Cronaca

Oggi le prime sentenze per Mafia Capitale

07/01/2016 07:14

Roma - Sentenza in arrivo per i primi pezzi da 'novantà della politica romana coinvolti nell'inchiesta su 'Mafia Capitalè.

Oggi il gup Alessandra Boffi si pronuncerà, salvo cambi di programma dell'ultima ora, sulle richieste di condanna avanzate nel giudizio abbreviato dalla Procura nei confronti di Daniele Ozzimo, ex assessore alla Casa della giunta Marino in quota Pd, e di Massimo Caprari, già capogruppo del Centro Democratico in Campidoglio: due anni e due mesi di reclusione sono stati sollecitati per il primo, due anni e tre mesi per il secondo. Entrambi rispondono del reato di corruzione al pari di Gerardo e Tommaso Addeo, gli ex collaboratori di Luca Odevaine (già componente del Tavolo di Coordinamento Nazionale per i richiedenti asilo) per i quali sono stati chiesti due anni e due mesi di carcere, e di Paolo Solvi (tre anni e mezzo), già braccio destro dell'ex presidente del Municipio X (Ostia), Andrea Tassone.

La posizione processuale più incerta è quella di Ozzimo: i pm si sono espressi per l'assoluzione per una imputazione, quella legata all'asservimento della funzione pubblica (dopo il riascolto in aula, voluto dalla difesa, di una intercettazione in cui il presidente della cooperativa '29 giugno' Salvatore Buzzi, a differenza di quanto era stato trascritto, diceva a un altro indagato che Ozzimo "non prende soldi" dall'organizzazione), e per la condanna in relazione a un episodio di corruzione commessa per atti contrari ai doveri d'ufficio. "Io invece ho chiesto l'assoluzione di Ozzimo da tutte le contestazioni - ha spiegato l'avvocato Luca Petrucci - perchè sono convinto che sia assolutamente estraneo ai fatti addebitati. Lui (tornato in libertà la vigilia di Natale, ndr) oggi sarà regolarmente presente in udienza, come lo è stato nelle precedenti udienze".

Anche gli altri difensori hanno chiesto l'assoluzione dei loro assistiti. Se oggi si andrà a sentenza per i cinque imputati, il giudice Boffi deciderà pure sulla richiesta di patteggiamento concordata dalla Procura con le difese dei quattro ex dirigenti della cooperativa "La Cascina" accusati di corruzione nei confronti di Odevaine per ottenere l'appalto per la gestione del Cara di Mineo: al vaglio del gup ci sono le posizioni di Francesco Ferrara, Domenico Cammisa, Salvatore Menolascina e Carmelo Parabita. Le pene vanno da due anni e otto mesi (Ferrara) a due anni e sei mesi di reclusione (gli altri tre).

06/01/2016 12:30

Palermo -  Una spirale di violenza senza fine. Palermo, negletta e maledetta, sembrava non poterne uscire. E gli spari che insanguinarono l'Epifania di 36 anni, avevano ucciso in quel momento il progetto e il sogno di una nuova Sicilia. Avevano fermato Piersanti Mattarella, presidente della Regione, allievo di Aldo Moro, l'esponente politico siciliano piu' illustre, lucido e ostinato propugnatore di una politica "dalle carte in regola". Una sfida, questa, insieme a quella per la verita' piena su questo delitto, ancora attualissima. Poco dopo mezzogiorno di quel 6 gennaio 1980, Piersanti Mattarella era uscito dalla sua abitazione di via Liberta' e si era messo al volante della sua Fiat 132 per andare a messa, insieme alla suocera, alla moglie Irma Chiazzese e ai figli Maria e Bernardo. Niente scorta: il presidente la rifiutava nei giorni festivi, voleva che anche gli agenti stessero con le loro famiglie. Si era appena messo al volante, quando si avvicinarono i killer che spararano una serie di colpi. Mattarella mori' mezz'ora dopo in ospedale. Accanto a lui il fratello Sergio, oggi Presidente della Repubblica. L'Isola venne ricacciata violentemente dentro il suo destino, apparentemente privo di vie d'uscita. Questa stessa zona della citta', quella attorno a via Liberta', cuore urbano del capoluogo, in quegli anni era diventata il crocevia del terrorismo mafioso: li' vicino, in via Di Blasi, il 21 luglio del '79 era stato ucciso il capo della Mobile Boris Giuliano.

A settembre del 1980, era stata la volta del giudice Cesare Terranova e del maresciallo Lenin Mancuso.

Una scia di sangue, iniziata quell'anno, a gennaio, con l'uccisione del giornalista Mario Francese. Poi era toccato al segretario provinciale della Dc Michele Reina: delitto che molti hanno interpretato come un messaggio diretto al capo della giunta siciliana. Gia' negli ultimi mesi del 1979, Mattarella si era reso pienamente conto che la propria sorte e la propria vita erano strettamente intrecciate all'evoluzione dei rapporti di forza tra politica e mafia e al peso che all'interno del suo partito avevano quegli uomini che - secondo lui - "non facevano onore al partito stesso" e che "bisognava eliminare per fare pulizia". Indicato all'interno della Dc come possibile leader nazionale del partito, Mattarella, che aveva dato vita a una giunta che aveva l'appoggio esterno del Pci - governo di 'Unione autonomista' fu definito - aveva piu' volte manifestato la propria insofferenza per le infiltrazioni mafiose all'interno del partito siciliano.

La vicenda giudiziaria è stata lunga e complessa e si è conclusa senza fare piena luce sull'omicidio. Come mandanti sono stati condannati all'ergastolo i boss della commissione di Cosa nostra (Toto' Riina e Michele Greco su tutti, con gli altri esponenti della cupola: Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Pippo Calo', Francesco Madonia e Antonino Geraci), ma l'inchiesta non è riuscita a identificare i sicari nè i presunti mandanti esterni. La vedova aveva riconosciuto in una fotografia l'estremista di destra Giusva Fioravanti come killer.

Ma un suo coinvolgimento fu smentito da diversi collaboratori, fra cui Masino Buscetta e Fioravanti venne assolto. Il presidente del Senato Pietro Grasso, giovane magistrato di turno in quella tragica Epifania, oggi, nel luogo dell'agguato, ha ribadito che "non c'è stato momento della mia vita professionale in cui non abbia cercato la verita. I mandanti sono stati tutti condannati, sebbene sia rimasta qualche ombra, come in tanti dei misteri del nostro Paese. Io non dispero, pero', circa il fatto che un giorno tutta la verita' verra' fuori. Non c'è dubbio che c'è stato un tentativo di depistaggio, il che lascia presupporre che ci siano delle parti ancora oscure". Resta la necessita', ha proseguito, di "una mobilitazione generale per realizzare quello che Piersanti Mattarella voleva: un Paese migliore, cambiato, assolutamente fuori dalle beghe della corruzione, del malaffare. Un Paese con le carte in regola, come diceva lui".

(6 gennaio 2016) 

 

 

05/01/2016 13:04

Roma - Furono cinque i colpi di pistola calibro 7,65 che colpirono a morte il giornalista Pippo Fava il 5 gennaio 1984, nella sua Catania. Un calibro non usato dalla mafia, dissero all'epoca. "La mafia a Catania non esiste", fu il passa parola che circolò tra le elite della città.

Il delitto, infatti, fu etichettato come passionale prima e come economico poi.

La sera del 5 gennaio Giuseppe Fava (per i colleghi Pippo) poco dopo le 21 lascia la redazione del suo giornale, "I Siciliani", e sale in macchina per andare a prendere sua nipote, quella nipote che aveva ereditato la sua stessa passione per il teatro, la nipote che recitava in "Pensaci, Giacomino!". L'esecuzione di Pippo Fava iniziò molto prima di quel 5 gennaio e continuò ben oltre. Da tempo, infatti, era in atto una strategia di discredito sulla figura del giornalista, con minacce neanche troppo velate e una vera e propria campagna di delegittimazione - che continuò per anni dopo l'omicidio - in cui si mescolarono, con perizia, verità e menzogne. La verità, quella che cancellerà ogni dubbio sulla brutale esecuzione mafiosa di Fava, arriverà solo dieci anni dopo quando un pentito, Maurizio Avola, iniziò a parlare e si auto accusò dell'omicidio del giornalista.

La magistratura catanese riaprì il caso, ricostruendo la trama dell'omicidio ad opera di Cosa Nostra, partendo dalla presenza nel gruppo di fuoco di Avola ed arrivando alle parole di Nitto Santapaola. Il capomafia catanese, secondo le cronache, pronuncerà una vera e propria condanna a morte di Fava: "Questo noi dobbiamo farlo non tanto o non soltanto per noi. Lo dobbiamo ai cavalieri del lavoro perchè se questo continua a parlare come parla e a scrivere come scrive, per i cavalieri del lavoro è tutto finito. Per loro e per noi".

Il processo "Orsa Maggiore 3" si concluse nel 2003 in Cassazione e, per l'omicidio di Fava, furono condannati all'ergastolo Nitto Santapaola (ritenuto il mandante) e Aldo Ercolano come esecutore assieme al reo confesso Maurizio Avola, che patteggiò sette anni. Giuseppe Fava iniziò la sua carriera giornalistica in maniera molto duttile e scrivendo di tutto. L'esordio, dopo la laurea in giurisprudenza e collaborazioni minori, fu all'Espresso Sera nel 1956, poco piu' che trentenne.

Da allora si spostò a Roma dove ha condotto la trasmissione di Radiorai "Voi e io", fino alle collaborazioni con il Corriere della Sera e con Il Tempo. Il punto di svolta della carriera giornalistica di Fava avvenne all'inizio degli anni ottanta quando si trasferì a Catania per dirigere il Giornale del Sud. L'esperienza della direzione del giornale, però, sarà molto breve perchè quando la gestione verrà affidata a una nuova cordata di imprenditori, Fava verrà licenziato. Da quel momento nascerà il sogno di un giornale autonomo, indipendente e di inchieste: "I Siciliani". Lo stesso giornale che rappresenta da anni, ben oltre la sua morte, un grande veicolo di forza e dignità per la Sicilia.

(5 gennaio 2016)

27/12/2015 15:42

- Roma - Lo Sporting Locri, societa' di calcio a 5 femminile che milita in serie A, chiude i battenti per minacce. E' la stessa societa' a renderlo noto, con un comunicato stampa diffuso il giorno di Natale. "La societa' - si legge nella nota - esprime il suo sconcerto per le minacce ricevute da due dirigenti dello Sporting Locri, il presidente Ferdinando Armeni e il vicepresidente Giovanni Primerano. Minacce e intimidazioni, avvenute nei giorni scorsi, attraverso bigliettini posti sul parabrezza delle rispettive automobili, forse uno scherzo o forse cruda realta', e' sempre una situazione di demenzialita'. La societa' rimanda al mittente queste minacce, perche' non saranno certamente questi atti vili a fermare il percorso sportivo e sociale di una squadra di calcio a 5 femminile che in cinque anni ha dato lustro alla citta' di Locri e all'intera regione calabrese. Una societa' che ha sempre lavorato per il sociale e si e' contraddistinta per lealta' sportiva, rappresentando la regione Calabria in tutta Italia. L'intera societa', lo staff tecnico, la squadra e il settore Sporting Locri communications esprimono lo sdegno e sono vicini ad Armeni e Primerano che, attenzionati da frasi e minacce stupide, sono sorpresi, ma sicuramente non intimoriti da messaggi sciocchi e privi di senso, non comprendendo tra l'altro quale fastidio possa creare una squadra di donne che ha il solo obiettivo di disputare un campionato di futsal nazionale senza altro interesse se non quello sportivo. L'accaduto - sottolinea la societa' - e' stato gia' denunciato alle forze dell'ordine e siamo sicuri che si fara' luce su quanto successo.

Chi pensa che non sia possibile fare sport o seguire un progetto sportivo a livello nazionale, dove le donne sono le vere protagoniste, nella Citta' di Locri, si sbaglia. Lo Sporting Locri lavora serenamente e quello che conta e' giocare onestamente il campionato confrontandosi con squadre italiane e lavorare per il sociale, come dimostrano le tante iniziative di solidarieta' e a favore delle donne, organizzate sul territorio. La forza dello Sporting Locri - conclude il comunicato - sta nel sostegno dei tanti tifosi appassionati a questa disciplina e nel supporto di tanta gente onesta che, quotidianamente, segue il gruppo facendo anche sacrifici personali per portare avanti questo progetto , sacrifici personali coadiuvati anche da alcuni sponsor che hanno sposato il progetto orgogliosi della scelta di investimento fatta per un fine valevole".

TAVECCHIO - "Dalla Figc solidarieta' a Sporting Locri. Calcio italiano unito contro la violenza e le minacce di chi non vuole si faccia sport". Cosi' attraverso un Tweet della Figc il presidente Carlo Tavecchio commenta la vicenda del Locri calcio a 5.

MALAGO' - "Locri deve giocare. Il 10 gennaio voglio vedere le ragazze in campo". Cosi' il presidente del Coni, Giovanni Malago', esprime il suo sostegno e la sua solidarieta' alla squadra femminile calabrese di calcio a 5 costretta a lasciare l'attivita' a causa di minacce. "Lo sport italiano e' al fianco della societa' Sporting Locri, dei suoi dirigenti, dei tecnici e soprattutto delle atlete che non devono assolutamente cedere a questi vergognosi gesti, intollerabili in un Paese civile. Sono a disposizione per qualsiasi iniziativa necessaria a far tornare le ragazze in campo".(AGI)

25/12/2015 17:29

Napoli - Le precauzioni per trascorrere la vigilia di Natale in famiglia sono state inutili. Nonostante i continui cambi di auto dei parenti, i carabinieri hanno arrestato Corrado Orefice, 46 anni, considerato il reggente della cosca 'Vanella Grassi', uno dei clan protagonisti della nuova faida del quartiere di Napoli di Secondigliano. Orefice, detto 'o cunfettar, era latitante da settembre scorso dopo una condanna in secondo grado a 20 anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico di droga. Si era rifugiato in una villetta anonima e isolata di Monteruscello, nell'area puteolana del Napoletano, covo che è stato accerchiato dai militari dell'Arma all'alba, dopo che avevano seguito le vetture con cui i familiari l'avevano raggiunto per la cena della vigilia. Il boss non ha opposto resistenza all' arresto. (AGI)

 

 

(25 dicembre 2015)