Cronaca

Bossetti è l'assassino di Yara: confermato ergastolo in appello

Dopo 15 ore in camera di consiglio i giudici della Corte d'Assise d'Appello del tribunale di Bresciad hanno emesso la loro sentenza che chiude il secondo atto del processo per l'omicidio di Yara Gambirasio: conferma dell'ergastolo per Massimo Bossetti.

Accolta la richiesta del procuratore generale

Il procuratore generale, Marco Martani, aveva chiesto per l'operaio di Mapello la conferma dell'ergastolo che gli era stato comminato in primo grado. Secondo il Pg, la ricostruzione degli elementi di prova e la sentenza era "ben fatta". Il capo "di imputazione - ha spiegato il pg nella sua arringa - è sufficientemente dettagliato, la ricostruzione della responsabilità di Bossetti è ineccepibile, completa e logica", per questo ha chiesto la conferma della condanna in primo grado: ergastolo. Il pg Martani, infine, ha insistito sul fatto che non "c'è da farsi tante fantasie sul movente" e "come sono andate le cose ce lo può dire solo Bossetti, ma credo che a questo punto non lo farà e non ce lo dirà mai. Non solo per esigenze processuali, ma anche per salvaguardare la sua immagine".

La difesa chiedeva assoluzione "se permangono dubbi"

La difesa ha sottolineato che per condannare Massimo Bossetti nel processo di appello "dobbiamo essere sicuri che è colpevole. Se permangono dei dubbi dovete assolvere. Questo è il nostro ordinamento".

L'avvocato Claudio Salvagni (nella foto) ha ricordato una frase detta in occasione della sentenza del giocatore di football O.J. Simpson, assolto dall'accusa di aver ucciso la moglie. E cioè: "Credo che probabilmente sia stato lui ma non ci sono abbastanza prove". "Questo è lo stato di diritto - ha detto il difensore - il baluardo che non deve essere sorpassato". Secondo il legale, ci sono troppe incongruenze, "non ci si può accontentare di risposte filosofiche. Qui c'è in ballo la vita di un uomo. Questo non vuol dire dimenticarsi di Yara. Ma al contrarario, significa volere per Yara il vero responsabile di questo omicidio". 

Le due 'carte' della difesa

  1. LA FOTO SATELLITARE
    I difensori di Bossetti, gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporino, hanno messo agli atti una foto satellitare che porta la data del 24 gennaio 2011, un mese e due giorni prima del ritrovamento del corpo di Yara nel campo di Chignolo d'Isola. "L'immagine - hanno spiegato - mostra l'esatto punto del ritrovamento del corpo della vittima che, tuttavia, parrebbe non essere identificabile".


     
  2. INCERTEZZA SUL DNA 
    I difesori del carpentiere di Mapello hanno cercato di smontare la "prova regina" a carico di Bossetti: il suo Dna nucleare trovato sugli slip e i leggins della ragazza. Secondo loro "non è" quello di Bossetti. E hanno chiesto di "fare la perizia sul Dna" perché, ha detto l'avvocato Salvagni, "è stata detta una cosa sbagliata e fuorviante sull'elemento cardine", cioe sul Dna: "Questo dato così roboante e sensazionale è un dato sbagliato". "Ma si può condannare un uomo - ha chiesto retoricamente - sulla base di queste incertezze? Perchè su 101 'amplificazioni' (prove di Dna, ndr.) 71 sono riconducibili a lui? Cosa che comunque non è vera. Si può condannare un uomo con queste incertezze sul Dna mitocondriale? Ritengo che si possa arrivare a una condanna solo dopo aver tentato in tutto e per tutto di toglierci questi dubbi". "Il punto - ha aggiunto il difensore - è che quel Dna ha talmente tante criticità, che sono più i difetti che i marcatori". 

Le certezze dell'accusa

  1. DALLA FOTO NON SI VEDE NULLA
    Le foto satellitari, secondo il Pg, "non provano nulla". Per l'accusa, il cadavere di Yara è stato lì per tre mesi, e il "cadavere è stato lasciato nel luogo stesso dove è stato uccisa, e Yara è stata uccisa la sera stessa". E tutto ciò è dimostrato dall'esame autoptico che ha individuato "una serie di elementi che ci portano al campo. Non ci sono elementi, invece, che dimostrerebbero che Yara è stata uccisa in altro luogo e poi portata in quel campo. Non ci sono segni di lacci ai polsi o alle caviglie, nessuna violenza sessuale e non è mai stato richiesto un riscatto". Inoltre la risoluzione delle immagini "è tale da non permettere di vedere un cadavere. è come trovare un ago nel pagliaio".
  2. DALLA PROVA DEL DNA L'ASSOLUTA CERTEZZA
    Sulla prova del Dna prodotta durante il processo di primo grado "c'è assoluta certezza", ha ribadito il procuratore generale, Marco Martani, durante la sua requisitoria. "La tipicizzazione del Dna, prima attribuita a Ignoto 1 - ha spiegato il pg - e poi a Bossetti, è stata fatta correttamente e processualmente utilizzabile. La probabilità scientifica che diventa assoluta certezza". Il pg, inoltre, ha spiegato che "raramente nella mia carriera ho visto risultati di ottimizzazione statista così rassicuranti". Infine il pg ha spiegato che il "Dna nucleare identifica in maniera certa un certo individuo e solo quello", e ha aggiunto che è "grottesco pensare, come ha fatto la difesa, che il Dna ritrovato sugli slip di Yara sia stato costruito ad hoc per incastrare qualcuno". Per il pg, insomma, "non è stato tralasciato nulla, altrimenti non si sarebbe mai arrivati a questo processo. E' stato fatto uno sforzo unico e raro nella storia investigativa italiana". 

 

 


18 luglio 2017 ©