Cronaca

Delitto Mollicone: caso non archiviato, gip favorevole a riesumazione salma

16/01/2016 08:47

Frosinone - "Forse non sarebbe del tutto pellegrina l'ipotesi di procedere alla riesumazione della salma". A 'sollecitare' l'importante atto investigativo e' stato il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Cassino, Angelo Valerio Lanna nell'ordinanza con la quale ha detto no all'archiviazione delle indagini sull'omicidio di Serena Mollicone. Per Lanna, tale accertamento andrebbe a chiarire le dinamiche della morte della studentessa. Nell'ordinanza si legge che "all'interno di uno degli alloggi di servizio della caserma fosse pacificamente presente una porta danneggiata da un violento urto". Questo passaggio quindi chiarisce il motivo per cui il gip non ha voluto archiviare la posizione dell'ex maresciallo dei Carabinieri, della moglie e del figlio. La decisione di far riesumare o meno la salma spetta ora alla Procura che per i prossimi giorni ha convocato gli investigatori e il legale della famiglia Mollicone, Dario De Santis. (AGI) 

(16 gennaio 2016)

22/12/2015 19:25

Torino- Bruno Caccia, procuratore della Repubblica di Torino, aveva 64 anni, quando fu ucciso, sotto casa, in una via della precollina torinese, la sera del 26 giugno 1983, con quattordici colpi di pistola. A distanza di 32 anni e' arrivata forse la svolta nelle indagini per quell'omicidio.

La notte scorsa, infatti, gli agenti della Squadra Mobile di Torino, coordinati dai pm di Milano Ilda Boccassini e Marcello Tatangelo, hanno arrestato Rocco Schirripa, 62 anni, panettiere torinese di origini calabresi, accusato di essere uno degli esecutori materiali dell'omicidio del procuratore capo di Torino. Per l'uccisione di Caccia era stato arrestato e condannato all'ergastolo Domenico Belfiore.

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A Schirripa gli investigatori sono giunti, ha spiegato, nel corso di una conferenza stampa il procuratore aggiunto Ilda Boccassini, attraverso un inedito espediente: "dopo che Domenico Belfiore, il mandante del crimine, e' stato messo ai domicilari per gravi ragioni di salute - ha detto - la Questura di Milano ha fatto girare una serie di lettere anonime dirette ad alcune persone della cerchia di Belfiore. 

 Chi era Bruno Caccia

Nelle missive c'era la fotocopia dell'articolo uscito sulla 'Stampa' quando Caccia venne ucciso e dietro c'era scritto a penna il nome di Rocco Schirripa"."Sapevamo che Schirri era uno degli uomini di Belfiore - hanno sottolineato la Boccassini e il pm Marcello Tantangelo - dopo l'invio delle lettere anonime abbiamo captato, grazie a una tecnologia molto avanzata, delle intercettazioni fortemente indizianti a suo carico". Nelle intercettazioni, ha spiegato Forno, "Schirripa viene indotto a dire che con qualcuno aveva fatto dei cenni della sua partecipazione all'omicidio. Questo e' il fulcro della sua confessione extragiudiziale. Il secondo passaggio da sottolineare riguardo alle intercettazioni e' che Schirripa prende in considerazione la possibilita' di scappare".

Rocco Schirripa e' stato ascoltato per sei ore dalla Sezione Criminalita' organizzata della Squadra mobile di Torino ed e' stato poi trasferito in carcere a Milano. "Spero questa svolta sia un punto di partenza per un nuovo filone di indagini. - ha detto la figlia del procuratore torinese Paola Caccia - Questo caso e' stato sempre un po' trascurato. Abbiamo patito il fatto che il processo si e' basato su pochissime delle cose che erano emerse: sono state abbandonate delle piste e delle tracce". Paola Caccia ha ricordato le richieste fatte per far riprendere le indagini: "Solo dopo tre denunce ci hanno dato ascolto anche a Milano. Noi abbiamo sempre dichiarato che non eravamo soddisfatti di come fossero andate le indagini e il processo".

"Da cittadino e magistrato sono contento: piu' verita' viene fuori piu' soddisfazione c'e'. Caccia ha lasciato un segno indelebile in tutti i magistrati, soprattutto torinesi" ha detto il procuratore generale di Torino, Marcello Maddalena, dopo l'arresto di Rocco Schirripa. "Sicuramente non sono soltanto due le persone che hanno delle responsabilita' - ha aggiunto Maddalena - adesso vedremo se ci saranno sviluppi processuali. Di certo la persona arrestata e' un soggetto conosciuto, appartenente al clan Belfiore e al giro della criminalita' siculo-calabrese". Di "una ferita rimasta aperta per trent'anni" ha parlato, invece, il sindaco di Torino Piero Fassino. "Ci auguriamo - ha aggiunto - che le indagini possano fare luce e assicurare alla giustizia i responsabili". (AGI)

(22 dicembre 2015)
 

11/12/2015 15:59

(AGI) - Milano, 11 dic. - "Ho trovato una persona uccisa in via Pascoli, venite". Cosi' inizio' il 'giallo' di Garlasco, tranquillo paese a pochi chilometri da Pavia. A dirlo e' Alberto Stasi, 24enne studente bocconiano, che il 13 agosto del 2007 chiama il 118 per chiedere i soccorsi. La sua fidanzata, Chiara, e' stata uccisa nella casa dove abita coi genitori e il fratello, che in quel momento sono in vacanza.

Queste le tappe della vicenda:

- 20 agosto 2007: la Procura di Vigevano indaga Stasi con l'accusa di omicidio volontario. I carabinieri sequestrano la sua bicicletta bordeaux e il suo computer, frugano in ogni angolo della casa. Da questo momento sara' l'unico sospettato per il delitto.

- 24 settembre 2007: il pm Rosa Muscio ordina il fermo di Stasi. La prova 'regina' consiste, spiegano gli investigatori, nella presenza del dna della vittima sui pedali della bicicletta in sella alla quale Alberto sarebbe fuggito. - 28 settembre 2007: il gip Giulia Pravon dispone la scarcerazione di Alberto: non ci sono prove, solo suggestioni accusatorie. "Fine di un incubo", commenta lui. 3 novembre 2008: la Procura chiede il rinvio a giudizio di Stasi. Alla fine di dicembre, Alberto viene indagato per una nuova ipotesi di reato: detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico. Nel suo pc ci sarebbero decine di file a sfondo sessuale che coinvolgono minorenni. - 23 febbraio 2009: comincia l'udienza preliminare davanti al giovane gup Stefano Vitelli. I legali di Stasi scelgono il rito abbreviato. - 9 aprile 2009: i pm Rosa Muscio e Claudio Michelucci chiedono la condanna a 30 anni di carcere. "Colpevole al di la' di ogni ragionevole dubbio - dicono - ha ucciso per una lite avvenuta la sera precedente. "Non ci sono arma, movente, solo indizi discordanti, ho paura di una giustizia penale che costruisce prima i colpevoli e poi le prove", ribatte il professor Angela Giarda, che guida il pool di difensori. - 30 aprile 2009: il gup si ritira in camera di consiglio e ne esce con una decisione a sorpresa, disponendo 4 nuove perizie sui punti oscuri dell'inchiesta, partendo dal presupposto che le indagini sono state "lacunose". - 17 dicembre 2009: Alberto Stasi viene assolto. Decisiva la perizia informatica che dimostra come Stasi stesse lavorando a casa sua alla tesi di laurea durante il probabile orario del crimine, tra le 9 e 12, quando viene disattivato l'allarme di casa Poggi, e le 9 e 35. Tutti gli altri indizi vengono valutati dal gup come "contraddittori o insufficienti". - 8 novembre 2001: comincia il processo d'appello davanti ai giudici milanesi. Il pg Laura Barbaini chiede 30 anni di carcere o, in subordine, la rinnovazione del dibattimento. - 6 dicembre 2011: la Corte d'Assise d'appello conferma l'assoluzione. Nelle motivazioni, i giudici osservano che la realta' "e' rimasta inconoscibile nei suoi molteplici fattori rilevanti, la maggior parte dei quali sono condizionati unicamente dal caso". Parte civile e procura generale presentano un ricorso in Cassazione sostenendo che il verdetto in secondo grado esclude una serie di dati facendoli passare come "mere congetture o supposizioni personalistiche". - 18 aprile 2013: la Cassazione annulla la sentenza d'assoluzione e dispone un nuovo processo. (AGI) Mi2/Car (Segue)

11/12/2015 15:01

Roma - Annullare la condanna a 16 anni inflitta ad Alberto Stasi e celebrare un nuovo processo. Queste le richieste del sostituto pg di Cassazione, Oscar Cedrangolo, nell'ambito del processo davanti alla Suprema Corte sull'omicidio di Garlasco. Secondo il magistrato vanno accolti sia il ricorso della procura generale che quello della difesa dell'imputato e, dunque, va annullata con rinvio la sentenza di condanna emessa dalla Corte d'assise d'appello di Milano il 17 dicembre dello scorso anno, in sede di appello-bis. "E' una questione di scrupolo, di rispetto verso quel grido di dolore lanciato a suo tempo dalla difesa delle parti civili" ha detto Cedrangolo. "Alla luce di cio' che non emerge dalla sentenza impugnata si potrebbe sostenere che vi siano i presupposti per un annullamento senza rinvio, ma come ho apprezzato lo scrupolo di questa Corte nel precedente annullamento, che non se l'e' sentita di dire la parola fine su questa vicenda sofferta e tormentata - ha detto il magistrato - chiedo lo stesso scrupolo oggi, perche' non ho la presunzione di ritenere insussistenti le possibilita' di ulteriori contributi o precisazioni. Sara' la Corte a stabilire se vi siano o meno ulteriori margini". Secondo il pg, "tra tutte le incertezze c'e' una cosa chiara: se l'imputato e' innocente deve essere assolto, se si riesce a dimostrare la colpevolezza allora va inflitta una pena adeguata all'atrocita' del delitto". Cedrangolo, poi, ha aggiunto rivolto alla Corte "non siamo in grado di stabilire se l'imputato e' colpevole o innocente, non abbiamo gli strumenti per farlo. Insieme dobbiamo stabilire se la sentenza impugnata e' da confermare o da annullare: a mio parere e' una sentenza sicuramente da annullare, perche' ha travisato le risultanze processuali".

Nessun movente e' stato individuato, ne' vi sono indizi precisi e concordanti in grado di fare chiarezza sull'omicidio di Garlasco, sottolinea Cedrangolo. Dobbiamo valutare il fatto che vi e' un insistito tentativo di individuare un movente - ha rilevato il magistrato - e questo tentativo e' rivelatore della debolezza dell'impianto accusatorio: gli indizi non sono indizi, non sono affatto certi e nella consapevolezza di questa realta' si cerca un movente che non si riesce a trovare". Il pg individua "illogicita'" e "travisamenti" delle risultanze processuali nella sentenza con cui i giudici milanesi, in sede di appello-bis, hanno condannato Stasi a 16 anni di reclusione. "L'omicida viene definito spietato - ha osservato Cedrangolo - ma poi si esclude l'aggravante della crudelta', proprio per la consapevolezza di un impianto accusatorio fragile. E' il solito 'colpo al cerchio e uno alla botte', ma cosi' non si fa giustizia, si aggiunge solo dolore a dolore, disperazione a disperazione, sentimenti per i quali bisogna avere il massimo rispetto". (AGI)