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FABER E’ STATO UN IMPRINTING
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12:58 09 GEN 2008
“Il piu’ bravo dei cantautori italiani”. La definizione porta la firma di Fabrizio de Andre’ e Max Manfredi cerca di onorarla in ogni modo. Pubblica rari pensati album e solo quando ha qualcosa da offrire al pubblico. L’ultimo disco, “Luna persa”, e’ uscito a fine 2008 e contiene alcuni brani straordinari (“Il regno delle fate”, “Retsina”) su un tessuto complessivo di ottima finitura. Una belle figura, nell’arte e nella vita.
(di Max Manfredi) - Lo ascoltavo da bambino, quando ancora nessuno lo chiamava così. Lo chiamavano "Fabrizio" e basta, nei primi dischi, credo per tener nascosto il cognome (in famiglia non dovevano essere contenti di una simile forma di pubblicità, erano altri tempi). Ed erano davvero altri tempi. Tempi in cui si poteva fare uscire un disco senza propaganda, ed esser certi che l'avrebbero saputo, ascoltato e comprato in molti. Erano anche tempi in cui le automobili trovavano posteggio in centro. E per ascoltare una canzone ci voleva lì qualcuno che la cantasse, o quel prodigio nero e tagliente che veniva chiamato il disco. E se uno si metteva lì con la chitarra a cantare una canzone non squillavano immediatamente otto telefonini. E alla canzone si chiedeva e si dava, di più e più naturalmente che adesso: si dava attenzione e si chiedeva emozione.
L'emozione, per noi ragazzini, di sentir dire, di nascosto dai genitori, la parola "puttana", magari. Ma anche di conoscere frammenti di storie, immagini poetiche, ballate su giri di accordi che ci sembrava di riconoscere da altre vite. E' così che, da bambino, si ascoltava Fabrizio. Si ascoltavano anche le fiabe sui dischi, gli sceneggiati radiofonici, le prediche alle messe: ma quelle abbiamo smesso di sentirle, chi più chi meno. De André, no. Anche se ho cominciato quasi subito a fare canzoni, anche se mi sono avvicinato ad altri artisti, anche se ascoltavo - ovviamente - tutti i generi di musica, e non mi affezionavo di più ad un genere piuttosto che a un altro, e non distinguevo fra arti "alte" e arti "basse", ma solo e sempre fra chi mi dava emozioni e chi non me le dava; anche se, intanto, gli anni andavano avanti, Faber è rimasto un "imprinting"; lo seguivo, coi miei amici, poi me ne allontanai, curioso di altri territori, ed, a tratti, lo ritrovavo.
Lo ritrovavo anche nelle fonti comuni. Ed era importante anche perché parlava dalla finestra degli stessi anni che vivevamo noi. Anzi, cantava. E questo è ancora più importante. Così quando si è trattato di conoscerlo davvero, nonostante tutta la mia timidezza mi è sembrato di incontrare un vecchio amico. Nel frattempo è diventato Faber. E ci ha lasciato. E lasciandoci e’ diventato il cantautore per antonomasia, il primo e l'unico (se non l'ultimo). Lo è diventato per una specie di plebiscito popolare. Lo è diventato spudoratamente, lui che non poteva far più nulla, come faceva da vivo, per impedirlo...
Per una forma d'amore, che, come tale, non si può contestare. E dalla quale deriva di tutto, dagli studi monografici alle serate nei localini, dalle mostre, ai film, alle cene a tema; dalle dediche delle Associazioni delle Vespertine alle serate anarchiche. Un amore impazzito, perché l'amore è pazzo. E questo Fabrizio ce l'ha insegnato, con le sue canzoni e, magari, anche con la sua vita.
http://www.maxmanfredi.com
Max Manfredi – Il regno delle fate
Max Manfredi e Fabrizio De Andre’ - La fiera della Maddalena
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