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BUONA LA PRIMA: "CORAZONES DE MUJER"
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12:58 08 FEB 2007
(di ANDREA CAUTI) - Al Festival di Berlino esordisce ufficialmente Kiff Kozoof, alias Pablo Benedetti e Davide Sordella, col film "Corazones de mujer". Uno pseudonimo che in arabo vuol dire "eclisse" che unisce due giovani registi usciti dalla London International Film School diretta da Mike Leigh. Davide Sordella, 34 anni, di Torino, e' la parte di K.Kozoof piu' legata alla regia classica, con direzione degli attori e scelte drammaturgiche, mentre Pablo Benedetti, 30 anni, di Montecatini Terme, e' la parte piu' legata all'immagine, alla fotografaia, alle inquadrature. Insieme diventano un regista originale e temerario che realizza un road movie a bassissimo budget, recitato in arabo e italiano, di grande impatto visivo ed estremamente poetico. Davide Sordella e' al suo secondo cortometraggio Ha lavorato per sei anni in America Latina facendo documentari e pubblicita' sull'AIDS, ha realizzato in Italia il suo primo film "Fratelli di Sangue", presentato al festival di Venezia del 2006. Uno dei suoi lavori, il cortometraggio "It's not me, it's not you", filmato in Israele, ha vinto il "Kodak European Showcase" ed e' stato presentato in molti altri festival del mondo incluso Cannes. Pablo Benedetti, dopo aver frequentato una scuola cinematografica in Italia dopo il Liceo si e' trasferito a Londa alla scuola patrocinata da Mike Leigh. Li' ha diretto diversi documentari, tra cui uno girato in Giordania e Palestina. Ha collaborato con Lindsay Kemp assistendo alla preparazione dell'opera "Madam Butterfly" in Spagna. Sull'opera del grande coreografo e regista ha realizzato nel 2004 un documentario, "Gota roca" (goccia rossa). Dalla frequentazione di Kemp e dei suoi ballerini, Benedetti e' entrato in contatto con il mondo di Pedro Almodovar al quale ha proposto la storia di Shakira.
Davide Sordella, il vostro film ha un titolo spagnolo. Perche'?
"Abbiamo scritto il soggetto di 'Corazones de mujer' pensando ad Almodovar nella speranza che ne facesse un film. Poi lo abbiamo diretto noi, ma abbiamo voluto lasciare il titolo che avevamo pensato per Pedro. Per la tematica ci e' sembrato vicino al cinema di Almodovar e ci e' sembrato giusto lasciare il titolo in spagnolo come omaggio a Pedro Almodovar e a suo fratello. E' un film italiano indipendente, un film minuscolo, realizzato con un budget irrisorio di 50mila euro dove in molti hanno lavorato gratis, con passione e convinzione".
Come avete lavorato con gli attori?
D.S. "Gli attori sono non professionisti che raccontano, fondamentalmente, loro stessi. L'attore protagonista Aziz-Shakira non e' un attore, ma e' uno che recita 24 ore su 24. Noi gli chiedevamo di essere loro stessi, ma non e' un documentario. Per paradosso, il fatto di dargli una gabbia di finzione, di impostazione, gli ha permesso di essere piu' reali. Dicevano: in fondo e' solo un film. Ma poi dicevano le cose che pensavano. Gli attori recitano meta' in arabo e meta' in italiano. Io capivo il senso del discorso che poi mi sono ritrovato in montaggio. A quel punto poi me lo facevo tradurre. Si tratta di arabi che vivono in Italia e abbiamo voluto lasciare il linguaggio che usavano per lasciarli liberi perche' e' interessante notare che di certe cose parlano in arabo e di altre in italiano. Le cose piu' scottanti le dicono in italiano".
P.B.: "Tra noi c'era una buone unione per cui all'inizio io partivo dietro la cinepresa a curare piu' il mood, quello che doveva stare intorno. Mentre Davide stava accanto agli attori. Poi, la cosa bella di questa alchimia che c'era tra noi, quando arrivavamo a girare ci sdoppiavamo: io entravo in contatto con gli attori e Davide con la camera. Poi, alla fine, anche il montaggio e' stato fatto a quattro mani, ma li' Davide e' stato fisicamente piu' presente".
La sceneggiatura, questa gabbia di fiction, quanto e' stata importante nell'economia del film?
D.S.: "Abbiamo conosciuto il protagonista del film in un bar a Torino e ci ha raccontato un po' la storia della sua vita, che ancora adesso non sappiamo se e' vera o no. Ci siamo detti: questa e' una storia che va raccontata. Siamo partiti con una telecamera, una macchina, in tre e l'abbiamo girata in un mese. Senza sapere come sarebbe andata a finire. La sceneggiatura era costituita da due paginette, dove c'era il punto di partenza. Man mano che proseguivamo nel viaggio, poi, tutto si e' costruito. Per questo poi, a un certo punto, ci siamo trovati a Casablanca, davanti al mare, e ci siamo detti: dobbiamo finirla qua. Non abbiamo mai avuto una sceneggiatura, ma una gabbia narrativa di finzione e ogni giorno decidevamo che strada intraprendere. In questo ci siamo affidati ai nostri attori, Aziz Ahmeri-Shakira e Ghizlane Waldi, che interpreta Zina. Hanno recitato se stessi in una gabbia apparentemente di fiction. Alla fine abbiamo fatto un grande lavoro di montaggio per ridurre a un'ora e mezza le circa quaranta ore di girato che avevamo".
Come siete finiti al Festival di Berlino?
D.S.: "Seguendo l'iter piu' classico: abbiamo compilato il format preso su internet, inviato il Dvd e atteso che ci inviassero la classica lettera in cui ci ringraziavamo per aver partecipato. Invece a sorpresa e' arrivata la notizia che ci avevano preso. A gennaio ero In Giappone e ho chiamato per sapere qualcosa. Mi hanno risposto che entro una settimana avrei avuto la lettera ufficiale. E in questa c'era scritto: siete nella Berlinale. E da li', panico. Non avevamo nientre proprio".
E' il film d'esordio di K. Kozoof. Perche' la scelta di firmare con uno pseudonimo 'Corazones de mujuer"?
D.S.: "Per una serie di motivi. Il principale e' per motivi di sicurezza. Quando abbiamo iniziato era il periodo dell'omicidio di Theo Van Gogh in Olanda. E cosi' abbiamo pensato un po' di tutelarci. Poi abbiamo scelto subito il nome di Kozoof che in arabo vuol dire "l'eclisse" perche' nella nostra speranza e' la fine di un qualcosa e l'inizio, speriamo, di qualcosa di meglio. La preoccupazione era quella di raccontare una storia difficile senza offendere nessuno e, soprattutto, senza attirarsi gli strali degli integralisti. Abbiamo chiesto consigli al capo della comunita' islamica a Torino e lui ci ha spiegato le regole d'oro per girare in Marocco: non nominare ne' parlare mai di Maometto, di Allah e del re. Cosi' abbiamo fatto e le cose sono andate bene. La comunita' islamica, teologi compresi, ha visto e apprezzato il film, aggiungono, e uno dei massimi intellettuali interpellati, Tahar Ben Jalloun, lo ha definito un'opera assolutamente da vedere".
Avete mostrato il film a qualche autore importante che vi ha dato consigli? In Italia Michele Placido ha detto che "Corazones de mujer" gli ricorda i film di Pasolini...
P.B.: "Lo abbiamo fatto vedere alla London International Film School, dove abbiamo avuto i pareri dei vari maestri. In quanto a Pedro ASlmodovar, glielo abbiamo fatto avere e probabilmente presto ci fara' sapere cosa ne pensa. Intanto l'ha visto il fratello e so che lo ha molto apprezzato".
"Corazones de mujer" e' stato invitato alla Berlinale, ma il problema della distribuzione in Italia non e' ancora stato risolto.
P.B.: "Abbiamo ricevuto e riceviamo ancora numerose chiamate, ma ancora non abbiamo chiuso con nessuna distribuzione, anche se lo abbiamo fatto vedere a molti, tra cui Lucky Red e Bim. Di sicuro comunque questo film uscira' in Italia, a costo di portarlo noi in giro per le piazze su un furgoncino, di citta' in citta'. La cosa buffa e' che, alla vigilia della presentazione ufficiale a Berlino, abbiamo ricevuto due richieste di distribuzione dalla Germania e una dalla Francia, mentre nessuna dall'Italia".
L'indirizzo e-mail dei registi e' il seguente: production.011films@mac.com e il loro sito web e' www.011.coml
(Febbraio 2008)
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