Lavoro e crisi

L'"inferno" degli avvocati, in ottomila lasciano la toga

22/01/2016 09:45

Roma - Qualcuno li ha gia' definiti i "nuovi poveri": gli avvocati, una categoria di professionisti considerata a lungo al riparo dagli alti e bassi dell'economia, stanno sentendo tutto il peso della crisi. In Italia nel 2015 sono almeno ottomila quelli che hanno scelto di dismettere la toga. Come? Non rinnovando l'iscrizione alla cassa forense, che a seconda del titolo - da praticante non abilitato fino ai cassazionisti - varia dai 70 ai 205 euro annui. E' un numero, quello degli avvocati in fuga, esiguo se confrontato col totale - circa 240mila professionisti del foro contro i 50mila della Francia - ma indicativo di quello che sembra a tutti gli effetti un declino della professione.

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"L'iscrizione e' diventata obbligatoria ufficialmente dal primo gennaio 2014" spiega all'Agi Nunzio Luciano, presidente della Cassa forense. "Negli 8mila avvocati in fuga sono comprese molte persone che hanno sempre avuto un altro impiego principale - il piu' delle volte nella pubblica amministrazione - e che magari esercitavano solo per hobby, o non esercitavano affatto. Resta il fatto che la cifra e' elevatissima".

E il futuro e' tutt'altro che roseo, perche' a oggi sono "oltre 80mila gli avvocati che hanno un reddito da fame. E' molto probabile che una parte di loro abbandonera' la professione", continua Luciano. Tra i piu' colpiti i giovani e le donne "che percepiscono un reddito dimezzato rispetto ai loro colleghi maschi". Ma iniziano a soffrire anche le fasce intermedie, "specie se non specializzate". Ai tempi della crisi trascinare qualcuno in tribunale e' diventato un lusso: "i contenzioso hanno costi altissimi, chi e' in difficolta' o non puo' permettersi una spesa simile" spiega ancora il presidente della Cassa forense. "L'avvocato d'ufficio viene pagato pochissimo. Per una causa delicata come quella di un divorzio con figli puo' percepire anche 100 euro".

Prima di essere pagati, poi, possono trascorrere anche anni: "Stiamo cercando di introdurre norme per abbattere i tempi di pagamento per chi difende i soggetti meno abbienti", spiega. Per Luciano i "veri monopolisti sono le grandi assicurazioni che non retribuiscono il legale in base a parametri di minimo perche' non esistono piu'. La retribuzione e' ridotta all'osso a scapito della qualita'".

A chi propone il numero chiuso per arginare l'enorme offerta, Nunzio Luciano risponde che "ormai e' tardi". "Dai dati in mio possesso risulta che gli iscritti alle facolta' di giurisprudenza sono sempre meno. Era necessario agire prima e introdurre il numero programmato nel secondo anno accademico per evitare il boom e permettere a persone meritevoli di trovare comunque un'altra strada senza restare fuori dal mercato". (AGI)