Estero

Cosa cambia in Turchia se al referendum vince Erdogan

In una Turchia reduce da un anno costellato da attentati e da un colpo di stato che hanno provocato pesanti ricadute su investimenti ed economia, si vota per il referendum sulle riforme volute da Recep Tayyip Erdogan.

Riforme che, se avallate dal voto popolare, daranno al presidente poteri che un capo dello stato turco non aveva dai tempi di Kemal Ataturk, se non del Sultano. In una situazione sociale e politica dominata dallo stato di emergenza in vigore dallo scorso luglio, lasso di tempo nel quale più di 100 mila persone sono finite nel mirino di polizia e magistratura, per il Sì si schiera con tutte le sue forze il partito della giustizia e dello Sviluppo Akp.

Una partita in cui Erdogan si gioca tutto

Saldamente al potere dal 2002, l'Akp conta tra i propri fondatori lo stesso Erdogan, che del passaggio della Turchia dal sistema parlamentare al presidenzialismo è stato l'ispiratore. Erdogan si gioca tutto, o quasi, perché è davvero difficile non notare quanto la chiamata alle urne in questo caso sia incentrata sulla persona del Presidente.

Cosa succederà se vincerà il Sì

Se Erdogan vincerà, infatti, assumerà poteri esecutivi, trasformandosi formalmente in un vero e proprio "capo dello stato", una carica che nella sostanza racchiude poteri e funzioni del presidente della repubblica e del capo dell'esecutivo,

  • nominerà il governo,
  • potrà sciogliere il parlamento e indire nuove elezioni,
  • nominarà giudici della corte costituzionale e membri del Consiglio Superiore della Magistratura,
  • estenderà il suo orizzonte politico, azzerando i tempi del mandato in corso e proiettandosi verso il 2029.

 

 

Il passaggio al presidenzialismo viene da mesi presentato dal partito di Erdogan come la panacea ai mali che hanno afflitto il Paese nell'ultimo anno e mezzo. La linea dell'Akp è stata fissata dallo stesso presidente lo scorso 11 febbraio: "Chi vota no? Chi ci attacca perche' vuole dividere il nostro territorio e chi vuole sovvertire l'ordine del nostro Paese". Il messaggio è chiaro, chi ama il Paese vota Sì, mentre il Pkk, che compie attacchi terroristici con l'obiettivo del separatismo e i membri della rete golpista seguaci di Fetullah Gulen voteranno No. 

E dopo la costituzione toccherà alla pena di morte 

Erdogan, inoltre, promette un futuro di sviluppo: se il Sì vincerà, ha assicurato in queste settimane intense, saranno costruite nuove autostrade, treni ad alta velocità e aeroporti e al referendum seguirà una nuova consultazione, in cui il popolo si esprimerà sul ritorno alla pena di morte, un argomento tornato di forte impatto retorico in seguito al colpo di stato fallito lo scorso 15 luglio.

La sua retorica del "noi contro loro" si basa su di una narrativa che presuppone il tradimento da parte di chi si oppone alla riforma, che finisce nel calderone dei traditori e nemici della Turchia. La polarizzazione portata all'estremo è un'operazione assai più semplice della spiegazione dei cambiamenti che la riforma apporterebbe all'architettura istituzionale turca. Il 'si' viene fatto passare come il via libera per le politiche messe in campo negli ultimi 18 mesi: pugno duro nei confronti di curdi e presunti golpisti e taglio di nastri di nuove infrastrutture. 

I sondaggi non premiano Erdogan, ma il suo carisma non è in discussione

Nonostante i sondaggi diano il No in vantaggio, sarebbe da ingenui sottovalutare l'abilità politica e il carisma di Erdogan, la presa che ha su circa metà della popolazione, catturata dal populismo del presidente, deciso a rilanciare la necessità di una leadership forte che contrasti la stabilità e l'indipendenza della Turchia contro i nemici al suo interno e i complotti orditi dall'estero.

 Devlet Bahceli
L'Akp non e' solo nella battaglia per il presidenzialismo. Già in Parlamento infatti i 316 parlamentari fedeli al presidente non sarebbero stati sufficienti a raggiungere la maggioranza qualificata di 330, obiettivo superato grazie ai voti dei nazionalisti dell'Mhp. La scelta del segretario Devlet Bahceli ha però avuto ripercussioni pesanti sul partito. Se il leader infatti ripete già come un mantra che il presidenzialismo è necessario a serrare "i ranghi terroristi curdi e le cospirazioni imperialiste" una corrente del partito si è dissociata apertamente.

La preoccupazione di una deriva autoritaria senza freni, le perplessità relativa una concentrazione di poteri che non appartiene alla Turchia dai tempi di Ataturk sembrano attanagliare una fetta di elettorato consistente, che al momento risulta ancora indecisa.

E' su questi margini che si concentra l'opposizione, con i repubblicani del Chp e i filo curdi dell'Hdp che sul rischio di dittatura hanno incentrato la loro campagna elettorale. I primi hanno impostato la comunicazione sui concetti di democrazia, della libertà e della pace, riducendo al minimo i comizi di piazza e rischiando il tutto per tutto con i social media, una strategia inedita in Turchia.

L'assedio ai curdi non è solo militare

I filocurdi dell'Hdp si presentano falcidiati da inchieste giudiziarie che hanno portato all'incarcerazione di 10 dei 59 parlamentari,dei due segretari, di decine di politici locali e centinaia di attivisti, tutti accusati di terrorismo, rimane fortemente radicato nel sud est del Paese.

La regione a maggioranza curda ha subito una stretta terribile negli ultimi 18 mesi ed è diffuso il timore che se prevalesse il Sì le cose potrebbero addirittura peggiorare. Sebbene la sfida questa volta sia oggettivamente ambiziosa è bene ricordare che Erdogan non ha mai perso elezioni e che il consenso intorno alla sua figura va ben oltre il consenso che possono vantare i singoli partiti.

Difficile che Erdogan molli la presa. Anche se perde

Due dati non trascurabili in quello che nel Paese è vissuto come un voto sul presidente, sull'eventuale investitura a traghettare la Turchia fuori da un periodo nero, più che su una riforma che cambia radicalmente l'assetto istituzionale del Paese. In attesa dell'esito delle urne la Turchia si trova dinanzi all'ennesimo bivio della sua storia recente. Se vincerà il Sì è chiaro cosa succederà, ma nessuno è in grado di prevedere la reazione del Presidente in caso di sconfitta.

Difficile che Erdogan molli la presa, possibile un ritorno alle urne con l'obiettivo di raggiungere una maggioranza sufficiente a far passare la riforma. Impossibile, con queste premesse, ipotizzare quale esito referendario possa contribuire a tirare la Turchia fuori da una crisi che in 18 mesi ne ha minato sicurezza e stabilità affossandone l'economia. Quel che è certo è che la frattura tra sostenitori e oppositori del presidente nei prossimi giorni verrà portata all'estremo, la peggiore delle premesse per una referendum che, comunque vada, segnerà un prima e dopo nella storia della Turchia. 

 


16 aprile 2017 ©