla solidita’ del sistema finanziario italiano. Direi che alla base c’e’ un’intrinseca prudenza nazionale. Il livello di indebitamento delle famiglie italiane e’ relativamente basso ed il tasso di risparmio elevato; la gestione bancaria e’ generalmente molto prudente, cosi’ come l’attivita’ di vigilanza svolta dalle autorita’. L’ Italia non si e’ trovata particolarmente esposta alla bolla speculativa del mercato immobiliare, ne’ agli eccessi della finanza. 

Campanelli d’allarme stanno squillando nell’Est europeo dove le banche italiane sono esposte in maniera piuttosto consistente. Vede nuovi rischi?

Negli anni scorsi molti paesi dell’Est europeo  hanno beneficiato di una crescita tumultuosa che pero’  ha creato anche notevoli squilibri ed aumentato le loro vulnerabilita’ ad eventuali shocks, come poi e’ avvenuto. La crisi li ha investiti in maniera particolarmente dura per effetto del crollo del commercio internazionale e degli investimeni esteri. Questi  paesi hanno reagito alla crisi con determinazione adottando politiche di risanamento che richiedono grossi sacrifici e che limiteranno le prospettive di crescita nell’immediato. Anche la comunita’ internazionale si e’ mobilitata per arginare gli effetti della crisi. Per esempio, negli ultimi mesi il Fondo ha fornito linee di credito ed altre forme di finanziamento ai paesi dell’Est per oltre 70 miliardi di dollari. In generale il sistema bancario di questi paesi appare solido e ben capitalizzato; inoltre le banche straniere operanti su questi mercati hanno mostrato di volere e poter sostenere le loro filiali, sapendo benissimo che questi investimenti in una regione ad alto potenziale di sviluppo sono strategici  e comportano un elevato livello di redditivita’. 

Gli imprenditori italiani sono stati spesso accusati di scarso coraggio. In questi giorni la Fiat sembra impegnata a dimostrare il contrario. Quella del Lingotto e’ la strada giusta?

Le recenti iniziative della Fiat dimostrano non solo coraggio imprenditoriale ma anche un’ampia  visione strategica. Del resto, non e’ la prima volta che l’azienda italiana si trova impegnata in progetti internazionali di vasta portata. Simili esempi di intraprendenza imprenditoriale non sono limitati solo alle grandi aziende. Non sono un’analista industriale e quindi non ho particolare competenze per esprimere un’opinione professionale sulle iniziative della Fiat. Certamente l’obiettivo di raggiungere dimensioni adeguate per reggere la concorrenza internazionale mi sembra sensato.    

Maggio 2009