Energia

Da Caracas a Riad, chi trema per barile a 30 dollari

Roma - Il nuovo minimo sotto 27 dollari toccato ieri dal prezzo del greggio a New York è il record negativo da 13 anni. E il fondo ancora non si vede. La guerra al ribasso scatenata nel novembre 2014 dalla decisione saudita di mantenere la produzione Opec invariata nonostante l'aumento dell'offerta globale sta durando piu' a lungo di quanto forse credesse Riad stessa. Mosca e Washington, i due grandi concorrenti ai quali il regno non intende cedere quote di mercato, hanno infatti dimostrato una notevole forza di reazione. La Russia ha portato l'output ai massimi dell'epoca post sovietica, nonostante pompare greggio a un simile ritmo appaia poco sostenibile nel medio periodo. Quanto al boom dello shale americano, ovvero l'elemento che ha cambiato gli equilibri del mercato, non può dirsi di certo sgonfiato, nonostante il continuo calo delle trivelle attive. Un anno fa si parlava di un punto di pareggio di 70, 80 o addirittura 100 dollari al barile per le produzioni non convenzionali statunitensi e canadesi, che hanno invece dimostrato una resistenza inattesa al crollo delle quotazioni (anche in virtu' del basso prezzo della benzina in Usa, che stimola la domanda) e, per il momento, stanno a guardare. Con il senno di poi, si potrebbe supporre che i sauditi avessero avvertito prima di tutti le avvisaglie del rallentamento cinese e, di fronte al prepotente ingresso sul mercato dello shale oil, avessero agito di conseguenza. La strategia del maggior esportatore di greggio mondiale appare infatti sempre piu' difficile da difendere in un'Opec ormai lacerata, con la maggior parte dei paesi aderenti che preme con sempre maggiore impeto per un taglio della produzione (magari concordato con la Russia, dimostratasi aperta a un'azione coordinata) che risollevi i prezzi, scesi del 70% in un anno e mezzo.

Se l'Arabia Saudita e i suoi fedeli alleati del Golfo (Emirati Arabi e Kuwait) hanno costi di produzione così bassi da poter reggere ulteriori flessioni, il crollo verticale dei ricavi delle esportazioni sta erodendo in maniera sempre piu' drammatica le entrate fiscali della maggior parte dei produttori Opec, alcuni dei quali, come il Venezuela e, in misura minore, la Nigeria, sono sull'orlo del baratro finanziario. Nel cartello, dopo l'ultimo inconcludente vertice, la partita rimane aperta e tutti si interrogano sul ruolo dell'Iran che, tornato a pieno titolo sul mercato in seguito al ritiro delle sanzioni occidentali, è in procinto di mettere sul piatto le sue colossali riserve. Riad e Teheran si fronteggiano con durezza su numerosi scenari di crisi, dalla Siria allo Yemen, ma in seno all'Opec un dialogo risolutivo è urgente: Caracas sta già bruciando. Di seguito le conseguenze economiche del crollo del greggio sulle economie di alcuni dei principali paesi produttori. 

VENEZUELA - Il presidente Nicolas Maduro ha parlato di un "disastro finanziario". Il tonfo dei ricavi del petrolio ha ridotto del 64% in un anno i dollari circolanti in un paese che, a causa della gravissima crisi di liquidità, potrebbe essere presto costretto a liquidare quei 12 miliardi di dollari di riserve auree che Hugo Chavez aveva faticosamente rimpatriato negli anni scorsi. Secondo voci di mercato, la banca centrale di Caracas starebbe trattando dei contratti di gold swap con la Deutsche Bank "per migliorare la liquidità delle proprie riserve estere" e riuscire a pagare i debiti in scadenza. Reuters riferisce che parte dell'oro sarebbe già stato portato all'estero per essere valutato. L'impatto del tracollo dei prezzi sull'economia venezuelana è stato particolarmente brutale. Il Pil è sceso del 16% negli scorsi due anni e, secondo le stime di Bloomberg, calerà nel 2016 di almeno un altro 8%. E a fare ancora piu' paura e un'iperinflazione da Repubblica di Weimar, con un tasso che dall'attuale 275% (già il piu' alto del mondo) è destinato, secondo il Fmi, a triplicare, arrivando al 270%. I credit default swap sul debito di Caracas danno al 78% la probabilità di un default e Barclays ha pubblicato da poco un rapporto nel quale definisce "difficile da evitare" la prospettiva di una bancarotta venezuelana nel 2016. Il ministro del Petrolio del paese, Eulogio del Pino, è impegnato da mesi in una faticosissima operazione diplomatica per convincere gli altri produttori a tagliare l'output. Il recente incontro con il suo potente omologo saudita, Ali al-Naimi, si è però chiuso con un nulla di fatto.

RUSSIA - L'economia russa, già in difficoltà per le sanzioni occidentali, dipende dal petrolio per quasi metà delle entrate fiscali. Anche in questo caso lo scivolone delle quotazioni si è accompagnato a un drastico deprezzamento del rublo, che continua a macinare nuovi minimi storici. Il Pil è sceso del 3,7% nel 2015, l'inflazione ha toccato lo scorso anno un massimo da 13 anni del 16,9% e Mosca dovrà tagliare la spesa del 10% e generare risparmi per 19 miliardi di dollari, per evitare che il deficit schizzi oltre il 6%. Sotto la scure, finiranno purtroppo anche alcuni interventi a contrasto della crisi per i quali il primo ministro, Dmitry Medvedev, è stato costretto ad ammettere di non avere sufficienti risorse. La medicina dell'asteurità è in questo caso difficile da evitare, dato che la banca centrale russa, a fronte di un tale tracollo del rublo, è stata costretta a restringere la politica monetaria per evitare shock inflazionistici. "Al momento c'è un'elevata volatilità e ciò ci preoccupa", ha dichiarato di recente il governatore del'istituto, Elvira Nabiullina, "se i rischi di inflazione si rafforzano, se lo scenario negativo si presenta, non escludiamo un rialzo dei tassi".

REPUBBLICHE DEL CAUCASO - I grandi produttori del Caucaso, le cui economie sono fortemente dipendenti dalle esportazioni di idrocarburi e strettamente legate alla Russia, hanno subito l'anno scorso drastici deprezzamenti valutari, che hanno riflesso amplificandoli quelli del rublo. Un anno fa il Turkmenistan fu costretto a svalutare la propria moneta del 18% in un giorno solo, lo scorso dicembre l'Azerbaijan decise di lasciare fluttuare liberamente il manat per assistere a un crollo del 50% in una sessione, identico a quello subito dal tenge kazako quando la stessa iniziativa fu adottata lo scorso anno da Astana. L'Azerbaijan è stato costretto a introdurre controlli sui capitali e a richiedere la consulenza di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, sebbene a Baku giurino che non sia in corso di trattativa un piano di aiuti. Il presidente del Kazakhstan, Nursultan Nazarbayev, non avendo valuta estera straniera sufficiente a tenere a galla la valuta, intende da parte sua pagare i debiti cedendo quote delle compagnie statali, dalle raffinerie alle centrali elettriche.

ARABIA SAUDITA - Anche Riad, nonostante i suoi bassissimi costi di estrazione, sta soffrendo per il calo delle entrate petrolifere. Il 2015 si è chiuso per il regno con un deficit di bilancio record di 98 miliardi di dollari, pari al 15% del Pil, in seguito a un calo delle entrate fiscali pari a circa un sesto. Solo tre anni prima i conti pubblici segnavano un surplus pari al 12% del Pil. L'anno scorso le riserve di valuta estera sono inoltre scese di 115 miliardi di dollari, mentre il rial è scivolato ai minimi dal 1999 mettendo a rischio il suo agganciamento con il dollaro. Per il 2016 è poi previsto un rallentamento della crescita del Pil dal 3,4% all'1,9%. Anche la ricca monarchia del deserto è quindi costretta a tirare la cinghia. Per il 2016 è stato annunciato un piano per ridurre il deficit a 87 miliardi di dollari, intervenendo anche su un generosissimo welfare fondamentale per mantenere la pace sociale. Tra le altre cose, saranno aumentati i prezzi di benzina, elettricità ed acqua ed è in corso di valutazione l'introduzione dell'Iva. Il ministro delle Finanze saudita ha inoltre annunciato un possibile aumento delle tasse su bevande gassate e tabacco e un piano di privatizzazioni. Dopo essere stata costretta l'anno scorso a emettere titoli di debito per la prima volta in dieci anni, Riad sta valutando in particolare la quotazione in borsa del gioiello della sua corona, la compagnia petrolifera Saudi Aramco. Da sottolineare come il crollo del barile abbia costretto i fondi sovrani dell'Arabia Saudita e di altri produttori del golfo, in primis gli Emirati Arabi, a cedere le partecipazioni non strategiche, dando un contributo notevole al crollo dei listini di queste settimane.

IRAQ - A margine di un recente vertice a Berlino con il cancelliere Angela Merkel, il primo ministro iracheno, Haider al-Abadi, aveva affermato che i ricavi della produzione di petrolio di Baghdad sono scesi al 15% dei livelli di due anni fa. "E' una flessione enorme e stiamo incontrando gravi difficolta'", aveva spiegato Abadi, il cui governo ha tagliato del 12% la spesa pubblica, riducendo anche gli stipendi del personale statale. In soccorso dell'Iraq, che ha visto inoltre numerosi giacimenti finire in mano all'Isis, e' giunto il Fondo Monetario Internazionale, che ha fornito al paese 1,24 miliardi di dollari ed' e' pronto ad allargare ulteriormente i cordoni della borsa qualora Baghdad riduca il deficit al 17,7% dall'attuale 23,1% attuando le ricette a base di liberalismo e austerita' tipiche dell'istituto di Washington. Sono allo studio anche emissioni obbligazionarie.

NIGERIA - "Spero davvero che il petrolio non vada sotto i 30 dollari, ne va del bene e della sopravvivenza di tutti", aveva dichiarato pochi mesi fa il ministro del Petrolio nigeriano, Emmanuel Ibe Kachikwu. Allora il barile era a quota 50 dollari; oggi vale quasi la meta'. Abuja non e' in bilico sul ciglio dell'abisso come Caracas ma la stabilita' della sua economia e' in serissimo pericolo. Il petrolio conta per due terzi delle entrate fiscali e quasi tutte le esportazioni nigeriane. Pur costretta a tornare sul mercato dei bond, il ministro delle Finanze, Ngozi Okonjo-Iweala, ha finora mantenuto il sangue freddo e ha evitato di stampare denaro o indebitarsi troppo, a fronte di un tasso di inflazione ormai stabilmente sopra il 9,5% in seguito al crollo della naira, che negli scorsi mesi ha infilato una serie di record negativi nei confronti del dollaro rendendo le importazioni piu' costose. Finanziare spesa e debito e' pero' una sfida sempre piu' dura per Abuja, che si e' vista costretta il mese scorso a chiedere alla Banca Mondiale un prestito di emergenza da 3,5 miliardi di dollari per coprire un deficit schizzato a 15 miliardi di dollari. La crescita e' ai minimi dal '99 e le riserve di valuta estera, che per il 95% derivano dal petrolio, si sono dimezzate in pochi anni. In particolare, sono in esaurimento le scorte di divisa Usa, tanto che la banca centrale a gennaio ha bloccato le vendite di dollari a operatori non bancari, facendo schizzare i credit default swap. (AGI)


12 febbraio 2016 ©