Cronaca

Tiziana spinta al suicidio. La beffa delle spese legali

Napoli - Istigazione al suicidio e' la nuova iscrizione di un fascicolo aperto ieri per la morte di Tiziana Cantone, la ragazza che per un video hot diventato virale su internet si e' tolta la vita stringendosi la gola con un foulard nella cantina della casa di Mugnano di Napoli. Nelle mani della Procura di Napoli Nord e del coordinatore dei pm Francesco Greco ci saranno presto nuovi elementi. Tiziana Cantone era finita nel tritacarne del web dopo che un ragazzo aveva filmato un suo rapporto sessuale. Lei si fidava, parlava con lui ma non poteva mai pensare che quella persona avrebbe fatto girare quel video. Milioni e milioni di visualizzazioni che hanno reso la vita di Tiziana un inferno. Cinque giorni fa il giudice del Tribunale di Napoli Nord aveva imposto ai social che continuavano a trasmettere il video di eliminarlo dalla rete per il cosiddetto diritto all'oblio. Ma ci sarebbe stato un ulteriore contatto, forse proprio due giorni fa, sempre via internet, con qualche uomo che avrebbe infierito. Sono in corso indagini serrate. Secondo indiscrezioni, il fascicolo gia' aperto potrebbe trasformarsi in altro.

Il monito del Papa, "i social non diventino una gogna"

Quel video hard che lei aveva girato consenziente, ma che poi era stato messo in rete senza il suo consenso aveva trasformato la vita di Tiziana costringendola a cambiare citta', lavoro e anche a chiedere e ottenere dal tribunale un nuovo cognome. A coordinare le indagini, il pm Rossana Esposito che da ieri sta ascoltando la madre di Tiziana e tutte le persone piu' vicine a lei per ricostruire una storia gia' nota negli ambienti giudiziari. Tiziana, prima di cadere in una profonda depressione, aveva lottato per ottenere giustizia contro quelle persone di cui lei si fidava ma che poi l'hanno tradita dandola in pasto ad un mondo virtuale che non le ha risparmiato alcun tipo di insulto. Perfino la madre era stata costretta a lasciare il suo lavoro e trasferirsi altrove.


Psichiatra, suicidio di Tiziana colpa di solitudine e vergogna 


Tiziana aveva vinto la causa ma doveva comunque versare denaro a piattaforme web che per breve tempo l'avevano fatta diventare bersaglio di oscenita'. Il giudice del Tribunale di Napoli Nord aveva stabilito che aveva ragione e aveva obbligato con una sentenza diversi social, come Facebook, e a rimuovere le immagini che la riguardavano postate a sua insaputa, i commenti e le frasi ingiuriose. Ma nella stessa decisione aveva scritto che la 31enne avrebbe dovuto pagare 20mila euro in totale a cinque siti che invece erano stati 'assolti'. Forse quel pronunciamento dell'8 agosto scorso, dopo la citazione della giovane per la rimozione dai siti del video hard del quale era protagonista suo malgrado, aveva influito in negativo sulla fragilita' di Tiziana. Alla 31enne era stato imposto un rimborso nei confronti di Citynews, Youtube, Yahoo, Google e Appideas di 3.645 euro ciascuno per le spese legali, oltre al rimborso delle spese generali nella misura del 15 per cento, perche' avevano gia' rimosso i video.

Polizia Postale, privacy va difesa

L'avvocato, "fatale l'eccesso di fiducia"

Nella stessa sentenza, il magistrato ha condannato anche i siti che non avevano rimosso il video, ovvero Facebook, Sem srl, Ernesto Alaimo, Pasquale Ambrosino e Rg Produzioni, responsabili di testate giornalistiche online, a "320 euro, per esborsi, e 3.645 euro per compenso professionale, oltre al rimborso delle spese generali nella misura del 15 per cento sul compenso". Secondo il garante della privacy, Antonello Soro "servono procedure di risposta piu' tempestive da parte delle diverse piattaforme, ma e' anche necessario far crescere il rispetto delle persone in rete. In questa prospettiva e' sempre piu' urgente un forte investimento nella educazione digitale per promuovere una cultura ed una sensibilita' adeguate alle nuove forme espressive del mondo on-line". All'Osservatorio "Sos Stalking" risulta che il 15% dei casi osservati di sexting sviluppa un modello di dipendenza ossessiva da cui derivano depressione e altri disturbi. Di questo 15%, un 10% giunge a tentare il suicidio. 

Il giurista, sul web errori senza ritorno

Intanto il web si  interroga sulle proprie rersponsabilità, puntando anche il dito contro il maschilismo strisciante che continua a mietere vittime soprattutto fra le giovani donne. Alcuni si scagliano contro il bullismo dei social, altri non si mostrano affatto 'pentiti', sostenendo che la ragazza "se la sia andata a cercare".

"Non e' il web il lupo cattivo ma chi ne fa uso convinton che dietro un profilo non vi sia nulla di umano e vulnerabile", scrive su Twitter un'utente, Marta. "Ancora oggi molti commenti 'se l'è cercata'. Il problema è la Rete o la condizione femminile in Italia a livelli critici?", si interroga un altro, Luca. E ancora, Laura: "è una questione di genere, le donne sono crudelmente giudicate per la loro libertà sessuale".

Le regole per evitare le trappole dei social

Da Belen a sexy prof, vent'anni di scandali

C'e' anche chi, come Lorenzo, osserva: Tiziana e' stata "uccisa anche dalla lentezza della giustizia italiana, mentre tardavano a cambiarle identità il video continuava a girare". E chi ammonisce: "ricordiamoci che un like o un commento sui social fanno male tanto quanto una coltellata". Alcuni non mostrano segni di pentimento, anzi. "Se vi indigna il caso di Tiziana Cantone o siete troppo buoni. O troppo ipocriti", commenta Marco. "Di fronte a uno dei video piu' divertenti degli ultimi anni dovevamo soffermarci a pensare "non ridiamo sennò si ammazza", scrive Alessandro. "Dispiace per il suicidio ma guarda il video. Se ti butti volontariamente in mezzo agli squali non pui uscirne indenne", scrive un altro.  (AGI)

14/09/2016 19:24

Roma - Il caso piu' celebre e' quello del video di Belen, ma prima di lei ci sono stati 'Forza Chiara da Perugia' e l'insegnate della scuola pugliese palpeggiata dagli studenti. Il web e' pieno di video che hanno inciso (e quasi mai positivamente) sulla reputazione delle persone, ma alcuni sono divenuti fenomeni di costume o hanno addirittura segnato un'epoca. Il primo caso documentato e' talmente vecchio (in termini di eta' del web) che YouTube nemmeno esisteva. Un ragazzo appena maggiorenne aveva convinto la riottosa fidanzatina quindicenne a farsi riprendere mentre facevano sesso. Poi lei lo aveva lasciato e lui si era vendicato inoltrando il video agli amici. Erano gli albori del 'revenge porn', una pratica aberrante che viene alimentata da siti dedicati: fidanzati scaricati che si vendicano mettendo in rete le prodezze hot delle ex. L'incitamento con cui il ragazzo la spronava a lasciarsi andare ("forza Chiara", per l'appunto) divenne il tormentone di quegli anni e in un'epoca in cui i social network erano ancora di la' da venire il video fu condiviso migliaia di volte su piattaforme peer-to-peer come eMule.

Poi, nel 2007, fu il turno della 'professoressa hot'. In una scuola superiore di Monteroni (Lecce), la donna veniva palpeggiata dai suoi alunni e il video girato dai ragazzi fece il giro del mondo grazie a Youtube. Sospesa per alcuni mesi dall'insegnamento, la giovane insegnante patteggio' una condanna a due anni per atti sessuali con minorenni, evitando il risarcimento alle parti civili, costituite da sei studenti e l'interdizione dai pubblici uffici. Poco dopo, pero', venne la richiesta di un risarcimento di 250mila euro avanzato dai genitori di uno studente: a loro dire avrebbe tenuto in aula un atteggiamento provocante, presentandosi con abiti succinti e non sottraendosi agli apprezzamenti spinti dei suoi studenti Ma il vero filmato cult e' quello attribuito a Belen, impegnata in una intensa sessione di sesso con il fidanzato di quando era ancora giovanissima. Tanto giovane da essere forse minorenne, particolare che porto' all'apertura di un'inchiesta e trascino' l'ex cosi' poco discreto in un mare di guai. (AGI) 

14/09/2016 18:38

Roma - Foto e video scambiati privatamente possono essere inoltrati "fuori dal giro degli amici" e finire on-line nel giro di qualche ora. Tra le prime regole per evitare le trappole del web, stilate dal Garante per la protezione dei dati personali, c'e' quella del "non sentirsi mai al sicuro". "Prendi opportune precauzioni per tutelare la tua riservatezza, ma non illuderti di essere sempre al sicuro. Le foto e i video che scambi privatamente, magari di contenuto esplicito, possono essere sempre copiati e inoltrati ad altre persone fuori dal giro dei tuoi amici. Non esistono, tra l'altro, messaggi che si autodistruggono con assoluta certezza". Per fare in modo che il proprio smartphone sia al sicuro bisogna usare login e password diversi da quelli utilizzati su altri siti web, sulla posta elettronica e per la gestione del conto corrente bancario on-line. Fare attenzione, inoltre, quando si clicca su uno dei tanti indirizzi internet abbreviati (ad esempio url tipo t.co, bit.ly oppure goo.gl) pubblicati sui social network, ed e' necessario verificare che non conducano a siti fasulli usati per rubare i dati o per far scaricare programmi con virus. Se possibile, prosegue il vademecum del Garante, crea pseudonimi differenti in ciascuna rete cui partecipi. Non mettere la data di nascita (in particolare se sei minorenne) o altre informazioni personali nel nickname: cosi' potrai rendere piu' difficile "tracciarti" o molestarti". Disattivare le funzioni di geolocalizzazione per fare in modo di non essere seguiti.

"Se noti comportamenti anomali e fastidiosi su un social network, se vedi che un tuo amico e' insultato e messo sotto pressione da individui o gruppi, non aspettare e segnala subito la situazione critica al gestore del servizio affinche' possa intervenire immediatamente", sottolinea il Garante. A tale scopo, alcuni social network rendono accessibile agli utenti, sulle pagine del proprio sito, un'apposita funzione (una sorta di pulsante "panic button") per chiedere l'intervento del gestore contro eventuali abusi o per chiedere la cancellazione di testi e immagini inappropriate. Il Garante invita le vittime di commenti odiosi a sfondo sessuale, di cyberbullismo o di sexting e di violazione della privacy a non aspettare che la situazione degeneri ulteriormente e a chiedere aiuto alle persone care e alle autorita' competenti. Infine e' consigliato controllare sempre come sono impostati i livelli di privacy sul proprio profilo social e verificare quali diritti di accesso si concedono alle App su smartphone e tablet, affinche' non possano utilizzare i dati personali (contatti, telefonate, foto?) senza il consenso. (AGI)

14/09/2016 18:24

Roma - Un tempo bastava mettere le mani sul negativo, su quelle poche copie che il fotografo era riuscito a stampare e la reputazione era piu' o meno salva. "Oggi, se metto un'immagine on-line, nello stesso istante in cui la pubblico viene duplicata infinite volte senza alcuna perdita di qualita'" sottolinea l'avvocato Mario Ponari, esperto in tutela della privacy e trattamento dei dati personali. E puo' essere l'inizio della fine. Al di la' dell'esito drammatico della vicenda di Tiziana Cantone, i social sono "pieni di ragazzi che si divertono a postare foto degli amici ubriachi fradici. Immagini che in futuro saranno viste dai datori di lavoro, dalle mogli e persino dai figli". Gli strumenti legali di tutela per ci sono e, sottolinea Ponari, "forse in nessuna materia come la privacy il legislatore ha cercato di tenersi al passo: entro due anni, ad esempio, dovra' entrare in vigore il regolamento unico europeo in materia di dati personali. Ma non bisogna illudersi che sia sufficiente, se consideriamo che gia' la normativa sul diritto d'autore del 1933 di fatto metteva al riparo le persone ritratte nelle fotografie dall'uso dell'immagine senza il loro consenso".

Anche oggi i gestori dei social network sono stati abili a mettersi al riparo dalle conseguenze delle condivisioni non autorizzate. E nel momento in cui si pubblica qualcosa, ad esempio su Facebook, si dichiara di avere il consenso delle persone ritratte. "Al di la' di questo caso drammatico bisogna essere consapevoli del fatto che quell'immagine imbarazzante, ingiuriosa o vergognosa, sopravvivra' alla persona stessa" dice ancora Ponari, " ne' bisogna illudersi che non aver postato una foto ci metta al riparo. Nel momento in cui un file - che sia video, foto o audio - lascia il supporto in cui e' stato memorizzato per essere inviato a qualcuno che ci ha giurato che non lo fara' vedere a nessuno, bisogna mettere in conto la possibilita', se non la certezza, che venga condiviso con altri. E che, prima di approdare ai social, sia passato per migliaia di mani, smartphone e sguardi".Qual e' allora la soluzione? "Il diritto all'oblio e le sanzioni penali esistono" ricorda Ponari, "ma a monte serve un'educazione alla condivisione. Il problema e' noto, tant'e' che e' stato preso in considerazione dal garante della privacy che ha pubblicato un vademecum". Ne' vale, persino sul fronte legale, il ragionamento auto assolutorio del 'se l'e' cercata'. "La povera Tiziana" dice Ponari, "aveva tutto il diritto di farsi ritrarre mentre faceva quello che faceva. La discriminante e' nella finalita': si puo' dire che avesse in qualche modo prestato il proprio consenso per finalita' private, non per finalita' pubbliche. Nel momento in cui si esaurisce la finalita' per la quale e' stato dato il consenso, il documento deve essere distrutto o reso anonimo". (AGI) 


14 settembre 2016 ©