LIBRI: "BRAVE PERSONE",L'ISRAELIANO BARAM E LA BANALITA' DEL MALE
14:12 02 NOV 2011
di Cecilia Scaldaferri
Un ambizioso e freddo ricercatore di mercato che vive a Berlino negli anni della presa del potere del nazismo in Germania; una giovane ebrea di Leningrado, figlia di intellettuali russi che cercano di sopravvivere nel clima di sospetto e delazione dello stalinismo. Due persone normali, due 'Brave persone' che danno il titolo all'ultimo romanzo dello scrittore israeliano Nir Baram (ed. Ponte alle Grazie, 576 pagg.) che si confronta con il grande tema dei regimi totalitari, dell'Olocausto e dei Gulag, scegliendo di raccontare non quel gruppo di carnefici che compi' il massacro ma quei "milioni e milioni di persone normali, istruite, piene di buone intenzioni, che collaborarono, anche semplicemente facendo la propria vita e non resistendo, e li resero possibili".
L'intento, sottolinea il giovane scrittore in un'intervista all'AGI, era di "esplorare la loro psicologia, capire il loro modo di vedere la vita, le loro ragioni e giustificazioni". Perche' i due protagonisti fecero una scelta: "Non furono costretti per sopravvivere, potevano scegliere un'altra strada e non l'hanno fatto". Thomas Heiselberg, dalla filiale di un'impresa americana di ricerche di mercato, passa a lavorare per il ministero degli Esteri tedesco, formulando -senza porsi troppe domande- il profilo psicologico del polacco medio, che prelude ad un discorso piu' ampio sulla razza, con tutte le sue terribili conseguenze, in vista dell'invasione nazista del Paese. Aleksandra Andreevna Weisberg assiste consapevolmente alla distruzione della famiglia, con l'arresto dei genitori e l'allontanamento dei fratelli gemelli, e sceglie di salvarsi entrando nella polizia politica comunista, la Nkvd, divenendo la punta di diamante di un sistema di coercizione e tradimento che spedi' milioni di persone nei campi di rieducazione in Siberia.
Personaggi complessi, di cui Baram scandaglia l'animo, smentendo indirettamente la pretesa dei protagonisti di essere professionisti estranei alla politica. Al contrario, il coinvolgimento c'e' ed e' interno alla banalita' del male che tanto ha contribuito alle grandi tragedie del XX secolo. Il romanzo di Baram, salutato con entusiasmo da mostri sacri della letteratura israeliana com Amos Oz e Abraham Yehoshua, tratta del passato per riflettere sul presente. La politica "e' un obbligo" anche per gli intellettuali, spiega Nir Baram, trentacinquenne, figlio di due politici laburisti, che interviene spesso nel dibattito civile in Israele "scrivendo sui giornali, partecipando a conferenze, andando nelle scuole, lanciando petizioni", con l'impegno di "avanzare proposte e suggerimenti per contribuire alla costruzione di una visione del futuro". Perche' il problema di Israele oggi, denuncia con forza lo scrittore, e' proprio la mancanza di "una visione del futuro per questa terra: invece di parlarne e pensare a soluzioni, ci fossilizziamo sulla paura". "Il grande demone della societa' israeliana", sottolinea, "e' il razzismo contro i non ebrei, i palestinesi, i lavoratori stranieri. La comunita' ebraica non capisce la necessita' di creare una societa' inclusiva".
Un segnale positivo e' arrivato dalle recenti manifestazioni degli indignados, parte di un fenomeno che interessa tutto il mondo ma che a Tel Aviv ha visto protestare uniti israeliani e palestinesi: "Hanno creato, in maniera naturale, senza parlarne, una comunita' israeliana che compatta ha preso la parola contro le politiche del governo". Baram punta il dito contro l'immobilita' timorosa di una societa' che vive nell'isolamento, confusa e consumata dalle paure, che sceglie di ignorare le reali conseguenze dell'occupazione dei Territori e si rifiuta di immaginare un futuro: "Dovremmo smettere di pensare in termini di societa' ebraica", afferma, "lavorando piuttosto per una societa' israeliana multiculturale senza barriere etniche e superiorita' di un gruppo su un altro. Si tratta di un cambiamento molto piu' radicale che lasciare i Territori, un fatto di per se' importante, ma che senza un cambiamento piu' profondo della societa' israeliana, non portera' alla pace. Dobbiamo essere piu' aperti e rischiare di piu' per guadagnare un futuro diverso".
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