Economia

La crisi della produttività  e le nuove tecnologie 

20/01/2016 14:49

di Geminello Alvi

L’economista Robert Gordon già durante il boom si era dedicato a smontare uno dopo l’altro gli argomenti di Alan Greenspan che vedeva ovunque incrementi di produttività nelle nuove tecnologie. E sempre meno da allora si riesce a dagli torto. Non sono tempi per gli ottimisti. Nel 2014 infatti la crescita globale della produttività totale dei fattori, che misura la produttività combinata di capitale e lavoro, è restata a zero per il terzo anno consecutivo. Il dato è sceso dall'1% nel 1996-2006 a 0,5% negli anni di crisi 2007-2012. E il 2015 non dovrebbe essere molto migliorato. Negli Stati Uniti, i dati diffusi a dicembre mostrano la produttività annua in crescita solo dello 0,6% nel terzo trimestre. Se il tasso di crescita della produttività è sceso dal suo livello secolare  del 1,5% all'anno a quasi a zero,  qualcosa di importante e ancora poco compreso sta mutando nella struttura dell’economica mondiale. 
E Robert Gordon della Northwestern University appunto sostiene che il  crollo della crescita della produttività rifletta la stagnazione della tecnologia. Tutti i progressi epocali, da acqua corrente, elettricità, motori a combustione e turbine jet, siano già avvenuti. E del resto l'effetto positivo di internet e tefonini sulla produttività e quindi sui livelli di reddito risulta ridicolo a confronto. La replica di molti storici dell’economia è che bisogna attendere un certo numero di anni prima che una nuova teconologia diventi crescita effettiva della produttività. Paul David, di Stanford ha infatti descritto per esempio come l’introduzione dei motori elettrici ha costretto a riorganizzare il lavoro nelle fabbriche, con un processo abbastanza lungo. 
Ma una simile spiegazione non si adatta alla situazione attuale;  oggi si sperimenta in molte economie un calo dell’occupazione persino nella fascia centrale degli occupati. Le tecnologie non richiedono una quantità di lavoro maggiore del passato,  dunque la tesi di un sovrappiù di lavoro da riorganizzare, prima che le innovazioni diventino aumenti di produttività, viene meno, o perlomeno si complica. Le tesi di Gordon adesso come ai tempi di Greenspan restano molto consistenti.  

(20 gennaio 2016)