L'AFRICA DELLE SFIDE

L’AFRICA DELLE SFIDE, NIGERIA PROVE DI DEMOCRAZIA

Quando il 16 aprile il popolo nigeriano si metterà in coda ai seggi non si limiterà a scegliere la persona da cui vuole essere governato: metterà una croce che segnerà il proprio destino e condizionerà il futuro di un’intera nazione, possibilmente diverso da un passato doloroso. Le elezioni presidenziali di sabato prossimo sono le più importanti, combattute, costose e delicate della giovane storia nigeriana. Una storia iniziata con l’indipendenza ottenuta nel 1960 e scandita da colpi di stato, guerra civile, dittature sanguinose, democrazia rimasta parola ipocrita di una costituzione stuprata. Queste presidenziali sono chiamate a costruire una Nigeria diversa e moderna dalla frustrazione nata dalle promesse disattese del passaggio dai regimi militari alla democrazia (1999). In questi dodici anni si è votato tre volte, in un crescendo di deteriormento e peggiornamento del diritto di voto e del principio di sovranità popolare: le ultime elezioni del 2007 sono state per gli osservatori internazionali le peggiori al mondo per brogli, violenze e inganni. La quarta dovrebe essere diversa.

Le premesse di una rivoluzione democratica, con effetti positivi per tutto il continente sub-sahariano dove quest’anno si vota in una ventina di nazioni, ci sono tutte. Come anche i rischi di un affossamento delle aspettative popolari dai risvolti potenzialmente distruttivi, che potrebbero avere effetti destabilizzanti su un’area già martoriata come l’Africa ‘nera’. Nei mesi che hanno preceduto il voto è stato uno stillicidio di attentati, omicidi, scontri che hanno provocato, per cause riconducibili alla politica, centinaia di morti in ogni angolo della nazione. Anche se i dati ufficiali minimizzano a 50 il numero delle vittime. Un’ondata di violenza che potrebbe risultare un tragico antipasto pre-elettorale o un sacrificio inevitabile destinato a essere sepolto sulla strada della conquista democratica.
Il governo di Abuja ha cercato di costruire solide basi per una tornata elettorale il più possibile equa, trasparente, libera. Il compito è stato affidato alla Commissione elettorale nazionale (Inec) dotata di ingenti risorse per renderla indipendente dal potere esecutivo. A presiederla è stato chiamato Attahiru Jega, intellettuale di specchiata reputazione e rispettato da maggioranza e opposizione. La Inec ha vegliato sui nomi dei candidati, dettato la tempistica elettorale, allestito la macchina organizzativa, stilato un codice comportamentale per i concorrenti. Soprattutto ha svolto il ciclopico compito, in un Paese senza validi strumenti per mappare la popolazione, di catalogare e compilare le liste degli elettori. Un incarico delicatissimo per assicurare un voto credibile e risultati condivisi. Alla fine, dopo numerose difficoltà e qualche dubbio, è stato un successo con la registrazione di 73,5 milioni di votanti. Anche se il totale risulta ancora gonfiato, è stato cancellato un numero consistente di ‘falsi elettori’, con percentuali significative in alcuni Stati confederati che hanno dato conferme sui brogli del passato. La Inec impiegherà nelle 120mila sezioni elettorali circa 400mila scrutatori, reclutati tra membri del proprio staff, giovani laureati e studenti universitari. Saranno ‘protetti’ da circa 300mila agenti di sicurezza dispiegati in ciascuno dei tre appuntamenti elettorali: il 9 aprile (dopo la falsa partenza del 2) per la nuova Assemblea nazionale, il 16 aprile e il 26 per il rinnovo degli organi federali. Per controllare meglio il territorio a ridosso di queste giornate, il governo chiude le frontiere terrestri, impone restizioni allo spazio aereo, vieta la circolazione stradale, fatte salve alcune eccezioni (giornalisti accreditati, agenti, personale mobilitato per le elezioni). I votanti quindi dovranno recarsi alle urne, di solito all’aperto, spesso sotto un albero, a piedi.
I politici puntano su istruzione, lavoro e sanità
Alle presidenziali si sfideranno una ventina di candidati con programmi che non possono essere che speculari in una nazione che non garantisce nessun servizio, neanche quelli più elementari e basilari: più energia per tutti, infrastrutture, sicurezza, sanità, lavoro, istruzione. I principali protagonisti sono quattro, con il presidente uscente Goodluck Jonathan netto favorito grazie anche all’appoggio dell’oligarchia economica locale. Jonathan ha vinto a metà gennaio le primarie del PDP (People’s Democratic Party), il partito che ha partorito tutti i capi di Stato dal 1999 a oggi. Una candidatura, quella di Jonathan, contrastata all’interno del suo stesso partito perché avrebbe interrotto la consuetudine dell’alternanza al potere, per un massimo di due mandati, tra un esponente politico del nord a maggioranza musulmano e un cristiano del sud. E lui, cattolico della Stato meridionale di Bayelsa, è subentrato da vicepresidente all’islamico Umaru Musa Yar’Adua, morto in circostanze opache nel maggio 2010 a metà del suo primo mandato. Un vulnus che pesa sul resto delle elezioni. I suoi più temibili antagonisti sono infatti tre musulmani delle aree settentrionali: Nuhu Ribadu dell’Action Congress of Nigeria (ACN), Ibrahim Shekarau dell’All Nigeria People’s Party (ANPP) e Muhammadu Buhari del Congress for Progressive Change (CPC), ex presidente a capo negli anni Ottanta di un’apprezzata giunta militare, tuttora molto popolare e con qualche chance di vittoria. I tre non sono riusciti a coalizzarsi e a esprimere una candidatura unitaria: l’impressione è che vogliano contarsi per allearsi in caso di secondo turno, una possibilità in parte remota che potrebbe avverarsi nel caso in cui Jonathan non riuscisse a ottenere al primo turno la maggioranza assoluta dei voti e almeno il 25 per cento dei consensi nei due terzi dei 36 Stati confederati in cui si suddivide la Repubblica nigeriana. Gli ultimi sondaggi indipendenti danno al presidente uscente il 60 per cento circa dei consensi, mentre è in bilico la quota del 25 per cento in un paio di Stati della ‘Middle Belt’, l’area del Paese martoriata da anni da cruenti scontri, che politici locali elevano a tragica contrapposizione etnica e religiosa. Il timore è che in caso di ballottaggio la retorica dell’appartenenza a etnie e credi diversi prenda il sopravvento accentuando la spaccatura di una nazione estremanente eterogenea e immatura. Con rischi per la stabilità locale e dell’intero continente in cui la Nigeria si colloca come l’assoluta potenza. Dai piedi d’argilla. Un mondo che se franasse spazzerebbe via, oltre alle aspettative di condizioni economiche migliori, l’illusione e i sogni di un futuro democratico e liberale diverso da un passato e un presente tanto dolorosi.

La falsa partenza delle elezioni parlamentari

Tutto da rifare. La prima votazione che doveva inaugurare l’importante tornata elettorale nigeriana di aprile 2011 è stata posticipata di una settimana, dal 2 al 9 aprile. Rinviati a catena anche gli appuntamenti successivi: il 16 tocca alle presidenziali e il 26 al rinnovo degli organi federali. Gli organizzatori non sono riusciti a consegnare ovunque il materiale: schede, urne, matite. Un fallimento? Parziale, non assoluto: può essere analizzato anche come un segnale di speranza. Perché è vero che questo intoppo ha sancito l’incapacità nigeriana di rispettare gli appuntamenti importanti, ma ha spazzato via di botto l’inettitudine e l’arroganza dei potenti del passato. “Non si e’ potuto votare subito perché la Nigeria non ha i mezzi per farlo”, è stato in sostanza il messaggio degli organizzatori, “ma di sicuro vuole votare in modo libero e trasparente. E per riuscirci bisogna rinviare tutto”. Dunque uno sbaglio, da correggere tutelando la correttezza del voto. “Si può perdonare”, ha decretato a sorpresa il popolo nigeriano riunitosi immediatamente su Facebook e Twitter. Che non solo ha stabilito che non serve armarsi per combattere una “guerra giusta” (come invece la Nigeria finora è stata abituata a fare), ma che ha anche scoperto (forse per la prima volta) che la cosa più importante non è vincere ma garantire un’elezione trasparente e giusta.

Il collasso inizia verso le 12 del 2 aprile. La Nigeria intera si era preparata in modo solenne alla scelta dei rappresentanti del Parlamento (360 dell’Assemblea Nazionale e 109 senatori). Il governo aveva imposto un blocco totale durante le votazioni, dalle 8 alle 18: negozi e mercati chiusi, divieto di presentarsi ai seggi senza scheda, vietata la circolazione stradale, chiuse le frontiere terrestri, ristretto lo spazio aereo, no a scorte di politici all’interno delle urne. Un copione destinato a ripetersi nei prossimi appuntamenti. Ci si sposta solo a piedi. Così ai seggi in salsa nigeria (due tavolini di plastica sotto gli alberi di mango, sopra solo registri elettorali) iniziano le operazioni di registrazione che filano liscie e, come previsto, si concludono alle 12. Poi in una manciata di Stati confederati sparsi tra nord e sud e anche nel distretto della capitale Abuja, il vuoto. Mancano schede e urne. Non si può votare. Si bloccano le operazioni in tutti la nazione. Panico.
Elettori sospettosi domandano agli osservatori e giornalisti internazionali presenti se tutto ciò è normale, se poteva capitare in Occidente. No, rispondono, ma il riconoscimento è andato sostanzialmente bene, cioè gli aventi diritto al voto che erano stati registrati in una ciclopica operazione nei mesi precedenti, sono stati ammessi. Dunque che fare: protestare o tollerare? La locale Commissione elettorale incaricata di organizzare e gestire queste elezioni convoca una conferenza stampa. Il presidente, Attahiru Jega, un professore universitario composto e leale, parla schietto: “Ci assumiamo l’intera responsabilità di questo fallimento e ci scusiamo. Purtroppo non siamo riusciti a far recapitare il materiale elettorale ovunque, così abbiamo deciso di bloccare e rinviare il voto in tutto il Paese per garantire votazioni libere e giuste”. L’alternativa era accorpare, nelle zone sfornite del materiale elettorale, il voto per il parlamento con quello per il presidente, ma chissà che caos e quanti potenziali brogli, se si pensa che alle precedenti elezioni del 2007 hanno votato tranquillamente immaginari Nelson Mandela e Mike Tyson. Dunque si vota il 9 anziché il 2 o il 4 aprile, come ipotizzato in un primo momento.
Il messaggio arriva sotto gli alberi dei seggi e la tensione si scioglie. I mercati riaprono. I nigeriani si incontrano su Facebook e Twitter. “Ha fatto bene”. “Jega è un mito”, recitano alcuni post. “Vogliamo la democrazia? Dobbiamo tenere un comportamento democratico”. Commenti che non coprono le reazioni di imbarazzo e rammarico per la falsa partenza. Indiscutibilmente un duro colpo. Con l’opposizione che mette sotto accusa la Commissione, nutre dubbi di cospirazione sul rinvio. Alla fine prevalgono gli inviti alla tolleranza e alla pazienza, anche per prevenire atti di violenza e spegnere una tensione crescente. Vale per tutti il giudizio del presidente Goodluck Jonathan: “Siamo tutti mortificati, arrivati a questo punto è meglio posticipare le elezioni e farle bene”. Cosi’, con africana pazienza, i nigeriani rinviano quel sacrosanto diritto di voto che finora hanno potuto esercitare così poco liberamente in una democrazia tanto balbettante.

I candidati alle presidenziali

Chi vincerà le presidenziali nigeriane del 16 aprile si siederà su una poltrona molto ambita che gli assicurerà un potere enorme, soprattutto per decidere la gestione dei proventi pubblici che per circa l’80% dipendono dal petrolio (la Nigeria è il primo produttore di greggio dell’Africa sub-sahariana). Da quando la nazione ha un assetto democratico (1999) sono stati eletti solo due presidenti, entrambi del People’s Democratic Party (PDP), principale partito nigeriano: Olusegun Obasanjo, ex generale cristiano, al potere dal 1999 al 2007, e Umaru Musa Yar’Adua, musulmano, in carica fino al maggio 2010 quando, dopo una lunga malattia, è morto ‘ufficialmente’. Gli è subentrato il vicepresidente Goodluck Jonathan con il compito di traghettare il Paese verso elezioni ‘libere e giuste’. I candidati sono una ventina, ma a contendersi realmente il traguardo sono in quattro: un cristiano del sud e tre musulmani del nord. I loro programmi politici sono sostanzialmente simili: luce e acqua in casa per tutti, abbattimento della povertà, incremento dell’occupazione, sviluppo economico e democratico. A fare la differenza sono i profili. Eccoli.

Goodluck Jonathan. 53 anni, una moglie e due figli, di etnia Ijaw, cattolico dello Stato più meridionale e ricco di petrolio (Bayelsa). Laureato in Veterinaria è il superfavorito. Dopo intrighi, buona sorte, insospettabili capacità di stratega e alleanze, è riuscito a diventare il candidato del PDP (People’s Democratic Party). Timido, riservato e senza significativo carisma è considerato un ‘politico per caso’. Figlio di umili costruttori di canoe, infatti, si dedica agli studi e all’insegnamento fino all’età di 41 anni, poi prova a candidarsi al parlamentino dello Stato in cui è nato. Ce la fa e diventa deputato federale. Nel 2005 inizia per lui un periodo costellato da coincidenze fortunate (e per uno strano scherzo del destino lui si chiama proprio Goodluck, ‘buona fortuna’ in inglese). In quell’anno il governatore di Bayelsa viene indagato per corruzione e Jonathan, da vice, si ritrova sulla poltrona più importante della regione. Nel 2007, quando Obasanjo non riesce a far approvare una riforma costituzionale per prolungare a un terzo mandato il suo incarico, propone e ottiene la candidatura di due persone considerate ‘vicine e deboli’ (in tutti i sensi): Yar’Adua e Jonathan. Il primo viene eletto presidente, il secondo vice. Ma la vita politica di Yar’Adua ha un destino breve: afflitto da una grave malattia, scompare di scena già a fine 2009, per poi morire qualche mese dopo (maggio 2010). A prendere di fatto il comando è l’introverso Jonathan che in contemporanea all’annuncio della morte di Yar’Adua giura come presidente. Giusto il tempo necessario per organizzare nuove elezioni. Vince le primarie interne al partito il 14 gennaio 2011 e diventa il candidato ufficiale del PDP alle elezioni. Un altro colpo di fortuna arriva da Wikileaks, che ha svela un cablogramma dell'ex ambasciatore statunitense ad Abuja in cui definisce Jonathan un presidente ‘onesto’, ‘una personalità unica in cui ogni nigeriano della strada si può identificare’ e un ‘non politico, almeno rispetto a quelli conosciuti oggi in Nigeria’. Per molti nigeriani è una star. La personificazione di chi ce la fa da solo, per meriti, e che vuole una Nigeria diversa, più efficiente e moderna. In un attimo diventa la speranza di molti, quasi un’Obama nigeriano secondo i suoi sostenitori. È parte attiva dell’amnistia siglata nel 2009 coi guerriglieri del Mend, quelli che nel Delta del Niger, da allora molto meno conflittuale, dicono di battersi per una diversa spartizione dei proventi del petrolio. In vista della tornata elettorale di aprile il Mend, contrariamente alle minacce iniziali, annuncia che non farà attentati. Lui è quello che ha posto a capo dell’Inec, l’ente cui è affidato il compito di gestire queste elezioni in modo trasparente, Attahiru Jega, autorevole professore universitario rispettato da tutti. Soprattutto è la prima volta che uno Ijaw, etnia molto minoritaria a livello nazionale ma preponderante nello stato più ricco di petrolio, può essere eletto presidente. Un aspetto fondamentale in Nigeria, divisa da feroci rivalità etniche e religiose. Puo’ arrivare anche all’elettorato del nord grazie al suo vice che corre con lui anche in questa campagna: Namadi Sambo, architetto di 56 anni, musulmano del nord, appunto. Ha condotto una massiccia campagna elettorale che l’ha portato in tutti i 36 Stati della Repubblica. Per i maligni, e non solo, utilizzando anche le ingenti disponibilità finanziarie del governo e l’aiuto dei gruppi industriali piu’ influenti.

Muhammadu Buhari. Generale musulmano del nord di 68 anni, è il più anziano candidato di queste elezioni. Corre per il Congress for Progressive Change (CPC) ed è l’avversario più temuto da Jonathan, l’unico forse in grado, se non di vincere, di costringerlo al ballottaggio. Ex ministro del Petrolio negli anni Settanta, è noto per aver rovesciato nel 1983 con un colpo di stato uno dei più corrotti governi nigeriani. La sua dittatura seppur breve (18 mesi) è ricordata, con qualche punta nostalgica, per l’energico contrasto a frodi e corruzione. Una specie di ‘dittatore benevolo’ che ha saputo portare l’ordine nel paese. Non a caso è famosa la sua ‘guerra contro l’indisciplina’, una serie di misure che ha imposto austerità nel Paese: la principale è stata la battaglia contro il narcotraffico. È noto per essere un clericale, ma ripete di voler rispettare gli altri credi e difendere la laicità dello Stato. Per riequilibrare la sua posizione ha indicato come vicepresidente un Pastore cristiano che potrebbe portargli voti nelle zone meridionali e tra i pentecostali, molto forti nel Paese.

Nuhu Ribadu. 51 anni, musulmano del nord, laureato in Legge, corre per l’Action Congress of Nigeria (ACN) ed è il più giovane candidato, non solo dal punto di vista anagrafico ma anche per la sua limitata esperienza politica. Per 18 anni lavora alla Commissione nigeriana contro le frodi economiche e finanziarie, di cui è anche presidente. Questo suo passato gli fa guadagnare l’appellativo di ‘uomo anti-corruzione’ e dunque spauracchio di molti vecchi potenti nigeriani. Questo suo ruolo non sempre è stato esercitato in modo obiettivo: i suoi avversari, infatti, sostengono che durante i due precedenti governi Obasanjo sia stato una pedina del presidente per far fuori personaggi scomodi. Di sicuro sono molti i politici che tra il 2000 e il 2007 sono stati costretti a dimettersi per l’accusa di corruzione (tra loro anche il governatore di Bayelsa che, andando via, ha consentito la scalata ai vertici di Jonathan). Ribadu più volte dichiara di essere stato vittima di minacce e ritorsioni, tant’e’ che nel 2009 lascia la Nigeria per andare in esilio volontario negli Stati Uniti. Ora è tornato e promette, nel caso di vittoria, di estirpare la corruzione. Ma è difficile che raggiunga, oltre all’obiettivo, l’elettorato del sud cristiano visto che ha indicato anche come vice un musulmano del nord.

Ibrahim Shekarau. 56 anni, musulmano del nord, per due volte governatore dello Stato settentrionale di Kano, uno dei più confessionali e in cui è in vigore la ‘sharia’. È un professore universitario di matematica con poche chance di vittoria perché il suo elettorato è concentrato unicamente nel nord (ha indicato come vice un altro musulmano).

Una storia senza vincitori ne’ vinti

Una storia impastata di colonialismo, guerra civile, colpi di stato, attentati, dittature, regimi militari sanguinosi, democrazia rimasta parola ipocrita di una costituzione stuprata. Un passato che influenza un presente intriso di povertà atavica, ignoranza diffusa, morte precoce, violenza a ogni livello, miseria morale, con la corruzione che dilaga dalla testa dello Stato fino all’ultimo vigile urbano che in strada indossa spesso la divisa di predone. Un passato e un presente sempre lì ad azzoppare e negare un futuro che potrebbe essere luminoso in una nazione ricchissima per capitale umano, risorse naturali e agricole, bellezze naturali in grado di togliere il respiro a chi viene da altre latitudini. La storia recente della Nigeria non è solo tra le più tristi dell’Africa (e questo è tutto dire), ma ètra le più dolorose della modernità, e può fungere da copione a quella di un intero continente.

La radici della Nigeria attuale affondano nell’anno 1901, quando diventa un protettorato inglese per poi trasformarsi in una colonia in piena regola nel 1914.
1960: il primo ottobre ottiene l’indipendenza e Nnamdi Azikiwe, il vero padre della patria, ne è il suo primo presidente.
1966: due colpi di stato in rapida successione consegnano il Paese nelle mani dei militari minando irrimediabilmente le basi di un equilibrio geopolitico e interetnico già precario.
1967: scoppia la guerra del Biafra tra Igbo (l’etnia dominante nella sud-est del Paese) e le altre etnie maggioritarie, Hausa e Fulani (al Nord), Yoruba (sud-ovest).
1970: il generale Yakubu Gowon, dopo tre anni e più di un milione di morti, proclama ufficialmente la fine della guerra civile con il famoso discorso “né vinti, né vincitori”. Guida il Paese fino al 1975.1976: il generale Olusegun Obasanjo, tuttora uno dei personaggi politici più influenti, assume la guida del Paese dopo l’assassinio del dittatore Mohammed Murtala, che a sua volta l’anno prima aveva deposto il generale Gowon.
1979: sale al potere Shehu Shagari nel corso delle prime elezioni formalmente libere indette da Obasanjo.
1983: con l’ennesimo golpe il generale Mohammed Buhari (principale sfidante del presidente Jonathan alle elezioni del 9 aprile) il controllo della nazione ritorna nelle mani dei militari. 1985: la dittatura di Buhari viene rovesciata dal suo assistente personale, il generale Ibrahim Babangida.
1993: vengono annullate le elezioni con le quali Babangida aveva stabilito di cedere il comando e gli succede un altro generale, Sani Abacha. Con lui inizia uno dei periodi più bui della recente storia nigeriana, con la soppressione degli ultimi scampoli dei diritti civili basilari, l’incarcerazione e uccisione degli oppositori politici, senza alcun imbarazzo nei confronti della comunità internazionale. Abacha muore improvvisamente nel 1998 a causa di uno dei frequenti ‘arresti cardiaci’ di cui più volte sono state vittime i capi di Stato nigeriani.


1999: entra in vigore la nuova Costituzione che sancisce la nascita della democrazia e dell’attuale Repubblica federale. Obasanjo vince le prime elezioni e si conferma alla guida del Paese per un secondo mandato presidenziale nel 2003.
2007: Umaru MusaYar’Adua diventa il primo presidente dopo che maggioranza e opposizione parlamentare non approvano la modifica costituzionale proposta dal governo Obasanjo per ottenere un terzo mandato. Le elezioni del 2007 si caratterizzano per gli innumerevoli brogli e violenze, particolarmente cruenti nella zona di Jos (Nigeria centrale), dove gli scontri da una decina di anni assumono connotati interetnici e religiosi.

2010: Yar’Adua muore, come Napoleone, il 5 maggio al termine di una lunga e misteriosa malattia (soliti problemi cardiaci). Gli succede il vice Goodluck Jonathan, che nel gennaio del 2011 vince le primarie del People’s Democratic Party (PDP), il partito che dal 1999 a oggi ha partorito tutti i capi di Stato della nazione. Quanto basta per dargli il ruolo di favorito alle presidenziali del 16 aprile, la prova decisiva per la tenuta democratica del Paese. Il più temibile antagonista è Muhammadu Buhari del Congress for Progressive Change (CPC), già presidente negli anni ottanta a capo di una giunta militare.

Quando la politica e’ vincere o morire

Quando la politica diventa una questione di vita o di morte, perché chi assume il potere in un Paese africano si assicura per sé e il proprio clan il controllo esclusivo delle risorse nazionali, si capisce perché a queste latitudini le elezioni si sa come iniziano e non come finiranno. Una sola cosa è certa: la costante di brogli, inganni, violenze che contraddistinguono le fasi precedenti, lo svolgimento e spesso la fase successiva alle operazioni di voto. Un elemento che non ha sicuramente risparmiato i mesi che hanno preceduto le elezioni nigeriane, con uno stillicidio di attentati, omicidi, scontri che hanno provocato, per cause riconducibili alla politica, centinaia di morti in ogni angolo della nazione. Un’ondata di violenza che ha trovato nell’autobomba esplosa il primo ottobre nella capitale Abuja (proprio mentre veniva festeggiato il cinquantenario dell’indipendenza nazionale), e nell’attentato dinamitardo di Capodanno, sempre ad Abuja, i momenti più eclatanti per numero di vittime e ‘messaggio politico’. Il detonatore più micidiale è però quello innescato nel capoluogo dello Stato di Plateau (Jos, Nigeria centrale), dove da dieci anni interessi politico-economici locali chiamano in causa pericolosamente l’appartenenza a etnie e religioni diverse. Il bilancio è di migliaia e migliaia di morti in nome di Dio o Allah.

2000: nel nord della Nigeria, a maggioranza islamica, furono migliaia le vittime degli scontri tra cristiani e musulmani dopo l'adozione, alla fine del regime militare (1999), della ‘sharia’ da parte degli Stati confederati settentrionali.
2001: tra i mille e i duemila morti a Jos, a seguito di contestazioni durante le prime elezioni locali nello Stato di Plateau dopo il passaggio della Nigeria alla democrazia (1999). Alle fiamme, come spesso accade, chiese, moschee, case, automobili, negozi.
2002: altre centinaia di vittime nello stato musulmano di Kaduna (Nigeria centrale) dopo la diffusione di un articolo su Maometto ritenuto offensivo.
2004: più di mille morti nella parte occidentale dello Stato di Plateau dove i Tarok, gruppo etnico indigeno di estrazione contadina, si accanisce contro i Fulani, tribù di pastori nomadi. Diversi gli episodi di barbarie sui beni delle vittime e sui corpi ormai privi di vita. A Kano (Nigeria settentrionale), per vendetta, attacchi contro comunità cristiane provocarono la morte di oltre 550 persone.
2006: centinaia di morti in scia alla pubblicazione in Danimarca di alcune vignette su Maometto considerate blasfeme.
2008: sempre a Jos e sempre per accuse di brogli durante elezioni locali, nuovi scontri lasciano sul terreno almeno 700 vittime.
2009: una repressione dell'esercito nigeriano contro una setta islamica integralista, che si batte per estendere la ‘sharia’ all'intera nazione, provoca circa 800 morti nella zona centrale della nazione. 2010: più di mille morti dall'inizio dell'anno a Jos e dintorni, dalle centinaia di vittime di gennaio nel capoluogo, ai 492 morti dell’incredibile massacro di Dogo-Nahauwa a marzo, fino agli attentati dinamitardi contro alcune chiese di Jos gremite di fedeli raccolti in preghiera alla vigilia di Natale.

Un Paese tra miracolo economico e miseria nera

La Nigeria è il Paese delle contraddizioni, delle molteplici facce che prendono ora le sembianze delle mille opportunità di domani, ora invece il volto della miseria di ieri e oggi, i cui ingredienti sono corruzione, sequestri, colpi di Stato, insicurezza, violenza, carenza infrastrutturale, povertà atavica da cui tutti tendono a fuggire; i più miserabili dalla povertà estrema, i ricchi sfacciatamente ricchi alla ricerca di una migliore qualità della vita. Di un posto dove spendere le proprie ricchezze spesso di dubbia provenienza. Ma la Nigeria di domani è anche la terra delle opportunità, la nuova locomotiva che dietro di sé può trascinare le altre nazioni africane verso un futuro di sviluppo e progresso. Secondo un recente rapporto del governo britannico, Abuja nei prossimi cinque anni avrà la quarta economia al mondo per velocità della crescita, tanto che tra dieci anni potrà superare il Sud Africa, la nazione con il Pil maggiore del continente. Un sorpasso destinato ad accrescere ulteriormente il peso geopolitico esercitato adesso in Africa. I numeri del resto ci sono tutti a garantirle sin da ora il ruolo di potenza continentale: con oltre 150 milioni di abitanti, equamente suddivisi tra cristiani (Nigeria meridionale) e musulmani (al nord) è la nazione più popolosa del continente e quella con la maggior popolazione ‘nera’ al mondo. Oggi, a sud del Sahara, un africano su cinque è nigeriano, il 60 per cento degli africani occidentali risiede all’interno dei suoi confini. I principali gruppi etnici (piu’ di 250) sono i Fulani e gli Hausa (al nord), gli Igbo (sud-est) e gli Yoruba (sud-ovest).
La Nigeria è la seconda economia dell’Africa e gli analisti internazionali prevedono per il prossimo futuro un’autentica esplosione: gli investimenti esteri sono in forte aumento, il Pil è cresciuto negli ultimi cinque anni a una media del sei per cento, nel 2011 aumenterà (dati FMI) dell’8,5; trainato non più solo dal petrolio, che rappresenta l’80 per cento delle entrate in bilancio e il 95 delle esportazioni. Galoppano telecomunicazioni, edilizia, commercio, agricoltura, servizi legati alla finanza, settori che marciano nella direzione voluta dal governo di diversificare la produzione locale. In evidenza anche la performance dei conti pubblici, con un deficit vicino al 3 per cento del Pil a fine 2010 e debito estero contenuto, a dimostrazione che i governanti locali sono stati in grado di gestire le proprie finanze dopo la cancellazione (2005) del 60 per cento del debito contratto nei confronti dei Paesi del Club di Parigi. In contrazione nei primi mesi 2011 le riserve in valuta estera, in scia alla spesa pubblica decisa dal governo centrale per fini elettorali. Nel complesso gli indicatori economici confermano le previsioni di un vero e proprio boom economico della Nigeria: report internazionali ritengono che nel giro di una quindicina d’anni il Paese possa agganciare le performance delle attuali economie emergenti del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) e arrivare, nel 2025, a essere una delle prime 20 nazioni al mondo per Prodotto interno lordo.
Ovviamente i problemi non mancano e sono spesso drammatici: per l’Istat locale, il National Bureau of Statistics (NBS), l’inflazione a fine dicembre 2011 era superiore al 13 per cento, in leggera crescita rispetto ai due anni precedenti e non si prevede una riduzione significativa nel breve periodo. L’ipotesi allo studio di una svalutazione della moneta locale (Naira) potrebbe addirittura portare a un peggioramento su questo fronte.
Il livello dell’istruzione e l’accesso alle cure sanitarie sono scarsissimi, l’analfabetismo è elevato, l’incremento demografico è preoccupante e può compromettere i successi economici diagnosticati, le condizioni di vita della popolazione (il 54 per cento vive con meno di un dollaro al giorno, l’80 con meno di due) sono ben al di sotto dei livelli minimi di dignità umana e sfiorano i limiti della sopravvivenza. A parte una ridottissima parte di nababbi scandalosamente ricchi, e di norma appartenente ai gradini alti della scala sociale (vertici militari, politici e oligarchi del mondo degli affari), la gente comune vive senza acqua, luce, servizi igienici e discariche. Queste condizioni di vita allontanano la popolazione dal rispetto delle più elementari norme igieniche, e così la Nigeria è una zona endemica per malattie superate da tempo in Occidente come tifo, epatite, tubercolosi, colera e per altre patologie come febbre gialla, malaria, meningite, Aids.

Elezioni in pillole

Elezioni in pillole9-16-26 aprile: le date del voto (legislative, presidenziali e amministrative)

73,5 milioni: gli elettori registrati

120mila: le sezioni elettorali

400mila: tra scrutatori e staff di ausilio alle operazioni di voto

300mila: agenti di sicurezza mobilitati per ciascuno dei tre appuntamenti

54: i partiti coinvolti

20: i candidati alla presidenza

36: gli Stati confederati in cui si vota anche per il rinnovo dell’amministrazione locale

360 e 109: rispettivamente i membri da eleggere per l’Assemblea Nazionale e il Senato

2007: l’anno delle ultime elezioni generali

LINK UTILI

www.inecnigeria.org: Il sito della Commissione elettorale nigeriana (Inec)

www.peoplesdemocraticparty.net: Il sito del PDP, People’s Democratic Party

www.nigeria.gov.ng: Il sito ufficiale del governo federale della Nigeria

www.facebook.com/jonathangoodluck: La pagina Facebook di Jonathan

www.nigerianstat.gov.ng: Sito dell’Istituto di statistica nigeriano (NBS)

www.nanngronline.com: Nan (News Agency of Nigeria), l’agenzia di stampa nazionale

www.ngrguardiannews.com: The Guardian, uno dei principali quotidiani del Paese

http://nn24.tv/index.php: NN24, la tv nigeriana ‘All news’